I NOSTRI MAGGIORI

Zanone, un colto “arnese di partito”

Ebbe la sensibilità intellettuale di andare oltre i confini del partito inteso alla maniera novecentesca. In questo senso tutti i liberali, nessuno escluso, “non possono non dirsi zanoniani”. Un profilo culturale di Pier Franco QUAGLIENI

Valerio Zanone è stato uno dei pochissimi politici italiani che sia stato realmente anche un uomo di cultura. Forse la sua vera passione risiedeva nell’impegno intellettuale e sono sicuro che, se si fosse dedicato agli studi, avrebbe fatto la scelta a lui più congeniale. Di Gobetti, Valerio diceva che sarebbe stato, più che un politico, un grande editore europeo, togliendo così al giovane protagonista della Rivoluzione liberale quel mito politico che altri gli costruirono addosso. Egli era un gobettiano che amava Giolitti, un vero e proprio ossimoro. Era aperto al socialismo liberale e vedeva nel liberalismo non tanto il liberismo economico (ricordo le parole di condanna senza appelli del “volgare liberismo” di Giannino), ma le ragioni della democrazia liberale.

 

Una volta, gli obiettai che Giorgio Spini, affermando che il socialismo era il sostantivo mentre liberale era solo un aggettivo, aveva in qualche modo deprezzato il valore del liberalismo. Incominciò da allora una discussione che non è mai terminata e che è stata ripresa tante volte. Il rapporto tra il socialismo ed il liberalismo era sicuramente fecondo e superava i vecchi steccati ideologici, ma la formula lib-lab si rivelava densa di contraddizioni che forse solo dopo la fine del Novecento appaiono almeno parzialmente superate. In una lettera ai dirigenti della Fondazione Filippo Burzio, Zanone scrisse testualmente il 6 novembre 2015: «C’è attorno a noi un mondo che muore: nelle persone, nelle formazioni sociali, nell’appartenenza di ceti, e forse anche nelle idee. Ne nasce un altro…». Oggi quella lettera appare quasi un testamento e l’intuizione della fine di un mondo e di una cultura è assai importante perché coglie un aspetto fondamentale del nuovo secolo dominato da tensioni, guerre, terrorismi, crisi economiche che portano ad archiviare il Novecento, le cui logiche impediscono di leggere le nuove realtà. Sarebbe comunque errato definirlo un “liberal”, perché egli sentì fortemente il richiamo del liberalismo italiano ed europeo.

 

Lo conobbi nel 1967 alla sede del Pli torinese di via delle Orfane, quando era funzionario di quel partito. Al Pli capirono il valore di quel giovane laureato in Estetica con Luigi Pareyson e gli affidarono subito la scrittura di un saggio sulla storia del liberalismo che, pur nella sua formulazione didascalica, non era propagandistico. In nuce in quelle pagine ritroviamo lo Zanone degli anni successivi. Aveva saputo dei miei rapporti con la famiglia di Marcello Soleri e il dialogo fu subito facile, anche se il nostro rapporto si rafforzò e si stabilizzò solo durante la battaglia per il divorzio che combattemmo fianco a fianco. Ancor più si consolidò quando sposai nel 1985 Mara Pegnaieff, che fu partecipe attiva dei primi anni del Centro Einaudi e sua amica. Valerio era entrato nel partito liberale nel 1955, l’anno della scissione radicale di Pannunzio e Carandini , un dato sul quale riflettere per capire il senso del suo schietto liberalismo. E aveva subito dimostrato di saper attrarre dei giovani, una capacità intellettuale seduttiva che mantenne anche negli anni della contestazione giovanile che sembrava aver posto in crisi i vecchi partiti ed archiviato, insieme allo spirito democratico, ogni traccia, anche minima, di liberalismo.

 

L’impegno politico in Regione, in Parlamento, in più Ministeri e come Sindaco di Torino ha impedito a Valerio di lasciare grandi opere, ma i saggi da lui scritti sul liberalismo, sul laicismo, sulle grandi figure liberali da Cavour, a Croce, a Giolitti, sono opere che meritano di essere ripresi. Insieme a Piero Ostellino e a Giuliano Urbani, fu tra i fondatori del Centro Einaudi e della Biblioteca della Libertà, una rivista in quell’epoca molto ricca di fermenti innovativi quanto sobria nella sua veste grafica. Durante la sua segreteria al Pli fece nascere con Paolo Battistuzzi il settimanale L’Opinione che, anche qui, malgrado la sua modestia grafica, rappresentò il più bel giornale liberale dopo Il Mondo di Pannunzio. Scelse di non fare un organo di partito, ma un giornale liberale nel senso più ampio del termine.

 

Zanone insisteva molto sul fatto che il liberalismo non ha delle bibbie ideologiche da seguire, ma è un metodo, secondo l’insegnamento del comune amico e maestro Nicola Matteucci, con cui ruppe ogni rapporto quando Matteucci incominciò a scrivere su Il Giornale che non era più di Montanelli. Rifiutò di venire a ricordarlo al Centro Pannunzio, mentre Pietro Rossi accettò l’invito. Era la sua una concezione “aperta” del liberalismo, direi una concezione “popperiana”, pur con alcuni limiti precisi invalicabili. Valerio capì subito nel 1994 chi fosse Berlusconi, anche se non ostentò mai l’antiberlusconismo feroce di certa sinistra, di cui vide i limiti illiberali. Il suo discorso politico, sempre a metà strada tra politica e cultura, non poteva avere una forte presa su un pubblico distratto.

 

La sua, al di là delle parole, fu una politica di élite rivolta alle persone colte che in questo Paese sono una minoranza esigua. La sua oratoria era sobria, essenziale, ma ricca di contenuti, quanto priva di ogni retorica. Un modo di parlare alle menti senza mai scadere nella demagogia. Un Malagodi di sinistra, meno addentro alle cose economiche, ma sicuramente  più interessato ad altri temi come l’ecologia e i diritti civili Stupì il fatto che non difese Tortora, tratto in arresto in modo ingiusto e infame, pur essendo Tortora consigliere nazionale del Pli. A fare la battaglia liberale per Tortora ci pensò Pannella. Rifiutò sempre la politica spettacolo , le approssimazioni demagogiche, le facilonerie elettoralistiche dei sedicenti liberali alla Berlusconi. Ha ragione Antonio Patuelli quando scrive, nel più bell’articolo su Valerio che ho letto: «Zanone comunque coltivò e insegnò sempre l’uso di un linguaggio “istituzionale”, alto, dotto, ma accessibile, rifiutando sempre il degrado della diatriba violenta e irrispettosa. Il metodo del rispetto delle opinioni altrui, nella solidità delle proprie convinzioni, rimane uno dei più validi insegnamenti di Zanone anche per il domani». Nella voce “laicismo” del “Dizionario di politica” di Bobbio-Matteucci-Pasquino appare una lettura della laicità anche come antidoto al fanatismo politico-ideologico , che va oltre la definizione tradizionale che riduce il discorso ai rapporti tra Stato e Chiesa.

 

Sono stato relatore con lui in decine di eventi e di convegni ed ho sempre notato come egli riuscisse, con pochi appunti su un foglietto, ad improvvisare discorsi e relazioni destinate all’attenzione e al ricordo non effimero del pubblico. Mi rammarico di non aver mai fatto registrare i suoi interventi che meriterebbero tutti di essere raccolti in un libro. Magari altri lo hanno fatto e potrà venirne fuori una pubblicazione preziosa.

 

Valerio è stato anche l’anima della Fondazione Einaudi di Roma (quella che Berlusconi voleva comprare) e poi della Fondazione Burzio di Torino. Soprattutto in quest’ultima ho potuto apprezzare il suo spirito liberale nel dare spazio anche a studiosi lontanissimi dal pensiero di Burzio, che spesso hanno preso il sopravvento. Ricordo al Centro Pannunzio, fra tantissimi altri, i suoi discorsi su Giolitti, Soleri, Croce, Popper, Bobbio, Tocqueville, sempre di altissimo profilo intellettuale e storico. Era una bella tradizione, interrotta dalla malattia, averlo come presentatore degli Annali del Centro Pannunzio, di cui fu collaboratore autorevole. Lui aveva la capacità di leggersi l’intero volume, a volte di oltre 600 pagine, e di farne una presentazione completa e meditata, come nessun altro. In questo senso aveva anche una serietà che faceva pensare al vecchio Piemonte. Come Sindaco, conferì la cittadinanza onoraria a Mario Soldati e il sigillo civico a Carlo Dionisotti.

 

In una sola occasione la nostra amicizia intellettuale ebbe una brusca interruzione, quando nel 2010 egli aderì, forse spinto dalla sua appartenenza massonica, ad un comitato per il centenario della nascita di Mario Pannunzio che voleva egemonizzare le onoranze in modo esclusivo e che il Centro Pannunzio fece abortire, rinunciando ad un cospicuo contributo ministeriale. Ma già all’inizio del 2011 il nostro rapporto riprese come se nulla fosse accaduto, come avviene tra gentiluomini, una parola che forse Zanone avrebbe considerato retorica. Racconto un episodio che potrebbe sembrare un pettegolezzo, ma non lo è perché ci fa conoscere Valerio sul piano umano. C’era un rapporto così leale tra noi che mi portò anche a fargli leggere un’infame lettera a me indirizzata con pesanti insulti nei suoi confronti da parte di un personaggio minore che, in pubblico poche ore prima, lo aveva elogiato in modo servile ringraziandolo per aver accettato di presentare una sua operina. Valerio si stupì e mi ringraziò. Dopo qualche anno, vidi però, incredibilmente, i due nomi di nuovo appaiati in un qualche evento e mi stupì molto per la sua magnanima tolleranza verso una persona così infida ed ambigua.

 

Del suo impegno intellettuale resta soprattutto un libro edito da Rizzoli, L’Età liberale che rappresenta una riflessione sul liberalismo, la democrazia ed il capitalismo di sicuro interesse. Restano anche tanti articoli di giornale: fu, tra l’altro, assiduo collaboratore del supplemento culturale del Sole 24 ore. Fra i suoi scritti vanno almeno citati Diritti degli animali e dei cittadini, Lettere sulla libertà, L’ali alzate. Viaggio nell’ornitologia dantesca, che rivela la sua passione per la Divina Commedia. Un forte interesse rivelò anche per il Canzoniere di Angelo Brofferio, fiero oppositore di Cavour, che Valerio amava citare in piemontese.

 

Io lo considero un maestro oltre che un amico. Il rapporto con lui mi ha portato, giovanissimo, a vedere le cose prima in termini intellettuali e poi in termini politici. Sul piano politico poteva anche essere una lettura dei fatti un po’ illuministica ed astratta, ma nel clima in cui eravamo immersi non c’era altro rimedio, per non morire in una politica politicante di basso profilo, quella che Pannunzio definiva «dei faccendieri». Valerio avrà sicuramente dovuto cedere anche lui al compromesso e l’alleanza con Renato Altissimo, finita in una clamorosa rottura, sta a testimoniare le difficoltà di coniugare cultura e politica, dando il primato alla prima.

 

Poco prima di ammalarsi, mi disse che desiderava lasciare Roma per tornare a stabilirsi a Torino. Mi parlò del romanzo di Soldati Le due città e mi disse che preferiva Torino. La sorte non glielo ha consentito. Non ci sono suoi eredi politici. Certo non lo sono i politicanti cresciuti negli ultimi anni del Pli e che, di fatto, lo abbandonarono. A titolo del tutto approssimativo, l’unico erede che vedo è Antonio Patuelli, che fu vice segretario del Pli con Zanone e che con la rivista Libro Aperto e l’omonima casa editrice, ha dimostrato di sentire il valore della cultura come lo sentiva Valerio. Ma nel caso di Patuelli c’è anche una fedeltà malagodiana che non lo rende uno zanoniano. Anzi, Patuelli ha assunto una sua fisionomia autonoma che lo caratterizza.

 

Zanone si considerava «un arnese di partito» e forse lo fu. Ma Valerio si può anche considerare il capo ideale del «pre-partito» che Benedetto Croce riteneva dovesse essere il partito liberale. Egli ebbe, infatti, la sensibilità intellettuale di andare oltre i confini del partito inteso alla maniera novecentesca. In questo senso tutti i liberali, nessuno escluso, “non possono non dirsi zanoniani”. In modo diverso e in misura diversa, la sua testimonianza liberale è destinata a restare, oltre le meschinità della politica. 

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9 Commenti

  1. avatar-4
    07:36 Martedì 12 Gennaio 2016 partigia Gli amici più amici

    Esso sono stati crudeli ai funerali di Zanone,fingendo anche di piangere ,una lettura ulivista in cui giustificare le loro scelte di oggi con il morto che non può più parlare . Il funerale ha chiuso una pagina non priva di dignità' . Ma gli ex giovani zanoniani sono usciti con la schiena ammaccata dal loro opportunismo funebre. Zanone parlava con molti ed era amico di molti,l'hanno ridotto al loro amico personale . Vergogna . Ripeto, l'unico articolo bello è quello dello spiffero che ,in modo contorto e senza nominarlo ,è stato citato da un relatore ,si fa per dire.

  2. avatar-4
    22:40 Sabato 09 Gennaio 2016 moschettiere Mah

    Tutto bene ma... da non domenticare alcuni aspetti. Zanone fu un liberale come Fini un missino. Lungimiranza politica? Mah, a me pare più che altro trasformismo. Ma la prestidigitazione in politica non paga a lungo, per fortuna. Zanone comprese che il PLI tradizionale (coerente) era fuori tempo e ormai condannato a consensi da prefisso telefonico. Allora? Essendo lui molto più a sinistra che al centro, il salto sull'Ulivo divenne ghiotto. Come Fini che per le poltrone di prima fila fu disposto a tutto e la Le Pen che non ci sarebbe da stupirsi vederla al prossimo festival arcobaleno. Con ciò non voglio certo oscurare la dimensione intellettuale di Zanone, ma qualcuno mi vuole dire bene i risultati pratici raggiunti? La politica deve forse restare nella mera sfera del teorismo intellettuale?

  3. avatar-4
    20:52 Sabato 09 Gennaio 2016 partigia Gli insulti a Pininfarina

    Adesso mi torna alla mente un episodio molto grave accaduto in senato alla votazione sulla fiducia a Prodi. Il senatore a vita Sergio Pininfarina, un liberale che era stato eurodeputato per due legislature e Ciampi nominò per i suoi meriti personali senatore, venne pesantemente e vilmente insultato dal senatore eletto nell'Ulivo Zanone. Furono parole indecenti per un senatore pronunciate in Senato. Un fatto che andava censurato dal presidente del Senato,ma invece non accadde nulla. Una macchia sicuramente sull'immagine anche morale di Zanone

  4. avatar-4
    13:49 Sabato 09 Gennaio 2016 partigia I DELFINI

    Ma chi è Altamura per presidiare in sala rossa la salma di Zanone come fosse il delfino? E' un PD che milita nella sinistra del partito.,se non è diventato ultimamente anche lui renziano. Quando mai ha manifestato di essere liberale ?Potrei capire suo padre che era liberale doc. D'accordo che a rendere omaggio è arrivato anche Diego Novelli.

  5. avatar-4
    12:13 Sabato 09 Gennaio 2016 bombaci Ricordo

    Un Galantuomo.

  6. avatar-4
    11:20 Sabato 09 Gennaio 2016 Bandito Libero era funzionario di quel partito, il Pli

    Questa frase mi ha colpito. Oggi, se lo dici di qualcuno, anche se è vero questi ti denuncia per diffamazione! Lui invece ne andava orgoglioso e fiero. Gli fa molto onore questa cosa. Fa meditare. Per il resto condivido in toto l'intervento di usque tandem ("anziano liberale"? Non l'avrei detto), in special modo sui toni laudativi. Ed anche aver marcato visita quando invece avrebbe dovuto difendere Tortora a spada tratta, fa riflettere.

  7. avatar-4
    10:45 Sabato 09 Gennaio 2016 giogio Ustica

    Su Ustica pero'.........

  8. avatar-4
    09:51 Sabato 09 Gennaio 2016 usque tandem Osservazione da un anziano liberale

    Un bell'articolo da cui si evince, conoscendo dall interno la storia e vita del vecchio Pli che era meglio che Zanone fosse rimasto un intellettuale liberale e basta, come politico fece troppi errori.Prese da Malagodi un partito in crisi, ma dopo un buon avvio lo condusse alla sparizione, facendo in parte errori gestionali e in parte trascurando di vigilare sui suoi seguaci della seconda ora. Il tuo articolo, professore è almeno sincero, sui giornali si leggono toni falsi e eccessivamente laudativi solo perché si trasferì a sinistra (perdendo l'elettorato piemontese, divenne senatore in Lombardia), altrimenti sarebbe stato liquidato con due righe come tanti altri esponenti liberali pari o anche migliori di lui.

  9. avatar-4
    08:55 Sabato 09 Gennaio 2016 partigia zanone

    Ho letto gli articoli di altri giornali, molto sciatti. Questo e' articolo! C'è gente che scrive copiando da internet. Questo è un pezzo che rivela conoscenze profonde e scrive cose non banali. I giovani che lo leggessero capirebbero chi è stato il senatore zanone,ma soprattutto l'intellettuale .

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