Monge

Lettere oltre le sbarre

La corrispondenza tra l'ergastolano e il giudice che gli inflisse la pena raccontata da uno dei due protagonisti, il magistrato Fassone. Dopo 33 anni le porte della cella potrebbero aprirsi, "a 56 anni Salvatore ha ancora una vita da vivere"

“Caro presidente”. “Caro Salvatore”. Le lettere cominciano tutte così. Una corrispondenza lunga ben ventotto anni. A renderla speciale sono i suoi protagonisti: Salvatore è un ergastolano e “il presidente” (del Tribunale) il giudice che sancì la sua condanna a vita. Un dialogo ricco di umanità che oggi è diventato un libro “Fine pena: ora”, edito dalla siciliana Sellerio.

 

Com’è cominciato ce lo racconta “il presidente”. Lui si chiama Elvio Fassone, è un magistrato pinerolese che ha ricoperto incarichi di prestigio (due volte Senatore, membro del Csm) e oggi è in pensione. I due si conoscono nel 1985: Fassone presiede in Corte d’Assise a Torino un maxi processo per mafia, con più di duecento imputati. Salvatore è uno di loro. Si incontrano per la prima volta in privato due anni più tardi: Salvatore chiede di parlare con “il presidente”. È un ragazzo di 27 anni, sa che la condanna è vicina. Ma quell’incontro cambierà per sempre le loro vite.

 

«Non dimenticherò mai quel dialogo - racconta il giudice- Mi chiese: “presidente, lei ha figli?”. Sì – risposi - ne ho tre e il maggiore ha all’incirca la sua età. “Ecco – disse - le volevo dire che suo figlio nasceva dove ero nato io magari adesso era lui nella gabbia. E se io nascevo dove è nato suo figlio magari a quest’ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”. In queste parole vidi una confidenza particolare. Così, dopo la condanna, gli scrissi una lettera. Scelsi anche un libro dalla mia biblioteca, per dimostrargli che i libri andassero “vissuti”, consumati. Era “Siddartha”, di Herman Hesse. Lui mi rispose che leggerlo gli faceva venire un gran mal di testa, ma lo avrebbe finito ad ogni costo. A quella lettura ne seguirono altre e altre ancora: Salvatore sembrava aver trovato il suo obiettivo. Cominciò a frequentare tutti i corsi messi a disposizione dal carcere e, una volta terminati, mi inviava la fotocopia del diploma». “Caro presidente”, “Caro Salvatore”. Il dialogo scandisce anno dopo anno le loro vite e diventa uno scopo per Salvatore e un momento irrinunciabile per il giudice. Fino alla lettera più dolorosa. “Caro presidente - scrive un giorno Salvatore - ne ho combinata una delle mie: mi sono impiccato”. Un tentativo di suicidio sventato da una guardia carceraria che però colpisce profondamente il suo interlocutore. «Quel giorno capii che le sue forze erano allo stremo e che tutto quel che potevo fare, per aiutarlo, era raccontare la sua storia, farlo uscire dal dimenticatoio». Così, le lettere diventano un libro e Salvatore, naturalmente, è il primo a leggerlo. «Mi disse che gli era piaciuto e lo aveva fatto un po’ piangere e un po’ sorridere, perché gli erano tornati alla mente episodi che aveva dimenticato. In fondo, tra di noi si è creato un legame. Una volta mi scrisse che nella sua vita, in mezzo a tanto dolore, c’erano state solo due cose belle: la fidanzata, che lo ha accompagnato per vent’anni e l’incontro con me».

 

Ma come convivono queste due anime, quella del giudice severo che applica la legge e quella, per così dire, di amico dell’ergastolano?«C'è un salmo nella Bibbia che dice che giustizia e pace si danno la mano. Io penso questo: il giudice fa rispettare la legge, punisce il reato, il comportamento. Ma il condannato non è tutt’uno con quel che ha commesso. Lì comincia l’attenzione alla persona, che è una cosa diversa». Per Salvatore le lettere sono state uno scopo per andare avanti. E per lei? «Difficile dirlo senza scadere in melensi romanticismi. Abbiamo camminato insieme e, forse, così come lui mi aveva chiesto all’inizio, sono stato un po’ padre. Di certo mi ha insegnato che piccoli gesti, come lo sono stati le mie lettere, possono dare grandi frutti».

 

“Fine pena: ora”. Perché questo titolo?«Si richiama ai fascicoli giudiziari dove, in caso di ergastolo come quello di Salvatore, era riportata la locuzione “fine pena: mai”. Quel che mi auguro invece è che Salvatore possa ora usufruire di ciò che il nostro ordinamento prevede: ha scontato 33 anni e i termini sono maturi per richiedere un regime di semilibertà o addirittura la libertà condizionale. Oggi è un uomo di 56 anni, ha pagato il suo debito e fuori ha ancora una vita da vivere». Continuerete a scrivervi, anche quando sarà fuori dal carcere? «Se lui lo vorrà, certamente. Io lo farò con piacere».

 

Elvio Fassone

Fine pena: ora

Sellerio Edizioni, Palermo 2015

pp. 224, euro 14,00

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