SCIUR PADRUN

Confindustria e Api addio, “non ci rappresentate più”

Vitelli molla gli ormeggi e guida la scissione della nautica da viale dell'Astronomia: "Organizzazione senza idee, appiattita sulle posizioni del governo". Ed è secessione anche tra i piccoli di Confapi: in 60 danno vita a Confimi

Strutture elefantiache, prassi vetuste, un ginepraio di cariche e poltrone lottizzate con metodi da manuale Cencelli, mentre la tanto attesa e auspicata riforma si perde tra le maglie della burocrazia. Così le associazioni datoriali assorbono il peggio di quel che contestano a governi e politica e, come loro, perdono consenso.

In questi giorni si sono registrate in Piemonte le prime scosse telluriche che minacciano di estendersi e demolire, dalle fondamenta, due pilastri della rappresentanza “padronale” come Confindustria e Confapi (l’associazione delle piccole imprese). A levare gli ormeggi e salpare verso nuovi lidi c’è Paolo Vitelli, tra i numeri uno della nautica italiana, con la sua Azimut-Benetti che produce yacht. Seguendo le orme di Sergio Marchionne, ha abbandonato definitivamente viale dell’Astronomia assieme ad altre quindici aziende del settore, dopo mesi di tira e molla in cui i rapporti sono stati sempre al limite della rottura. Ora sua figlia Giovanna rappresenta l’azienda come vicepresidente in “Nautica Italiana”, associazione fondata da un anno e che annovera i principali player nazionali del settore, a dimostrazione che il divorzio è stato meditato e la nuova organizzazione serve a traghettare le aziende lontano dai lidi romani. Per Vitelli ormai, in via dell’Astronomia, c’è “una struttura senza idee che trae legittimazione dall’appiattimento totale sulle politiche del governo Renzi”.

Parole durissime, soprattutto perché pronunciate da chi, come il patron di Azimut, ha frequentato per anni le alte sfere del sistema confindustriale e ricoperto incarichi importanti prima di essere eletto in Parlamento con la montiana Scelta Civica, nel 2013, salvo dimettersi due anni più tardi per tornare sulla tolda aziendale. Un campanello d’allarme di cui dovranno farsi carico i vertici locali come quelli nazionali. Non è un segreto, infatti, che un pezzo significativo dell’Unione industriale di Torino preferisse Alberto Vacchi a Vincenzo Boccia nel testa a testa per la presidenza nazionale, in dissenso con la rotta zigzagante imposta da Licia Mattioli e dal numero uno dei Giovani Marco Gay. Vitelli non ha mai fatto mistero della sua propensione per Vacchi e anche il presidente di Amma, che associa le aziende metalmeccaniche subalpine, Alberto Dal Poz era schierato con l’industriale bolognese. L’esito di quei giorni convulsi è stato che l’Unione torinese è saltata a bordo con di Boccia, la Mattioli ha ottenuto la conferma a una vicepresidenza nazionale, gli industriali torinesi si sono ritrovati divisi. Dal Poz ha rinunciato, anche per ragioni famigliari e professionali, alla successione di Mattioli e ora il nuovo presidente designato, Dario Gallina rischia di cuocere a fuoco lento in un brodo che non è certo di giuggiole.     

Vitelli si fa interprete di un malessere che a suo avviso è assai diffuso tra gli iscritti di Confindustria. “La decisione di lasciare – si legge in una nota congiunta diffusa da Azimut a nome di tutti e quindici i marchi che hanno lasciato l’organizzazione - è motivata dalla ormai prolungata mancanza di attenzione e servizi al comparto nautico da parte di questa Confindustria, che si limita a svolgere un’attività di supporto sindacale per le aziende a fronte di cospicui contributi. Tale disattenzione si è addirittura manifestata in modo scandaloso con la mancata implementazione di una federazione di scopo, più volte annunciata, che avrebbe dovuto raccogliere tutti gli operatori del settore”. Anzi, per contro, è stata designata al vertice di Ucina – la Confindustria Nautica – Carla De Maria, direttore generale del gruppo Bénéteau, diretto concorrente dei marchi del Made in Italy. Ma è più generale la critica del patron di Azimut: “La verità è che Confindustria avrebbe bisogno di una riorganizzazione complessiva, che certo non potrà attuare chi è stato eletto per custodire lo status quo e per rappresentare i suoi grandi elettori, a partire dalle aziende di stato” dice Vitelli, il quale nel suo mandato da parlamentare mise nero su bianco un business act che poi non venne approvato, un piano che “avrebbe dovuto produrre e imporlo al dibattito pubblico Confindustria”.

Anche tra le piccole imprese i problemi sono piuttosto grandi. A lasciare Confapi sono una sessantina di imprese della manifattura, raccolte sotto la sigla di Confimi Industria Piemonte, un fatturato aggregato di oltre 150 milioni di euro e più di mille addetti operanti nei settori dell’Ict, Chimico-Gomma-Plastica, Legno, Edile e Metalmeccanico. Uno scisma, guidato da Clay Audino, classe 1976, già presidente di Confimi Industria Digitale Lombardia e amministratore della Betacom, azienda specializzata nella progettazione, realizzazione e integrazione di sistemi informativi aziendali, nata a Torino nel 2002 e che oggi dà lavoro a 300 addetti.

“Abbiamo dato vita a un progetto grande e innovativo. Confimi Industria Piemonte nasce per essere veramente qualcosa di nuovo, e per porre a livello regionale concetti quali semplificazione, credito e finanza e rappresentanza” dice il presidente dell’organizzazione in fasce Audino, che profetizza organizzazioni più “snelle” e smart per andare incontro agli iscritti, “evitando le liturgie e le prassi dei vecchi corpi intermedi”. Un’organizzazione che a quanto pare gode anche della benevolenza di Matteo Renzi, come conferma l'invito a prendere parte all’ultima missione a Cuba in una delegazione in cui Confapi non figurava.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    21:41 Mercoledì 27 Luglio 2016 tandem È vero

    Vitelli ha perfettamente ragione, confindustria: vecchia e poco efficiente.... Api sulla stessa strada... i sindacati si assomigliano ormai tutti sia padronali che dei lavoratori......

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