SANITA'

Psichiatria, la Regione è fuori di testa

Tutti contro la delibera di riordino del sistema. Fioccano i ricorsi al Tar da parte del Comune di Torino e delle associazioni che rappresentano i malati e le loro famiglie. Rischiano il posto 700 psicologi. Commissione ad hoc a Palazzo Lascaris

I mesi appena trascorsi non hanno fatto segnare alcun passo verso lo sgretolamento del muro che, sul fronte del riordino della psichiatria, ancora divide la Regione Piemonte e le associazioni delle famiglie dei pazienti, quelle delle strutture accreditate, ma anche la rappresentanze di categoria del personale medico, fino ad arrivare agli stessi Comuni che, quello di Torino in prima fila, contestano le scelte fatte dall’assessorato alla Sanità, tanto da far partire da Palazzo di Città un ricorso al Tar contro la delibera della Regione. Che sulla questione Piero Fassino stesse affilando le armi lo testimoniava già il voto all’unanimità in Sala Rossa di una mozione che esprimeva parere negativo nei confronti del provvedimento regionale (LEGGI). Ma l’avvertimento evidentemente non bastò per riaprire una trattativa e così ora i due enti si parlano per carte bollate.

 

LEGGI LA DELIBERA DEL RICORSO AL TAR

 

Una iniziativa politicamente rilevante, che vede una giunta di centrosinistra rivolgersi a un giudice contro un esecutivo “amico”.  Certo le vacanze estive hanno rallentato l’attività in corso Regina, ma non è questo il motivo dello stallo di quel confronto richiesto a più voci da chi oggi come estrema ratio ha scelto la strada giudiziaria, contro una delibera che rivoluziona in maniera negativa e inaccettabile il settore psichiatrico, naturalmente secondo la tesi di chi la contesta. Si sono rivolti ai giudici amministrativi la Diapsi (Difesa ammalati psichici) e l’Associazione per la lotta contro le malattie mentali che, oltre ad alcuni vizi procedurali, contestano alla Regione la mancanza di una preventiva consultazione dei soggetti interessati. Nel merito, uno dei provvedimenti decisamente rifiutati dalle associazioni è quello che nega al malato (o alla famiglia) della scelta del luogo di cura. Ha imboccato la via giudiziaria anche una nutrita serie di Onlus, patrocinate dall’avvocato Alessandro Sciolla, il quale nel ricorso evidenzia, tra l’altro, la situazione di incertezza e confusione in cui si trovano le cooperative sociali che operano nel settore e che in seguito alla delibera sono impossibilitate a “pianificare la loro attività o solo a decidere in quale tipologia di struttura potrebbero convertirsi, con il rischio concreto di dover chiudere e licenziare il personale”.

 

Solo nell’ambito delle strutture comprese in Fenascop i dipendenti che potrebbero essere licenziati sono oltre 170. Un rischio, quello legato al futuro occupazionale, paventato anche su altri fronti. Di 700 psicologi che potrebbero perdere il posto parla chiaramente lo stesso Ordine degli Psicologi del Piemonte. “Il riordino del settore della residenzialità è questione delicata – afferma Alessandro Lombardo (foto) presidente dell’Ordine -. Ed ho sempre sostenuto che fosse necessario mettervi ordine. Quel che è certo è che il rischio che si corre è quello di stravolgere un sistema che, pur con  tutte le pecche dovute ad una normativa ormai vetusta e da rivedere (la DGR 357), si poneva comunque nel pieno del solco segnato dalla riforma Basaglia”. Il presidente dell’Ordine degli psicologi lancia una messaggio preciso e diretto alla Regione quando afferma: “Non posso inoltre pensare che, nelle giuste e necessarie azioni di riordino, di governo, di pianificazione di una questione centrale per le politiche socio-sanitarie regionali come la residenzialità psichiatrica, non vi sia, da parte della giunta e del Consiglio regionale, una parallela presa in carico anche dei riflessi occupazionali che tale riordino pone in essere”. E dalle stime fatte, a detta di Lombardo, a rischiare il posto sarebbero non meno di 700 professionisti. Su un totale regionale di oltre 2.300 posti letto (suddivisi in comunità di tipo A, tipo B, comunità alloggio e gruppi appartamento) il contraccolpo occupazione sarebbe notevole: si calcola non meno di 500 unità.

 

Ma non è solo questo il nodo che da tempo gli operatori del settore chiedono alla Regione di sciogliere. C’è anche la questione dei costi: per le comunità alloggio e i gruppi appartamento le spese ricadrebbero sulle famiglie e sui Comuni: Solo per quello di Torino, che ha già contestato aspramente la delibera regionale, si calcola un costo non inferiore ai 10 milioni. Non per nulla, nella delibera approvata a giugno l’Anci regionale ha intravisto i rischi di ulteriori impegni economici per i Comuni nel caso alcune strutture scivolino dal settore sanitario a quello assistenziale. Oggi è il presidente dell’Anci nazionale Fassino che, in qualità di sindaco di Torino, firma la delibera di ricorso al Tar. E a quello di Torino potrebbero aggiungersi altri Comuni allarmati dalle conseguenze finanziarie dell’atto della giunta regionale. Sul quale, per ora, si è fermi al muro contro muro. E difficilmente potrà scalfirlo l’iniziativa del presidente della commissione Sanità di Palazzo Lascaris, Domenico Ravetti, che ha deciso di convocare in audizione il prossimo 7 ottobre tutti i soggetti interessati. Un segnale di distensione, rispetto alla rigidità tenuta fino ad ora in corso Regina. Ma forse nulla più di un segnale.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    22:47 Giovedì 24 Settembre 2015 brizo Li avete votati, godeteveli

    Molti di coloro i quali oggi si lamentano, dimenticano che li hanno pure votati!Ora godeteveli!!!

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