Acqua Santanna

Il prof che fa la spesa per i poveri

"Non importa da dove vieni, ma il pezzo di strada che facciamo insieme". Per Bruno Ferragatta, 55 anni, torinese e professore di religione, è diventato un motto. E di strada, il suo social market, ne sta facendo tanta: da Torino fino alla Calabria, passando per la provincia di Cuneo, Milano e molte altre città italiane. Ma cos’è un social market? «È un emporio solidale dove le famiglie in difficoltà possono acquistare generi di prima necessità a prezzi ridotti. Funziona sul principio dei gruppi d’acquisto collettivi: acquistiamo la merce direttamente dalla grande distribuzione e, senza alcun rincaro, la rivendiamo a famiglie che ci vengono segnalate dalle associazioni di solidarietà, dai centri d’ascolto o dalle parrocchie. La spesa è di 20 euro, standard, e aiutiamo loro a scegliere in base alla necessità ed eliminando il superfluo. Qui c’è un po’ di tutto: pasta, pelati, olio, caffè, biscotti. Qualcuno paga il conto per intero, altri vengono aiutati dagli enti che ce li mandano». La vera rivoluzione è nel servizio: l’attività, aperta da lunedì a venerdì proprio come un vero negozio, è interamente gestita da volontari: insegnanti, studenti ma anche le stesse persone che fanno la spesa, che in questo modo “restituiscono” un po’ di quel che ricevono. «Dobbiamo aiutare le persone ma senza privarle della loro dignità. Non devono sentirsi “assistite”. Se non hanno un lavoro e i soldi per pagare non significa che non abbiano nulla da darci: hanno del tempo e possono metterlo a disposizione di questo progetto».

 

Cosa spinge un professore a diventare teorico del welfare? «Qualche anno fa, con altri colleghi impegnati come me nel volontariato, ci siamo accorti che la crisi stava cambiando gli scenari: non c’erano più soltanto “i poveri” per definizione, ma famiglie cui l’indigenza era piombata addosso, dopo la perdita del lavoro, una separazione, una malattia. Bisognava inventare un modo nuovo per dare un aiuto a chi non era abituato a chiederlo. E provava vergogna per questa nuova situazione». Così, nel 2012 è nata l’associazione Terza Settimana. Grazie alla partnership con un distributore ortofrutticolo, i volontari consegnano ogni settimana frutta a verdura gratis alle famiglie indigenti. Perché quando non ci sono soldi per fare la spesa, frutta e verdura sono le prime a scomparire dalla tavola. E la malnutrizione dei bambini esce dai confini dell’Africa per approdare al pianerottolo accanto a noi. L’anno dopo è arrivato il primo social market, nello storico quartiere torinese di Borgo San Paolo, primo esperimento nel suo genere in Italia. Il progetto piace, se ne parla e così arrivano i complimenti (e gli aiuti) delle istituzioni, delle fondazioni bancarie, delle aziende private. Nel 2014 dai social market di Torino e Milano sono uscite oltre 10mila borse della spesa e 85mila chili di frutta e verdura. A Torino oggi sono più di 3500 le famiglie aiutate da questo servizio. Persone che avevano un’azienda, un negozio, un tenore di vita agiato e con la crisi hanno perso tutto. Bruno prova a restituire loro almeno la speranza insieme a qualcosa da mettere in tavola.

 

Il grosso del lavoro è in mano ai volontari: sono un centinaio solo a Torino, tra cui moltissimi studenti. «Anche loro guadagnano molto da questa esperienza: si sentono utili e importanti, spesso per la prima volta nella vita». I ragazzi abbandonano lo schermo dello smartphone per vedere esperienze di vita vera. E di difficoltà. «Qualche tempo fa, un ragazzino di buona famiglia arriva da noi per fare volontariato. Il primo giorno, dopo essere andato a consegnare la spesa ad una famiglia numerosa, torna a casa sconvolto dal fatto che vivano tutti in un appartamento che è grande come il salotto di casa sua». Le storie come questa, qui, sono tante. Come si faceva un tempo dal droghiere sotto casa, le persone arrivano, si raccontano, si scambiano ricette di cucina, consigli. E c’è anche qualche lieto fine: «Una signora arrivata qui disoccupata e con una forte depressione oggi ha un lavoro, ha ritrovato la serenità e continua a venire da noi, ma solo per darci una mano. E non mancano famiglie che a un certo punto rifiutano l’aiuto, o chiedono di poterlo dare al vicino di casa, perché nel frattempo hanno di nuovo delle entrate».

 

Dal suo osservatorio, la povertà a Torino esiste? E le risposte sono sufficienti? «Esiste, sì. Ed è un fenomeno che oggi sfugge al controllo, più ampio di come lo si immagina. La nostra, per fortuna, è una città con una grande tradizione di solidarietà e le risposte non mancano. Ma le istituzioni dovrebbero sapersi adeguare ai tempi: danno risposte vecchie, e troppo lente, a problemi nuovi. Sono ancorate alla burocrazia, ai regolamenti. Il welfare deve sapersi reinventare, cercare modelli innovativi, come il nostro. Coniugare pubblico e privato».  Se le chiedessero perché fa tutto questo? «Perché mi rende felice. Vedo la difficoltà ma sorrido anche molto, perché ho la fortuna di trovarmi all’incrocio di tante storie. E ciascuna mi arricchisce un po’».  Nuovi progetti bollono in pentola: «Tantissimi. Siamo appena partiti con una collaborazione con un centro residenziale, che ci permette di cucinare un pasto al giorno per una decina di senzatetto. Grazie alla disponibilità di molti ristoratori torinesi, invece, una volta al mese prepariamo “un banchetto” per le nostre famiglie. I cuochi del ristorante cucinano un pranzo con le materie prime che forniamo loro, i volontari servono a tavola e le famiglie si godono un bel pranzo al ristorante. Al prezzo simbolico di un euro».

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