La dittatura dell’inglese

L’uso della lingua inglese è uno dei tanti imperativi a cui ci ha abituato la cosiddetta globalizzazione, ossia il nome pudico e “morbido” con cui ormai la manipolazione organizzata e l’industria della coscienza ci ha abituati a qualificare il monopolio della violenza organizzata capitalistica su scala planetaria. Anche in ciò, si vede nitidamente la contraddizione pienamente dispiegata dell’odierna società globale. Essa coarta i popoli e le culture ad adattarsi all’unico profilo omologato del consumatore e ad assumere la dimensione della produzione e dello scambio come orizzonte unico, assumendo come unica lingua consentita l’inglese operazionale dei mercati, dello spread e del nasdaq. E nell’atto stesso con cui compie quest’esiziale omologazione planetaria, costringendo i popoli e le culture a conformarsi a un unico modello, tesse senza tregua le lodi del pluralismo e del relativismo, del molteplice e del frammentario. Ancora una volta, la situazione è tragica, ma non seria.

 

Il pluralismo differenzialistico e multiculturale promosso dalla globalizzazione rivela, sotto questo profilo, la sua autentica natura di monoculturalismo del mercato: la quale annienta le differenze culturali e ne crea ex novo di fittizie, perché funzionali al mercato stesso. Prova ne è, oltretutto, il fatto che le lingue nazionali, in cui sono custodite le tradizioni e la cultura dei popoli, sono costantemente sottoposte a un movimento di destrutturazione e di sostituzione con la nuova lingua dell’impero imposta come destino linguistico dell’intera razza umana americanizzata, l’inglese operazionale dello spread e della deregulation, della governance e dell’austerity, ossia dei simboli del nuovo Leviatano, il nomos dell’economia transnazionale. Su questo tema, si veda il lavoro di Domenico Losurdo, Il linguaggio dell’impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari 2007.

 

È in questo orizzonte che si comprende in che senso la coazione all’adattamento all’inglese come sola lingua consentita si riveli perfettamente in sintonia con il programma di smantellamento – oggi egemonico – degli Stati nazionali e, sinergicamente, di assolutizzazione feticistica del mercato internazionale e di omologazione del genere umano ridotto a pulviscolo di atomi interscambiabili e privi di una tradizione culturale in grado di resistere all’immane potenza del negativo. In tutto ciò, naturalmente, il progetto criminale chiamato “Europa” – l’eurocrazia avente come segreto scopo l’uniformazione della vecchia Europa al modello americano – svolge un ruolo di primissimo piano.

 

Solo così, del resto, si spiega quel paradosso oggi lampante che si esprime, in generale, nella coazione alla rinuncia alla propria lingua nazionale (nel nostro caso, la lingua di Dante e di Leopardi) e nella convergente adesione irriflessa all’inglese operazionale dei mercati finanziari, non certo a quello di Shakespeare o di Wilde. Quest’ultimo aspetto rivela, se ancora ve ne fosse bisogno, la nostra incapacità di intendere e di parlare un’altra lingua che non sia quella dell’economia.

 

Presso il clero accademico, fronte avanzato dell’adesione supina al nomos dell’economia, tale paradosso assume la forma dell’assunzione irriflessa dell’inglese come criterio di “oggettività scientifica”: paradosso al quale si accompagna la delegittimazione integrale dell’uso della lingua nazionale, nonché delle pubblicazioni e degli studi non allineati con tale ortodossia. Nei sempre più frequenti convegni composti da soli italiani che comunicano goffamente tra loro con un inglese omologato, incapace di fare voce alla cultura e senza alcuna coscienza del significato di ciò che stanno facendo, si mostra in maniera tragicomica la subalternità culturale del ceto intellettuale: il quale dovrebbe costituire il luogo privilegiato della riflessione critica e dello spirito di scissione e, invece, assume lo statuto di roccaforte di riproduzione simbolica del potere.

 

L’idiozia raggiunge vette impensabili quando si impone, come oggi accade, il dogma secondo cui nelle cosiddette “scienze umane” (come se esistessero anche scienze disumane!) le pubblicazioni in lingua inglese valgono di più di quelle nella propria lingua nazionale. È la tragica figura che già l’antico Tacito qualificava nei termini del ruere in servitium, il precipitarsi nella servitù degli intellettuali che lavorano per il re di Prussia.

 

L’odierno uso criminale della lingua inglese, imposta come destino e come necessità sistemica del processo di globalizzazione, procede di conserva con il tragico smantellamento degli Stati nazionali, rimpiazzati dalla governance globale, ossia dal potere economico deterritorializzato delle multinazionali e dei banchieri apolidi. Chi non se ne accorge, è cieco o in cattiva fede. Chi asseconda tutto questo, nel duplice e sinergico movimento di abbandono della sovranità nazionale e della cultura italiana (quale si esprime nella nostra splendida lingua), è uno sprovveduto o un criminale.

 

La cultura può esistere sempre e solo al plurale, come dialogo tra culture e lingue differenti che si rapportano secondo la loro comune appartenenza all’universale umano. La dinamica della mondializzazione capitalistica, imponendo un’unica cultura e un’unica lingua, si risolve nella soppressione della cultura in quanto tale, sostituita dal monoteismo del mercato e dalla reificante reductio ad unum da esso operata. L’odierna coazione all’uso della lingua inglese ne è una spia inquietante.

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15 Commenti

  1. avatar-4
    21:14 Sabato 31 Maggio 2014 Flare Per F. Pelillo.

    Per poi crollare miseramente.

  2. avatar-4
    21:03 Sabato 31 Maggio 2014 francesconeri Una battaglia: una delle tante.

    Concordo pienamente con Diego Fusaro e alcune critiche mi sembrano deliranti. Sarebbe bello che tutti parlassero bene inglese. Sopratutto per loro. Se viaggiano e se vogliono progredire nel lavoro. Ma questo non c'entra nulla. Quando uno dice "abbiamo una mission " o "che bel look" o "certo la location era fantastica" non sta parlando inglese sta farfugliando mozziconi di pensiero non perfettamente articolato. Come le particelle pm1, pm10, pm03 attaccano i sistemi fisiologici provocando tumori e le nanoparticelle addirittura il Dna, modificandolo irrimediabilmente, così le parole esteroprovenienti e eteroindotte, o gli spezzoni delle stesse inquinano il nostro modo di parlare e quindi di pensare. Già il fatto che ci sembrino più "cool" è sintomo dell'avvenuta concretazione di questo inquinamento che si può definire figlio di un servilismo culturale. Quando poi è un giornalista a dire "sei una celebrity" o un politico che leva "interpellanze", ora abbiamo il question time, o un gruppo ad hoc , abbiamo ora le "task force", la frittata è fatta. La lingua è uno dei fattori identitari di un popolo. Chi parla male poi, pensa male, e vive male. Qualche parola quà e la, di DIVERSE lingue estere, possono essere il sale di una conversazione. Usate con estrema parsimonia e varietà. Ora mangiamo piatti di sale: una tortura.

  3. avatar-4
    21:28 Sabato 04 Gennaio 2014 blacklight Materialismo dialettico applicato anche alla lista della spesa

    Il latino e' stato per secoli la lingua ufficiale per le comunicazioni internazionali, fino a 1000 anni dopo la caduta dell'impero romano. Prima c'era stata la koine', il greco "comune" che accorpava i vari dialetti del greco antico e che era diventata la lingua ufficiale per i rapporti internazionali di tutti i territori a est dell'Italia, tant'e' che anche l'antico testamento fu tradotto in koine' (Settanta) e anche i vangeli furono scritti in koine'. Ogni volta che si deve trovare un modo di gestire rapporti fra territori con lingue diverse, si trova inevitabilmente una lingua franca da usare come mezzo condiviso. E' pura questione di comodita'. Non c'entra niente il progetto criminale europeista, ne' l'imperialismo anglosassone, ne' il complotto globalizzazionistico. Le analisi della realta' attraverso il materialismo dialettico marxista non si fanno anche sulla lista della spesa della nonna, altrimenti si finisce per cadere nel ridicolo.

  4. avatar-4
    10:06 Martedì 06 Agosto 2013 Delphicus ben scritto optime

    optime scripsisti, humanissime Doctor. Toto corde Tibi consentio, plaudo et ago gratias. Libido serviendi , vel melius, podices victorum lingendi,Italis aetatis nostrae, ab Anglis et Americanis "liberatis", novus cultus et ritus novus factus est. Vale

  5. avatar-4
    21:36 Lunedì 15 Luglio 2013 Alberto Mura Fusaro ha ragione, ma solo in parte

    Condivido la posizione di Diego Fusaro contro la corsa all'uso di anglicismi, anche quando la nostra lingua contiene termini perfettamente corrispondenti al concetto che si vuole esprimere. E penso anche io che che facendo così non rendiamo un buon servizio alla nostra tradizione culturale, che meriteterebbe maggiore attenzione anche all'estero. Siamo su una china che potrebbe portare, alla lunga, a fare anche della lingua italiana una lingua morta. Detto questo, però, ritengo anche che debba esistere una lingua franca che consenta agli studiosi di comunicare globalmente. Trovo impraticabile l'idea del ritorno al latino o a quello di una lingua artificiale come l'Esperanto. Non resta che studiare l'inglese e usarlo per far conoscere le nostre idee nel mondo. Ma dobbiamo evitare di crederci superiori solo perché padroneggiamo l'inglese come l'italiano. Alla fine conta il valore delle idee che si esprimono e la lingua in cui esse sono espresse è irrilevante. Del resto, ciascuno dà il meglio di sé nella propria lingua madreed è bene che la usi, senza per questo essere penalizzato. L'inglese deve essere per noi solo una seconda lingua, senza che sia eroso, in Italia, il primato della nostra.

  6. avatar-4
    08:41 Domenica 16 Giugno 2013 Diego Fusaro per il Bocconiano

    sei pateticamente ossessionato dai comunisti, caro teologo bocconiano. se non è ideologia temere il comunismo a 20 anni dal crollo del muro e vivere invece come se fosse naturale il mercato, con i suoi cataclismi... inutile discutere. persevera nella tua teologia economica. amen.

  7. avatar-4
    19:16 Sabato 15 Giugno 2013 Bocconiano per il Fusaro

    L’apertura al dialogo è una delle qualità che più mi caratterizzano; l’oggettiva difficoltà a discutere con chi struttura le proprie non-argomentazioni sui fini politici anziché sulla logica è un altro conto. Nella progressiva diffusione della lingua Inglese si può vedere sia una ragionevole e genuina tendenza a facilitare le relazioni internazionali, che ha come causa e fine l’ottimizzazione delle risorse su scala mondiale, che un complotto volto alla distruzione dell’umanità intesa come luogo di incontro del pluriculturalismo. Si potrebbero anche scrivere trattati su come le forchette siano in realtà armi bianche, che risulterebbero dissimili dai tuoi solo nella misura in cui l’uso di un comune utensile è più arduo da mistificare rispetto all’interazione spontanea di variabili macroeconomiche. Tu pensi davvero di poter astrarre concetti qua e là, rimescolarli arbitrariamente, infiocchettarli con un po’ di retorica e rivenderli come propaganda comunista? Devi sottovalutare parecchio l’umanità. Tutto ciò che fai è oscurare i fattori di progresso e naturale spinta alla massimizzazione e costringere ciò che resta nei confini di una patetica prospettiva apocalittica, decontestualizzandolo e distorcendolo. Esiste un confine tra il supporto di una posizione personale e il delirio di chi persegue ossessivamente un’ideologia oltre ogni umana concezione di senso. Un esame di coscienza è d’obbligo

  8. avatar-4
    13:17 Sabato 15 Giugno 2013 Diego Fusaro per il Bocconiano

    "Dire che la conoscenza dell'Inglese e della terminologia economica implicano una rinuncia alla propria lingua e cultura nazionale è come dire che utilizzare il cucchiaio per mangiare una zuppa implica una rinuncia perenne alla forchetta". Peccato che lo smantellamento delle lingue nazionali e l'imposizione coattiva dell'inglese non sia un'opzione, ma un diktat della globalizzazione, la forma flessibile e postmoderna della globalizzazione. Inutile discuterne con uno che si firma "Bocconiano"... la teologia economica non accetta la discussione razionale, perché come ogni teologia sottrae i suoi dogmi alla libera discussione dialogica.

  9. avatar-4
    11:37 Giovedì 13 Giugno 2013 Bocconiano Tristemente ridicolo

    Dire che la conoscenza dell'Inglese e della terminologia economica implicano una rinuncia alla propria lingua e cultura nazionale è come dire che utilizzare il cucchiaio per mangiare una zuppa implica una rinuncia perenne alla forchetta. E' triste vedere un così ricco e sapiente uso del linguaggio perdere le proprie fondamenta logiche nell'asservimento fine a se stesso ai rottami di un'ideologia ampiamente superata. Essere dei finti idealisti con le tasche vuote non è condizione necessaria per conoscere ed amare la letteratura e la filosofia. Interessi economici e filosofici possono perfettamente coniugarsi, soprattutto nella misura in cui richiedono (o meglio, dovrebbero richiedere) entrambi una base di rigore e precisione nel pensiero come prerequisito. Ciò che è davvero paradossale, al contrario, è l'uso che certa gente fa della filosofia come terreno di rimescolamento arbitrario di concetti originariamente slegati, approfittando della libertà di astrazione che essa concede per decidere direzione e grado di allontanamento dalla realtà delle proprie argomentazioni, mantenendole al contempo superficialmente coerenti (stile brutta copia di Hegel, per intenderci). L'ideologia, da che mondo è mondo, inquina il pensiero, e la filosofia non dovrebbe potersi permettere pensieri inquinati, per quanto potenzialmente brillante la mente che li partorisce possa essere.

  10. avatar-4
    11:03 Mercoledì 12 Giugno 2013 montecristo globalizzazione

    a mio modesto avviso qui le ideologie variamente colorate non c'entrano. la mia ignoranza mi impedisce di cogliere il significato del termine "neurosfera" (?!) ma ho ben presente i guasti irrimediabili che la globalizzazione finanziaria sta provocando e provocherà sulla nostra economia. Non invidio affatto le generazioni che erediteranno la neurosfera globalizzata.

  11. avatar-4
    22:03 Martedì 11 Giugno 2013 Diego Fusaro errata corrige (ego quoque)

    chiedo venia anch'io, era ovviamente "contratti a termine" e non "a termini", la stazione di Roma qui non c'entra nulla!!!

  12. avatar-4
    21:37 Martedì 11 Giugno 2013 Diego Fusaro Tipico esempio?

    Se si vogliono trovare sinonimi per "monopolio della violenza organizzata capitalistica", per me va benissimo. Ma il concetto, di per sé, non mi pare "superato", al cospetto dei tagli agli stipendi, della violenza economica, dei contratti a termini, delle logiche di precarizzazione, ecc. Curioso che si predichi invecchiata la categoria quando è attualissima la realtà a cui essa si riferisce.

  13. avatar-4
    21:16 Martedì 11 Giugno 2013 foolintherain errata corrige

    Quell' "incidentalmente" che conclude la mia risposta precedente è un refuso, ho dimenticato di cancellarlo prima di inviare. Chiedo venia.

  14. avatar-4
    20:43 Martedì 11 Giugno 2013 foolintherain Tipico esempio

    L'articolo è un tipico esempio di come un argomento non privo di fondamento possa venir ridicolizzato da una retorica anni Settanta che sa di eskimo unto, clarks sfondate e stereotipi assortiti. L'abuso dell'inglese (o di termini pseudo-inglesi) anche in piena disponibilità di corrispondenti italiani è una delle tante manifestazioni del provincialismo italiota. Può darsi che sia anche indice di un complotto globale per l'asservimento delle masse, ma a giudicare da quanto poco si conosce l'inglese da noi, per il momento non è riuscito granché. L'unica cosa certa è che oggi leggere espressioni come "monopolio della violenza organizzata capitalistica" e "banchieri apolidi" fa proprio venire il latte alle ginocchia. Incidentalmente,

  15. avatar-4
    15:42 Lunedì 10 Giugno 2013 Francesco Pelillo POVERA CULTURA ITALIANA DEMODÈ...

    Immagina quanti Fusaro hanno detto le stesse cose inutili e patetiche con l'avvento dell'Impero Romano e del Latino...Meno male che l'evoluzione dell'umanità in vista della costruzione di una sola "Neurosfera" procederà come sempre senza tenerne conto.

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