Monge
MEMORIA (CON)DIVISA

Allara, un Magnifico giurista

Dopo tanti anni e tanto ostracismo si comincia a fare i conti con la figura di questo intellettuale che si oppose con coraggio e con fermezza alla contestazione sessantottina. L’inedito messaggio di Jemolo – di Pier Franco QUALIENI

Nella primavera 2002 venne ricordato il centenario della nascita di Mario Allara, giurista insigne, Magnifico Rettore dell’Università di Torino per molti lustri. Un ricordo importante che sarebbe stato impensabile anche solo qualche anno prima perché la faziosità di certi suoi ex colleghi universitari lo avrebbe impedito. Allara, per il suo carattere cristallino e intransigente e a volte implacabilmente ironico e sferzante, lasciò infatti dietro di sé molti nemici.

In una pubblicazione del Comune di Torino, curata da chi scrive negli anni Novanta e riguardante i grandi personaggi sepolti nel Cimitero Monumentale, il nome di Allara venne brutalmente censurato da un funzionario che poi seppi essere stato da lui bocciato all’Università. Piccole miserie umane. Nell’ultima edizione di quel libretto ho potuto ripristinare, com’era giusto, il nome di Allara tra i grandi torinesi del Novecento sepolti al Monumentale.

Nel 2002, dopo aver ricordato il fatto che Allara venne accusato di connivenza nel cosiddetto «scandalo dei camici bianchi» alle Molinette e trascinato sul banco degli imputati, sostenni come fosse necessario riparare in qualche modo al grave torto che un uomo integro come lui subì, senza riuscire, a causa della sua morte, a dimostrare la sua innocenza. Egli, fiero della sua totale innocenza, si rifiutò persino di nominare un avvocato di fiducia e si avvalse del difensore d’ufficio. Chiunque lo abbia conosciuto (e chi scrive lo conobbe e lo frequentò e nel ’69 ebbe da lui anche una sua intervista) sa che si trattava di un grande studioso dotato di un’alta moralità kantiana, di un vero gentiluomo piemontese e di un autentico maestro.

Dopo un mio articolo in proposito, il Magnifico Rettore Rinaldo Bertolino mi scrisse in privato, assicurandomi che l’Università di Torino avrebbe ricordato lo studioso e il Rettore dell’Ateneo. Mi fece piacere apprendere che l’Università di Torino gli avesse dedicato un convegno e soprattutto gli avesse intitolato una sala importante del Rettorato. Si è trattato di un atto quasi dovuto che sarebbe toccato ai predecessori di Bertolino, ma va dato atto a quel Rettore di aver avuto il coraggio di rompere la congiura del silenzio nei confronti di Allara, dopo che per molti anni la sua persona era stata oggetto di attacchi ingenerosi anche da parte di molti suoi colleghi universitari, per non dire delle campagne di stampa volte a demolirne la figura. In questo brillò anche un giornalista che - mi disse Allara - era stato un altro suo allievo ripetutamente bocciato all’esame. Si trattò di veri e propri killeraggi mediatici che fecero scuola nel giornalismo italiano e crearono un genere scandalistico che non fa onore al giornalismo italiano.

Resta comunque inspiegabile il fatto che i giornali non abbiano parlato dell’evento e dell’intitolazione di una sala al nome di Allara. Ovviamente anche il centenario della nascita di Allara passò quasi del tutto inosservato. I tempi erano cambiati e dal killeraggio nei confronti di Allara si passò al silenzio di norma riservato a chi è scomodo anche dopo morto.

Forse solo pochissimi, dopo tanti anni, sono in grado di incominciare a fare i conti con quella storia che richiede distacco e onestà intellettuale. Se si affrontassero con serenità le vicende universitarie di quel periodo rovente, figure come quelle di Allara, che si oppose con coraggio e con fermezza alla contestazione, ne uscirebbero bene, a testa alta. Ricordo personalmente di averlo visto passare sorridente, direi indifferente, tra due ali di studenti che lo insultavano alzando il pugno chiuso, dimostrando una calma olimpica, quasi non li sentisse e non li vedesse.

Di recente ho avuto modo di prendere visione di un biglietto di Arturo Carlo Jemolo a lui indirizzato quand’era già ricoverato in ospedale. La fedele cameriera, Giulia Malpassuto, che lo assistette anche negli ultimi mesi, portava al capezzale del professore la posta ogni giorno. Arrivò anche il biglietto di Jemolo. Allara aveva dato ordine di bruciare la posta dopo la sua morte. Vedendo la profonda commozione che suscitò quel biglietto nel morente (che commentò: “Esistono ancor oggi persone oneste !”), disobbedì parzialmente agli ordini e lo trascrisse, avendo capito l’importanza di quel messaggio che oggi posso trascrivere perché la nipote Maria Luisa Tenaglia me lo ha concesso. «Caro Allara, - scriveva il sommo giurista romano che era stato rettore dell’Università di Roma - la mia piena solidarietà. Inutile ti dica perché… Questo nostro povero Paese, con la sua cieca magistratura che un po’ si muove su moduli, un po’ è abbacinata dalla sete di potere, dà sempre più l’impressione di essere quello descritto nelle pagine di “Pinocchio”, in cui i delinquenti sono posti in libertà e i galantuomini tenuti in ceppi. Mi spengo in un’Italia così diversa di quella povera e pulita in cui sono nato. Tuo Jemolo».

È l’indignata, tagliente protesta di un vecchio che, forse, non sapeva di scrivere a un amico che stava per morire. Il duro giudizio di Jemolo, di solito sempre molto equilibrato nei suoi scritti, non va ovviamente preso alla lettera perché andrebbe riconosciuto il fatto che gran parte dei clinici indagati venne assolto e i restanti vennero riconosciuti innocenti in appello. Un titolo d’onore della Magistratura torinese che va riconosciuto e che Jemolo sicuramente avrebbe considerato.

Allara era un uomo severo e dolce nello stesso tempo, come dimostrano i suoi rapporti con i tanti nipoti. Sempre Maria Luisa Tenaglia ricorda che spesso rievocava gli anni di quand’era bambino e amava citare “Pan e pruss, e marcé scola”. Aveva avuto un’infanzia difficile con gravi problemi di salute e un’educazione rigida, resa necessaria soprattutto in una famiglia molto numerosa come la sua. Laureato nel 1924, ebbe la chiamata come professore incaricato nel 1927. Nel 1930 era già professore ordinario a Parma, poi venne chiamato a Genova e dal 1934 al 1972 insegnò a Torino. Una carriera straordinaria per quegli anni.

Don Alberto Prunas Tola, un mio amico che fondò a Sauze d’Oulx l’indimenticabile Casa Laetizia, centro vivo di cultura libera negli anni tra la fine dei '60 e i '70, uomo aperto, ma fermo su alcuni principi che aveva appreso da suo padre Vittorio, mi parlava della grande umanità di Allara e mi esortava a vederlo al di là dalla vulgata creata da parte dei suoi studenti. Mi diceva che era uno dei pochi maestri che aveva incontrato sulla sua strada di studente. Allara come Jemolo era un uomo dell’Altra Italia, quella a cui dobbiamo  disperatamente  continuare a guardare per vedere con un briciolo di fiducia il futuro.

quaglieni@gmail.com

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2 Commenti

  1. avatar-4
    18:37 Domenica 31 Luglio 2016 tandem Grande ma difficile

    Non ho avuto la ventura di conoscerlo, ma frequentando giurisprudenza negli anni 70, vivo era ancora il ricordo tra docenti e assistenti. Era il ricordo di un eccessivo rigore al limite dell'arbitrio. E a riguardo del campo giuridico quando un teoria era complessa e poco chiara si diceva che era "allariana". Senza dubbio un grande e onesto personaggio, ma di certo difficile, in modo tale che scatenò potenti rancori. Comunque è giusto che lo si ricordi è tra i grandi nel nostro ateneo. Dopo altri personaggi hanno avuto carattere peggiore del suo, ma scarso valore accademico.....

  2. avatar-4
    16:02 Domenica 31 Luglio 2016 Perdincibacco Dio ce ne scampi

    Un futuro "a misura di Allara" sarebbe soltanto un ritorno a un passato di cui ci siamo fortunatamente liberati.

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