Non passa neppure in consiglio d’amministrazione il protocollo d’intesa tra Ateneo e Regione. Per il direttore amministrativo Segreto si tratta di un progetto “inconsistente”. L’ultimo sgambetto di Pelizzetti alla vigilia delle elezioni. Rasputin, sotto le cui mentite spoglie si cela un consigliere del cda, ripercorre in maniera ineccepibilmente impertinente le tappe del braccio di ferro tra Accademia e politica
La zarina di tutte le Russie pedemontane, la presidente Mercedes Bresso, nel dicembre 2009, invia al rettore Ezio Pelizzetti un ultimatum: “Devi firmare il Protocollo d’intesa sulla realizzazione della Città della salute e della scienza entro fine anno!”.
Il Magnifico, leggendo la versione rinnovata dello stesso, trasecola. È vero, alcune delle osservazioni dell’Ateneo sono state recepite, ma il protocollo resta lacunoso, ambiguo, a tratti criptico e privo di concrete garanzie per il futuro della medicina universitaria.
Chi metterà i soldi per finanziare il progetto imperiale? Occorrono “mille milioni” ovvero un miliardo di euro. Quello che fa paura sono le spese indotte: collegamenti stradali e ferroviari, bonifiche, ristrutturazioni, prolungamento della metropolitana. La cifra potrebbe raddoppiare.
Dei mille milioni, sul piatto, di sicuri, ce ne sono solo cinque, provenienti dal MIUR, ma i restanti “novecentovantacinque” chi li verserà? L’indebitatissima Regione o l’ostile governo del Cavaliere, alle prese con la crisi economica?
Grugliasco è il fiore all’occhiello dell’impero zarista ma ha il difettuccio di esser mal collegata alla capitale. Le poche strade sono sempre intasate. Gli studenti ed i professori di Agraria e Veterinaria debbono alzarsi prima dell’alba per arrivare in tempo alle lezioni e ai laboratori.
Il rettore ascolta i colleghi di Medicina. Che ne sarà delle Molinette, gli chiedono, quando saranno trasformate in semplice presidio? Quanto saranno valutate le storiche mura del vetusto edificio che, nella metà più nobile, appartengono all’Università? L’Ateneo sarà forse costretto a “cedere a titolo gratuito” la sua proprietà per potersi sedere al tavolo della zarina (e dei suoi fedeli sindaci “rossi”) e discutere del faraonico progetto imperiale?
Le perplessità dei recalcitranti sudditi giungono all’orecchio della Bresso. La Signora non demorde, deve accondiscendere ai desiderata a quei boiardi dei sindaci dell’hinterland. Così vuole la dura legge del “localismo in salsa sovietica”. Adesso ci si mette anche Collegno. Il suo primo cittadino non rinuncia alla parte che gli spetta. Ambisce ad ospitare, non meglio precisate, “localizzazioni residenziali”. Poco importa che la distanza tra i due feudi sia di quasi cinque chilometri. Chi se ne frega delle “odissee” a cui saranno costretti gli studenti e i parenti dei ricoverati, spesso anziani e malati loro stessi.
Il rettore e il preside di Medicina, Giorgio Palestro, decidono di nicchiare. Si avvicinano le elezioni regionali ed il silenzio è d’obbligo. Bresso, però, insiste e, conoscendo l’ostilità del popolino nei confronti dell’Accademia si lascia sedurre da tentazioni demagogiche. In un’intervista ad un quotidiano amico definisce i medici universitari “vecchi baroni che non vogliono fare più di tre chilometri per andare a lavorare”. Non teme la loro reazione. Sa che prima o poi si adegueranno al diktat imperiale. Altrimenti è pronta a rivolgersi ad università straniere, non si sa se prussiane od austroungariche, pronte a far la coda per insediarsi nelle terre di Grugliasco. Intanto dovrà battere l’odiato rivale, “Cotan il barbaro”, il candidato leghista Roberto Cota, che osa convocare nel mese di febbraio tutti i rettori del Piemonte per “sentire” le loro proposte. Ridicolo! Lei, in cinque anni, non ha mai permesso ai sudditi rettori di aprire finestre di dialogo con la sua regale persona. È certa, i Piemontesi la capiranno.
Il rettore non ci sta. La sinistra politica lo crocifigge dipingendolo come un nemico del popolo. La sinistra accademica è delusa per i suoi eccessi di autonomia ed indipendenza. Proprio lui che fu definito il “primo vero rettore di sinistra” della città di Torino. Troppo onesto e pragmatico per meritare questo titolo. Così decide di convocare il Senato Accademico ed il Cda dell’Università. Non vuole più portare da solo la croce. Il Senato gli risponde “potresti aver ragione, ma l'ultima parola spetta al CdA che gestisce i cordoni della borsa”.
Il giorno 9 marzo si riunisce il consiglio d’amministrazione. I consiglieri sono quantomeno sbalorditi. È dal 2007 che non si discute più di Città della Salute. Perché decidere, adesso, in un’oretta di discussione e avendo avuto pochi giorni per valutare la documentazione? La relazione tecnica dell’Ing. Piero Cornaglia è stata scarna e crudele. Del protocollo ben poco è salvabile, ma i”duri e puri” della sinistra ci tentano. Mettiamo una firmetta, ci sediamo al tavolo e, magari, riusciamo a prendere al volo il “trenino della storia”, devono aver pensato.
Il rettore può trovare un posticino al tavolo delle trattative sedendosi tra i due potenti sindaci della cintura torinese.
Colpo di scena. Il rettore rilancia e ricorda a tutti le pessime”uscite pubbliche” della zarina e il suo sprezzante atteggiamento nei confronti dell'Ateneo. La direttrice amministrativa Loredana Segreto, forte del suo charme e della sua competenza, rincara la dose e dimostra, con puntigliose argomentazioni tecniche, quali siano le lacune, le omissioni e le promesse non mantenibili della proposta.
I “duri e puri” traballano. Le certezze svaniscono. Il “trenino della storia” è già passato. Non resta che serrare i ranghi intorno al rettore. All’unanimità si decide di non firmare il protocollo d’intesa. Per adesso o, forse, per sempre. La zarina è servita. I Sindaci “rossi” intonino per consolarsi l’Internazionale.
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