Un ritorno al passato

Una curiosa macchina del tempo sembra gestire il destino del mondo. Improvvisamente lo scorrere degli anni, e dei secoli, ha subito una brusca battuta, invertendo addirittura il suo senso di marcia con una manovra degna dei migliori racconti di fantascienza.

 

Il mondo, in particolare il continente europeo, sino a venti anni fa viaggiava attraverso un’epoca quasi illuminata, in cui i diritti fondamentali dei cittadini, e dei lavoratori, erano oramai quasi indiscutibilmente garantiti. Tutele sociali, queste ultime, scaturite in seguito violenti conflitti mondiali e, ancor più, sorte da grandi movimenti sindacali che tramite la lotta (costruita con  indicibili sacrifici da operai e studenti) sono riusciti nel complesso tentativo di limitare lo strapotere della classi agiate. Non solo: anche sul fronte della laicità l’Italia, con grande fatica, aveva imboccato la via della libertà di coscienza innanzi ai vincoli imposti dalla Chiesa. Negli anni 70, vincendo la ritrosia a tratti violenta del mondo cattolico, veniva infatti legiferato l’istituto civilista del divorzio mentre, lentamente, si faceva strada la possibilità di praticare aborti non solamente negli ambulatori clandestini ma nelle più sicure strutture pubbliche sanitarie.

 

Verso la metà degli anni 70 a Kabul le donne non passeggiavano con i burqa bensì indossando moderne minigonne, mentre il tema della laicità delle Istituzioni si faceva largo, con forza, nelle discussioni che agitavano i caffè del Libano, della Giordania, come quelli di Damasco e del Cairo. Principi di divisione tra Pubblico e Fede che, lentamente, facevano breccia parimenti in alcuni governi del mondo arabo appartenenti alla sfera degli stati non allineati con le grandi potenze dell’epoca (blocco USA ed URSS). Un pianeta, tra contraddizioni e dittature, che provava ad impostare una nuova via per l’Umanità, seppur combattendo quotidianamente contro chi, nel nome degli interessi economici di alcuni, fomentava regimi assoluti e colpi di Stato. Ad Est come ad Ovest una marea fatta di persone si agitava per spezzare catene e poteri antichi nonché assodati da sempre.  Improvvisamente la frenata e la pericolosa inversione del senso di marcia ad “U” da cui sono derivate conseguenze devastanti. L’azzardata manovra ha condotto, improvvisamente, a scenari inversi rispetto ai precedenti. Fatti sconvolgenti che hanno riportato tutte le società civili ai secoli scorsi: a prima della Rivoluzione francese. Di seguito i vocaboli protagonisti di questa “nuova” era sono diventati: “Guerra Santa”, “Guibileo”, “Crociate”, in sostituzione a termini quali “Pace”, “Diritti”, “Uguaglianza”. Espressioni, le prime, collocate all’esatto opposto del neologismo, anzi intrise del sapore tipico della carta d’archivio polveroso.

 

Il salto nel tempo viene solitamente mascherato con atti ed azioni che ne negano l’esistenza: una sorta di verità di comodo il cui uso possa garantire nei destinatari (i soliti cittadini) false illusioni e speranze vane. In questa ottica il termine più usato dai governi, soprattutto in Italia, per camminare all’indietro fingendo di proseguire verso il futuro, è “Riforma”: vocabolo usato ed abusato a sproposito con lo scopo di targare “nuovo” quello che in realtà è “antica prassi del potere assoluto”. Il presidente Renzi è un autentico cultore dell’uso di tale parola, a fini opposti rispetto al suo significato vero. La conferma a tale affermazione giunge dagli innumerevoli campi dell’agire politico: da quello istituzionale, in cui la “Riforma” prevede l’eliminazione del Senato eletto per sostituirlo con uno di nominati (esattamente come accadeva due secoli or sono negli stati preunitari italici); a quello sociale dove con tale parola è stato possibile cancellare, in un sol colpo, anni di innovazioni legislative a tutela della parte più debole nel rapporto lavorativo (ossia, per chi non lo sapesse, i lavoratori).

 

Ad oggi pochi sembrano accorgersi di quali conseguenze possano derivare dalle manomissioni della Costituzione in atto, al contrario nel mondo del lavoro è già alto il numero di coloro che pagano il prezzo delle annunciate “Riforme”. La  nuova normativa del lavoro, dal nome parlamentare anglosassone “Job Act”, ha immediatamente sortito i suoi effetti proprio in casa del governo: a farne le spese, infatti, circa 900 dipendenti (co. co. pro.) impiegati presso il Ministero del lavoro. Centinaia di giovani dal rapporto lavorativo in scadenza e non rinnovabile grazie alla recente legge che elimina proprio tali contratti dal novero di quelli legittimi.  Un paradosso che è giunto sino a Torino dove la riforma delle Province, trasformate in Città Metropolitane, ha mietuto molti dipendenti tra cui in ultimo, per ordine di tempo, 22 precari il cui futuro è, ad oggi, più che mai incerto. Lavoratori senza contratto dal 31 dicembre 2014 ed in attesa, sin dal quella data, di una proroga ad oggi mai giunta.

 

La vicenda dei 22 precari della neonata Città Metropolitana, ente creato solamente per ridurre competenze e personale in capo al vecchio ente provinciale, è emblematica poiché tra loro ben tre lavoratori, a tempo determinato ed inquadrati in una cooperativa, erano asse portante del Centro per l’impiego di Torino: ente alle prese ogni giorno con una marea di disoccupati e da sempre in sotto organico (di almeno 60 operatori). Situazione comune anche agli altri 19 giovani ritenuti, sino alla “Riforma”, indispensabili alle mansioni a cui destinati. La politica subalpina rimbalza la responsabilità, dell’invio a casa dei 22 lavoratori, alla dirigenza amministrativa, dell’ex ente provinciale, indicando nel patto di stabilità la ragione del mancato rinnovo contrattuale. Uno scaricabarile penoso, agli occhi delle vittime e non solo, poiché cartina tornasole dell’assenza di coraggio di chi regge le sorti della super città torinese. Mancanza di iniziativa politica che spicca ancor più guardando a Milano, laddove il sindaco Pisapia, al contrario di Fassino, ha prorogato i contratti dei precari (in numero di 55) per un anno: decisione imposta alla propria burocrazia nell’attesa che il governo vari una disposizione che consenta lo sforamento del patto di stabilità stesso. Disuguaglianza di trattamento raccapricciante: tipica dei tempi in cui regnava l’incertezza, dove tutto si rapportava all’umore benevolo, o meno, del nobile di turno.

 

Negando la Costituzione (vetusta poiché in equilibrio tra spinte liberali e socialiste) i partiti della grande coalizione (Pd e FI) annunciano, dando fiato alle trombe, grandi novità per tutti. Gli enti governativi (come ad esempio l’Inps) illustrano, di continuo, i buoni auspici con cui esordisce la “Riforma del lavoro” e la giustizia che risiede nell’eliminazione del Senato repubblicano. Nel frattempo a Torino, come altrove, alcuni precari attendono che qualcuno, dotato di minima buona volontà, consegni loro la speranza, seppur di breve periodo, di poter ancora mantenere le proprie famiglie.

 

Il potere “dinastico” lavora, tra conflitti e belligeranze mondiali, alla negazione della res pubbica costruita sul concetto di cittadinanza: portare solidarietà ai 22 precari diventa atto, seppur piccolo, a freno del ritorno al passato. Tante azioni di questo tipo forse potrebbero riportare il senso di marcia sociale nuovamente verso il futuro, quello vero.   

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