Una città “democraticamente” s-paesata

Sovente è stato scritto, ed affermato pubblicamente, come ovunque le periferie siano in stato di abbandono; così come più volte si è ribadito che al centro curato e “coccolato”, in tante città europee, si contrappone tutto quanto è intorno ad esso, che spicca al contrario per incuria allo stato massimo.

 

Affermazioni amare che vengono espresse anche nei confronti di Torino nel momento in cui l’attenzione si dirige al rapporto tra i vari quartieri ed il centro storico (Circoscrizione 1). Il capoluogo subalpino, si ripete nelle discussioni, non è riuscito infine nel proposito di dar vita ad una città policentrica (dai tanti centri cittadini) e tanto meno in quello di porre in equilibrio il rapporto periferia/centro storico.

 

Molti cittadini accusano il potere politico di essere “centrista” (non solamente nel senso politico parlamentare del vocabolo) oltre al porsi in maniera snob e scarsamente attenta verso il territorio sito oltre i portici storici di corso Vittorio e via Cernaia.

 

Accuse, queste ultime, forse eccessive ed in parte (ma solo in parte) gratuite. Al contrario delle opinioni dominanti vi è invece molta equità nelle scelte attuate dalle ultime giunte, torinesi, inerenti l’ambito metropolitano nella sua integrità.

 

Equità che emerge con forza, ed incontestabilmente, osservando con impegno il trattamento riservato dalle autorità amministrative al centro cittadino come alle periferie: abbandono assoluto per tutti, senza discriminazione alcuna.

 

Il fenomeno a cui si assiste, nella città della Mole, è raro quanto da considerarsi un primato prezioso, di cui fare vanto ed esempio europeo, ma anche una prova di grande democrazia. Ad esempio alla scarsissima cura della pavimentazione in porfido delle piazze salotto, corrisponde un’altrettanta scarsa manutenzione dei lastricati periferici. Inoltre alla poca cura riservata al Parco del Valentino risponde la mancata sostituzione delle piante sradicate, per malattia, nei viali dei corsi a corona cittadina (solo nell’asse di corso Giambone piazza Pitagora vi sono circa una cinquantina di buchi). In sintesi al degrado di piazza Castello corrisponde quello di piazza Crispi (ad esempio).

 

È possibile rilevare ulteriore riscontro al modello “democratico”, con cui viene amministrata Torino, guardando alle iniziative culturali cittadine: assenti (o quasi) nelle circoscrizioni extra 1 e presenti in versione stra-paesana sulle piazze barocche del centro. In queste ultime infatti non è raro poter assistere a stand (da fiera) utili a promuovere nuove vetture, spiedini ed aspirapolvere di marca.

 

Cultura sembra oramai un “parolone” nella Torino che è passata dai Punti Verdi decentrati al semi-nulla accentrato (incluse le performance fatte di cibo scagliato ovunque sotto lo sguardo di telecamere e fotobiettivi). A nulla sono servite le partite a briscola giocate tra Marchionne e Chiamparino (prima) e Fassino (poi): nel dopo Fiat (ora Fca con sedi dirigenziali ovunque tranne in Italia) il capoluogo piemontese pare non riuscire a trovare una sua identità nuova, malgrado i turisti che l’attraversano con tenacia quotidianamente.

 

La più bella fotografia dell’attuale Torino cultural turistica, la si può scattare all’interno del parcheggio sotterraneo di piazza San Carlo. Al di sotto del piedistallo che regge ‘l caval d’ brons da qualche anno trova sede il “museo” che conserva vestigia romane e rinascimentali ritrovate durante gli scavi di cantiere: poche colonnine in mattone pieno (alte circa 150 cm) fasciate strettamente da tubi innocenti e circondate da auto parcheggiate a ridosso. Uno spettacolo paradossale per non dire degno del peggior fumetto fantasy post metropolitano.

 

Un museo ancora una volta “democratico” che pone nello stesso piano un grande disinteresse generale verso Torino tutta: da piazza San Carlo alla tangenziale periferica. Equamente, senza discriminazioni.

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