Bugiardi o incapaci, da anni promettono il rilancio di Mirafiori. Fiasco totale: nessuna azienda si è insediata ed ora per salvare faccia e conti vogliono metterci un ipermercato. Il Lingotto pronto a sfilarsi
Nel 2005, quando Comune, Regione e Provincia di Torino misero mano al portafoglio e scuciro la bellezza di 70 milioni di euro per acquistare dalla Fiat 300mila metri quadri di aree dismesse di Mirafiori (e il Campo Volo), l’intera operazione venne venduta come uno straordinario intervento di politica industriale che da un lato dava un po’ di ossigeno a un Lingotto in difficoltà (ottenendo in cambio il mantenimento della produzione torinese) e dall’altro avrebbe creato un polo d’insediamento per aziende della filiera automobilistica: l’headquarter delle quattro ruote.
Venne costituita a tal fine una società ad hoc, TNE, acronimo di “Torino Nuova Economia”. in cui la presenza della Fiat è ridotta ad un misero 10%, lo stretto necessario per giustificare l’etichetta di pubblico-privato dell’iniziativa. Al vertice da allora siedono, nominati dalla trimurti Chiamparino-Bresso-Saitta, il commercialista Pierfranco Risoli alla presidenza e il capo dell’ufficio studi dell’Unione Industriale torinese Mauro Zangola in qualità di amministratore delegato.
Il bilancio a quasi cinque anni dallo start up è un sonoro fiasco. La società ha perso svariate centinaia di migliaia di euro e si è trovata a litigare con la Fiat, cioè con il suo socio, sulla bonifica delle aree. Di imprese che nel frattempo abbiano installato i loro capannoni manco l’ombra.
Eppure ancora nel febbraio 2008 Tne aveva annunciato in pompa magna si essere in possesso di una lista di aziende, per l’esattezza 46 di numero, interessate a stabilirsi a Mirafiori. Un elenco tenuto rigorosamente nel cassetto, mai reso pubblico. Il mistero, dichiarava allora l’assessore regionale all’Innovazione Andrea Bairati, era dovuto a ragioni di riservatezza. Salvo far circolare alcune indiscrezioni, utili a dar credito alla notizia. Si fece il nome di Prima Industrie di Gianfranco Carbonato (che in seguito giustificò la caduta dell’iniziale, flebile interesse per ragioni di costi eccessivi e di pastoie burocratiche) e di Chevallard e della sua Italcar (auto elettriche).
Ovviamente in tutto questo periodo sia il giacobino Risoli, famoso per inviare ogni 14 luglio migliaia di sms ad amici e conoscenti per festeggiare la presa della Bastiglia, sia il bradipo Zangola hanno continuato a percepire gli emolumenti da parte di una società che non solo non produce utili ma che anzi accumula perdite. Tutti i bandi o quasi sono andati deserti (l’ultimo quello sull’area parcheggio), nessuna azienda ha trasferito produzione o ricerca. Zero assoluto, un flop completo. E nessuno ha chiesto conto di questo fallimento.
Ora i due geni delle strategie commerciali – che va detto dovrebbero essere ingaggiati dall’Università e diventare oggetto di studio come caso da manuale di inefficienza – hanno tirato fuori dal cilindro una soluzione per uscire dalle secche: aprire l’area a insediamenti di tipo commerciale. Dove avrebbero dovuto sorgere capannoni industriali potremmo presto trovare i carrelli di un ipermercato.
Nel frattempo il Lingotto, proprio a ridosso dello spin-off dell’auto (previsto entro la fine di aprile), sarebbe in procinto di uscire dalla newco, in linea con la filosofia di Sergio Marchionne: cedere tutte le partecipazioni non strategiche. E quella in Tne non è davvero strategica, neppure per torinesi e piemontesi. |