IDEE

Era Stato sociale ora è solo iniquo

La crisi del Welfare tradizionale impone la ricerca di nuovi modelli in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini. Una strada è quella che coinvolge il sistema delle imprese e il volontariato. Un rapporto del Centro Einaudi e le opinioni di Saraceno e Sileoni

Alla fine è sempre questione di soldi. E di tasse. Perché hai voglia a parlare di nuovi e crescenti bisogni da soddisfare, di politiche dell’inclusione da praticare, di “benessere” da estendere quando lo Stato, in tutte le sue articolazioni, ha le casse vuote e i cittadini sono ormai limoni spremuti fino all’ultima goccia. Con la mammella pubblica rinsecchita mungere risorse per il Welfare State è un’impresa. In tutti i sensi. Nel rapporto del Centro Einaudi su quello che i sociologi definiscono “secondo welfare”, presentato questa mattina alla Biblioteca Nazionale di Torino, emerge con forza un consolidamento di tutti quei soggetti – enti, fondazioni, associazioni, società di mutuo soccorso (sono 100 in tutta Italia), piattaforme di crowdfounding (già più di 50) - che sempre più spesso si sostituiscono allo Stato, alle Regioni, ai Comuni.

 

Il settore non profit - centro nevralgico del secondo welfare – è arrivato a contare oltre 300mila organizzazioni, il 28% in più rispetto al 2001, con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%. Compresi i volontari, il settore coinvolge oltre 5,7 milioni di persone. Il totale delle entrate di bilancio delle istituzioni non profit, nel 2014, è pari a 64 miliardi di euro. Bastano queste cifre per comprendere quanto si sia sviluppato negli anni una sorta di welfare complementare. Certo, come fa notare la professoressa Chiara Saraceno, docente di Scienze sociali all’Università subalpina, sotto la definizione di secondo welfare c’è un po’ di tutto e anche nel variegato mondo del non profit esistono molti enti che poi godono di contributi pubblici, quindi possono essere considerati una estensione della mano pubblica.

 

Un ruolo importante in questo settore se lo sono ritagliato le fondazioni bancarie, enti ibridi tra pubblico e privato che spesso vengono utilizzate come bancomat dalla politica locale, con criteri non sempre trasparenti alimentando i sospetti che la loro vera finalità sia quella di surrogare il consenso attorno alle élite power domestiche. Però, in tempi di carestia sono un’autentica manna. A Torino, tanto per fare un esempio, nel 2014 le attività del solo Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo hanno coinvolto più di 13mila beneficiari, di cui quasi 9mila in condizioni di povertà assoluta, con un investimento pari a 16,5 milioni. Ma è solo una piccolissima quota se si pensa che, sempre nel 2015, le erogazioni complessive della Compagnia sono state di 137 milioni di cui 44 per la ricerca e l’istruzione superiore, 16,5 per il patrimonio artistico, 15,5 per le attività culturali, 6 milioni per la sanità e ben 50 milioni per politiche sociali. Altri 53 milioni sono arrivati dall’altra grande fondazione bancaria torinese, la Crt, impegnata nell’ambizioso quanto controverso progetto Ogr. Molte erogazioni anche nella Granda, a opera della Fondazione CrC.

 

Il modello novecentesco di welfare, fondato sul principio dell’egualitarismo, si è basato per anni e continua a basarsi sul prelievo di risorse attraverso la fiscalità generale per redistribuirle attraverso lo stato sociale, con l’obiettivo, nobile quanto utopistico, di riequilibrare le disuguaglianze. Un sistema che ha prodotto un apparato statale ipertrofico e che, quand’anche risultasse giusto dal punto di vista teorico, si è ritrovato a scontrarsi con i vincoli di bilancio degli enti pubblici e più in generale con la diffusa penuria di fondi.

 

“In Italia siamo diffidenti rispetto a tutto ciò che è legato al profitto - fa notare Serena Sileoni, giurista e dottore di ricerca in diritto pubblico comparato alla Bicocca, dell’Istituto Bruno Leoni -. Anche un termine come cooperazione assume un carattere positivo solo se riferito a forme di aiuto gratuito, in realtà resta nobile anche quando c’è un mutuo scambio benefico tra le persone”. La Sanità è uno dei tasti dolenti “e lo sarà sempre di più per questioni anagrafiche relative all’invecchiamento della popolazione e per mantenere dei livelli sempre più alti di qualità della vita”. Per questo occorre “esternalizzare una serie di prestazioni, magari introducendo delle formule assicurative, che non sempre devono essere a carico dell’utente. Così si otterrebbero due risultati: da un lato si alleggerirebbe il peso finanziario per lo Stato, dall’altro si aumenterebbe l’efficienza di determinati servizi attraverso la concorrenza”.

 

Un approccio confutato da chi, invece, continua a preferire una visione di stampo keynesiano della società, sostenendo la necessità che l’ente pubblico non si limiti a dettare le regole del gioco, ma poi scenda anche in campo. Secondo la professoressa Saraceno “deve esserci un livello minimo di welfare garantito dal pubblico, che può essere integrato, ma non sostituito da altri enti che siano profit o non profit”. E per far sì che ciò sia sostenibile “è necessario che tutti paghino secondo le proprie risorse, mentre in Italia abbiamo molti free riders che utilizzano servizi pagati dagli altri”. Non è nel sistema la falla, ma nell’applicazione.

 

Due punti di vista, quelli rappresentati da Saraceno e Sileoni che da anni si scontrano in un paese fortemente imbevuto dalle ideologie statolatriche, che ha sempre prediletto un sistema di welfare centralista, con una spesa pubblica che da oltre mezzo secolo non fa che aumentare.

 

Tra i sistemi che vedono le dirette emanazioni del capitalismo - ovvero le aziende - perseguire eguaglianza e pari accesso ai servizi c’è il cosiddetto welfare negoziale, che coinvolge ormai il 21,7% delle imprese italiane (il 31,3% se si considera anche la contrattazione individuale). Un modello che proprio in Piemonte e in particolare nella provincia di Torino riscopre antiche radici, basti pensare alla Fiat e alla sua mutua aziendale - Malf - che copriva qualsiasi cura. Ognuno possedeva un piccolo libretto azzurro dove lo specialista dell’ambulatorio aziendale annotava meticolosamente ogni malattia dell’assistito. Non era il massimo della privacy, si direbbe oggi. Ma funzionava, e molto bene. Poi arrivò il servizio sanitario nazionale ad assorbire le decine di Malf sparse per la Penisola seguendo la logica egualitaria per cui la salute è un diritto di tutti i cittadini e non un benefit del singolo dipendente. Per non parlare del “comunitarismo” olivettiano, della città che sorge intorno alla fabbrica, come il falansterio di Fourier. Oggi la crisi sembra aver riportato indietro le lancette dell’orologio. Tra le grandi aziende che hanno imboccato la strada del welfare c’è la Luxottica con un accordo integrativo che un anno fa venne considerato un’intesa-pilota. Riguarda gli 8mila operai e impiegati del gruppo a livello nazionale e prevede facilitazioni sanitarie, convenzioni per l’uso di mezzi di trasporto, aiuti per l’istruzione scolastica dei dipendenti e dei loro familiari. Come farà presto la Fca di Marchionne che si è impegnata a pagare gli studi ai figli dei lavoratori. Negli Stati Uniti però.

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