La tirannia del politically correct

Se oggi i dissidenti non vengono più puniti e perseguitati tramite la solenne estetica dei supplizi – dalla crocifissione di Cristo al rogo di Giordano Bruno e di Giulio Cesare Vanini –, ciò non dipende dalla presunta natura democratica del potere, come l’ormai logora ideologia continua stancamente a ripetere. Se oggi i dissidenti non vengono perseguitati è, semplicemente, perché non ve ne sono più.

 

Come ricordava Bourdieu, i cosiddetti intellettuali sono attualmente la parte dominata della classe dominante: dovendo vendere il loro capitale culturale ai dominanti, non possono che confezionarlo in forme sempre organiche ai dominanti stessi. E perché il capitale culturale degli intellettuali sia acquistabile dai dominanti, esso deve sempre riconfermare l’ordine delle cose, assecondando lo spirito del tempo e i suoi rapporti di forza. Deve, in altri termini, strutturarsi nella forma di un ordine del discorso che già sempre metabolizzi il potere e i suoi dettati.

 

L’insieme più o meno coerentizzato concettualmente dei messaggi che assecondano e confermano lo spirito del tempo e ai quali gli intellettuali devono aderire per poter continuare a vendere il loro “capitale culturale” ai dominanti si chiama politically correct. Si può dire tutto, magari anche criticando con rigore il potere, a patto che si assimili capillarmente l’ordine del politically correct, senza mai varcarne i confini.

 

La critica stessa, in tutte le sue prestazioni, ne è oggi totalmente pervasa: essa assume la forma della “critica conservatrice”, che prende di mira il potere al solo fine di riconfermarlo dietro l’apparente messa in discussione.

 

Prova ne è, oltretutto, che oggi i cosiddetti “pensatori critici”, che saturano le prime pagine dei quotidiani, prendono duramente di mira la tecnica e i suoi orrori e, insieme, negano la possibilità di alternative al pur deplorato ordine capitalistico del mondo, convincendo de facto le nostre menti circa l’inevitabilità della pur ingiusta configurazione dell’esistente. La loro è, appunto, una critica gravida di ideologia, integralmente colonizzata dal potere e dal suo principale comandamento: “non avrai altra società all’infuori di questa!”.

 

La critica, per radicale che possa essere, nella misura in cui accetta il dettato del “politicamente corretto” e della sua fissazione di ciò che si può o non si può dire, si muove sempre nello spazio preordinato dal potere e, per ciò stesso, risulta ineludibilmente ineffettuale. Il luogo di riproduzione privilegiato del profilo dell’intellettuale asservito al codice del politically correct coincide oggi con lo spazio manipolato dei giornali, ma poi anche con il recinto chiuso delle università.

 

Complessivamente considerato, e dunque prescindendo dalle preziose eccezioni, il sapere universitario costituisce, infatti, il luogo di organizzazione culturale del politically correct. Per questa ragione, sono oggi prevalenti, presso il clero accademico, il codice del totalitarismo in ambito storiografico, l’imposizione dell’uso della lingua inglese, la glorificazione del disincanto con annessa ostracizzazione di ogni passione utopica; ma poi anche la delegittimazione dello Stato nazionale come episodio del passato o, alternativamente, come comunità immaginaria e strutturalmente pericolosa, l’idiosincrasia organizzata verso il pensiero dialettico e la storicità, la promozione in stile pubblicitario dei realismi, l’apologia compulsiva del relativismo e del nichilismo, nonché la ridicolizzazione di ogni istanza veritativa.

 

Nella misura in cui la categoria di “intellettuale” allude oggi a un gruppo sociale la cui funzione si compendia nell’impiego della cultura in vista del mantenimento dell’ordine delle cose, occorre rigettarla senza compromessi.

 

Il pensiero può, a giusto titolo, definirsi “critico” quando, per un verso, restituisce alla libera discussione razionale ciò che abitualmente – complici le prestazioni dell’ideologia e il complesso del politically correct – vi si sottrae, e quando, per un altro verso, destruttura la mistica della necessità in ogni sua possibile forma, prospettando alternative all’esistente mediate dal tempo e dall’agire umano.

 

È, d’altro canto, impossibile criticare operativamente l’odierno regno animale dello spirito capitalistico mantenendosi entro i rassicuranti perimetri del “politicamente corretto”. Quest’ultimo, infatti, è sempre calibrato in maniera tale da disinnescare preventivamente la possibile critica rivoluzionaria dell’ordine vigente.

 

Pertanto, rispettare il codice del politically correct, magari introiettandone le logiche, non significa soltanto perdere la sfida: vuol dire rinunciare in partenza a prendervi parte. Il solo pensiero degno di questo nome è, nel nostro misero presente, quello che si rifiuta ostinatamente di rispettare lo sciagurato codice del politicamente corretto. Anche in questo, Costanzo Preve è stato un autentico maestro.

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