MEMORIE

Monti, “sopravvissuto” al Sessantotto

A cinquant'anni dalla morte del venerato maestro l'eredità più significativa è la sua concezione della scuola. Va riletto e ristudiato, liberandolo dalle frasi fatte e dalle fastidiose celebrazioni - di Pier Franco QUAGLIENI

Nel 1966, 50 anni fa, moriva a Roma Augusto Monti. Il mitico professore del Liceo d’Azeglio di Torino che appartiene alla storia della scuola torinese oltre che far parte del mito antifascista subalpino, e non solo, che rese famoso quell’istituto anche per gli allievi cresciuti dal maestro, da Mila a Fusi, che a loro volta, ne crebbero la fama. Una pagina di storia torinese che attende ancora lo studioso che la affronti con il distacco necessario. Molti famosi licei italiani hanno avuto il loro storico, il liceo d’Azeglio no. Se ne è scritto moltissimo qua e là, ma quasi sempre senza intenti seriamente storici. Quel liceo ebbe anche docenti fascisti che non furono così negativi come l’oblio loro riservato lascerebbe intendere.

Due anni dopo nel 1968 sarebbe cominciata la contestazione studentesca, ma nel ’66 la scuola appariva in parte cristallizzata nelle sue vecchie strutture, secondo molti, distaccate dalla società. Era tuttavia una scuola perfettamente funzionante, con professori selezionati attraverso pubblici concorsi, presidi in grado di governare le scuole loro affidate. La disciplina in classe era un fatto assodato e le famiglie erano perfettamente collaborative con i docenti. Certo l’asse culturale della scuola crocian-gentiliana si rivelava già in crisi perché i ritocchi democristiani successivi al fascismo erano stati incapaci di andare oltre una riforma coerente e coraggiosa come quella attuata da Gentile. Non c’era, nel 1966, neppure il sentore di quello che poi sarebbe accaduto. Iniziò alla fine del 1967 a Palazzo Campana.

Durante la stagione del ’68, Augusto Monti apparve subito un educatore superato, malgrado le sue antiche battaglie per cambiare la scuola lo collocassero in quella posizione democratica e progressista che fu sua. Ricordo che all’Università, proprio nel ’68, Italo Lana, difendendo con coraggio Vincenzo Ciaffi che aveva subito una volgare e ingiustificata contestazione, ci invitò a leggere Scuola classica e vita moderna di Monti, un libro, allora, certamente controcorrente rispetto al tentativo, rozzo e semplicistico, di liquidare la cultura classica come un prodotto di un passato da rifiutare. Anche un uomo di sinistra come Ciaffi venne contestato e alla rivolta studentesca governo, sindacati, università, docenti seppero rispondere solo con il facilissimo demagogico e il permissivismo che via via desertificò gli studi.

In Monti e nelle sue battaglie per la scuola, troviamo tanti spunti che inducevano a riflettere, molto prima del ’68, sulla necessità di un aggiornamento pedagogico, salvando la qualità. Fu uno degli esponenti della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie, fin dai primordi salveminiani, ritenendola la sua “scuola di pedagogia” capace di fargli  apprendere il mestiere di insegnare.

Basterebbe rileggere I miei conti con la scuola per rendersi conto di come in lui, fin dagli albori del secolo scorso, fosse ben visto e sentito il problema del rinnovamento della scuola, andando oltre la riforma Casati che aveva creato la scuola italiana dopo il 1861. Remo Fornaca ha così sintetizzato le battaglie scolastiche di Monti: “Defascistizzazione della scuola, autonomia scolastica, raccordi fra scuola e territorio, decentramento amministrativo e scolastico, lotta alla gestione burocratica e fiscale, serietà degli studi, rinnovamento dei metodi e dei contenuti, scuola popolare, rapporti fra scuola e lavoro”. Temi che, come si può vedere, non sono molto lontani dalla “buona scuola” di matrice renziana. Addirittura Monti nel 1911 si poneva il problema dell’educazione sessuale a scuola, sostenendo l’opportunità di “trarre i fenomeni del sesso da quella torbida, impura e malsana penombra” in cui tenta di relegarli il conformismo perbenista. Come si può vedere, Monti anticipava i tempi con una lungimiranza che stupisce in un uomo che giustamente il suo biografo, Giovanni Tesio, definisce “all’antica”.

Con il ’68 tutto sarebbe dovuto cambiare, ma in effetti tutto rimase quasi inalterato, anzi il livello della scuola finì di precipitare verso il basso. Non si capì infatti che scuola di massa non doveva significare un abbassamento del servizio scolastico, ma doveva garantire a tutti  “i capaci e meritevoli”, come sancito dalla Costituzione , il diritto allo studio e l’eguaglianza nei punti di partenza. In effetti si confuse il diritto allo studio con il diritto al titolo di studio che divenne così sempre più squalificato.

Si potrebbe dire che Augusto Monti sapeva guardare lontano, mentre i falò “rivoluzionari” del ’68 erano riusciti, al massimo, a bruciare i vecchi banchi tarlati, senza modificare, in meglio, nulla di sostanziale. Anzi, se confrontassimo le sue idee con quelle apparentemente più avanzate di Don Milani, l’autore della celebre Lettera a una professoressa (che costituì il piccolo vangelo della contestazione contro la scuola di Stato), ci accorgeremmo che Monti andava al di là delle mode passeggere. Per altri versi, Monti, rispetto al ’68, credo che si sarebbe egli stesso considerato polemicamente un “sopravvissuto”, come capitò a tanti uomini di sinistra come Venturi e Garosci.

L’idea montiana di una scuola seria, resa qualificata da insegnanti preparati e reclutati in modo severo, di una scuola laica, aperta al confronto critico e ispirata agli ideali della tolleranza, è l’esatto opposto della scuola che ha reclutato i suoi docenti senza concorso, ha svalutato lo studio del latino fino a renderlo una stanca e burocratica farsa e ha, per anni, tollerato la violenza fisica e psicologica all’interno delle stesse aule. Morto due anni prima della “rivoluzione” studentesca, egli ci ha lasciato un’idea di scuola, tutto sommato, ancora oggi abbastanza viva. Soprattutto egli continua a insegnarci che la via delle riforme passa attraverso un costante e duro impegno che ha poco da spartire con le momentanee ubriacature ideologiche, richiamandoci alla necessità di cambiare la scuola, senza sradicarla dalla sua migliore tradizione: Scuola classica e vita moderna che sono ancora oggi temi su cui confrontarci, anche se le idee di Concetto Marchesi e di Monti sembrano essere evaporate. Internet ha in qualche modo dato il colpo di grazia a quel tipo di scuola. Peccato che questo libro Monti lo abbia scritto nel 1920 e che oggi i suoi libri vengano, dopo anni di oblio, stampati da piccoli editori, dopo che Einaudi si rifiutò di ristamparli.

Monti è stato, dopo la parentesi salveminiana che lo portò a partire volontario per la Grande Guerra, un gobettiano di stretta osservanza che sentì lo scolaro Piero come un maestro. C’era in lui anche un crocianesimo che mal si combinava con il suo salveminismo primo ‘900 e, successivamente, con il filo comunismo settario abbracciato dopo la II Guerra Mondiale.

È stato anche  autore di un “curioso libretto” (così lo definì Bobbio), Realtà del partito d’Azione che il filosofo mi rimproverò di aver collaborato a ripubblicare. In quelle pagine uscite nel 1945 Monti sosteneva in modo apodittico e piuttosto fantasioso che il nuovo partito liberale era il partito comunista. Un’affermazione impossibile da accettare. Nel 1948 aderì al fronte popolare social-comunista, come quasi tutti i gobettiani torinesi. Nel 1956 sul settimanale Rinascita scrisse una lettera a sostegno dell’invasione dell’Ungheria che suscitò forte dissenso anche tra i suoi vecchi scolari e che resta una macchia piuttosto vistosa. Fu anche autore di romanzi totalmente dimenticati anche perché esprimevano un vetero piemontesismo che, da  molto tempo, si rivela totalmente legato a un mondo scomparso per cui è difficile sentire nostalgia. Ma sarebbe disonesto giudicarlo in base a posizioni politiche che in lui non furono mai oggetto di una riflessione adeguata e meno che mai sarebbe giusto considerarlo un romanziere. In politica Monti fu un moralista privo di una cultura politica di un qualche rilievo.

Fu essenzialmente un professore che seppe fare bene il suo mestiere, tenendo alta, in anni di dittatura, la fiammella della libertà. Ho frequentato tanti suoi ex allievi, noti e meno noti, che hanno avuto Monti come professore. Luigi Firpo, in privato, non lo riteneva un grande professore, come invece Massimo Mila e Giulio Einaudi, ad esempio,  che lo consideravano un maestro ineguagliabile. Secondo Firpo Monti insisteva sempre sugli stessi autori, in primis Dante, senza seguire un percorso letterario omogeneo e coerente. In fondo più che un professore di letteratura italiana, fu anche come docente soprattutto un moralista, una sorta di direttore di coscienze dei suoi alunni.

Emanuele Artom, il giovanissimo partigiano che morì alle Nuove di Torino dopo le violenze bestiali subite in seguito alla cattura, resta uno dei più alti esempi etici del Montismo vissuto fino alle estreme conseguenze. Fusi lo ricorda con affetto. Leone Ginzburg, altro martire dell’antifascismo, fu suo allievo fedele. Cesare Pavese, al di là dei miti, non seguì certo il maestro, se consideriamo il suo taccuino in cui rivela simpatie per la Germania nazista, un taccuino che Gian Carlo Pajetta ritenne che andasse bruciato e non pubblicato, secondo una visione stalinista volta a occultare la verità.

Nel 1994 al Liceo d’Azeglio, preside Giovanni Ramella, venne presentata la sua opera ripubblicata in quell’anno. Nell’Aula Magna a lui intitolata, insieme all’ex sindaco Diego Novelli e a Maria Valabrega che avrebbe scritto dell’incontro, c’erano, al massimo, venti persone. Significava l’oblio del venerato maestro da parte degli studenti di quel liceo e dei loro professori. L’unica docente presente era Giuliana Cabrini Cordero, famosa per il libretto Alla mia prof. con rabbia e per le sue battaglie radicali all’epoca del divorzio.

Mario Gliozzi, storico della scienza, presidente nazionale della Fnism quando io, giovane professore, gli proposi di intitolare la sezione torinese di cui ero diventato presidente, a Monti, mi consigliò di desistere, dimostrando di non apprezzare l’aureola che era stata messa attorno al volto del “Prufe”, variante dialettale e affettuosa dell’odierno “prof”. Sua figlia Luisotta con cui intrattenne un carteggio dal carcere che rappresenta forse la cosa più viva e fresca che egli ci abbia lasciato, si iscrisse al Centro Pannunzio, dicendomi con franchezza che lo faceva per l’amicizia che aveva per Firpo e Vanna Nocerino. Partecipò a qualche incontro e capì definitivamente che le nostre strade non era inconciliabili, ma erano sicuramente molto diverse. Era una comunista convinta e militante, impermeabile al dubbio critico. Nella scuola media dove insegnò per tanti  anni lasciò un’eredità più politica che culturale, all’insegna di una visione ideologica totalizzante.

A 50 anni dalla morte, Monti va riletto e ristudiato, liberandolo dalle frasi fatte e dalle fastidiose celebrazioni di cui è stato oggetto e che forse egli stesso non avrebbe gradito. In gran parte la sua opera non può essere salvata, ma un certo spirito di rigore morale profuso nella scuola italiana va recuperato come esempio ai docenti di oggi più attenti ad una conquista sindacale che alla formazione dei propri allievi. Lui sentì l’insegnamento come una vocazione, molti professori odierni lo vivono come un mestiere a cui sono costretti dalla disoccupazione intellettuale. La differenza c’è e purtroppo si vede.

quaglieni@gmail.com                                                

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