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MEMORIE

Gozzano resta il “nostro” poeta

A cento anni dalla morte, nonostante i lodevoli tentativi di esportarne oltre Oceano la fama, rimane inscindibilmente legato al Piemonte. Con laica ironia attraversò le contraddizioni dell'epoca - di Pier Franco QUAGLIENI

Le manifestazioni del Centenario di Guido Gozzano, morto nel 1916, in piena Grande Guerra (quando molti suoi amici poeti partirono per il fronte), rappresentano per il Piemonte un motivo  di particolare interesse perché egli, al di là del tentativo lodevole  di esportarne  il nome persino oltre Oceano con una lectio magistralis del Rettore Gianmaria Ajani,resta una realtà tipicamente subalpina. Il Comune Agliè, dove il poeta è sepolto, molto opportunamente terrà delle iniziative che lo ricorderanno in modo adeguato. Anche a Villa “Il Meleto”, dove il poeta andava d’estate, sarà sede di incontri in settembre. Questi forse saranno i momenti più veri delle iniziative centenarie perché più legate all’ambiente vissuto dal poeta che all’accademia.

Mi è capitato di tenere conferenze in questi mesi fuori Piemonte seguite da letture poetiche di Gozzano (per quanto storico, non ho mai dismesso gli studi gozzaniani) e mi sono reso conto di come  dopo cent’anni, il poeta sia colto ed apprezzato dal pubblico dei lettori soprattutto in Piemonte. È un fatto con cui bisogna fare i conti nel Centenario, al di là dell’amore che possiamo provare per Gozzano. Ho anche notato, parlando in una città ligure che frotte di ragazzi, quasi dei branchi, oserei dire, attraversavano la piazza dove si ricordava Gozzano con splendide e scelte letture, nella più assoluta, evidente indifferenza. Neppure uno si è fermato un attimo, anzi non ha neppure rivolto lo sguardo al palco. Forse è responsabilità della scuola che liquida in poche parole il poeta torinese, ma forse è proprio Gozzano che non riesce a esprimere nella sua ironica colloquialità nulla che piaccia ai giovani d’oggi che amano le parole forti e urlate delle canzoni e non riescono ad apprezzare la sua tenue poesia, potremmo dire, “scritta con il lapis”. Forse, in futuro, magari, potrà cambiare, ma oggi è così. Le fortune dei poeti sono sempre imperscrutabili.

Morì il giorno della conquista di Gorizia, il 9 agosto 1916. Le campane delle chiese torinesi festeggiavano la vittoria delle truppe italiane dopo aspri combattimenti che vennero considerati dei veri e propri massacri. Carola Prosperi, una delicata scrittrice torinese forse ingiustamente dimenticata, ha descritto il momento del trapasso così: «In quell’agosto il caldo era atroce; di continuo, intorno al volto emaciato del morente, qualcuno agitava un ventaglio; al minimo fruscìo egli trasaliva dolorosamente, con i nervi straziati e diceva: “Sono ben fortunato io. Muoio nel mio letto, mentre tanti giovani muoiono in trincea, lontani dalla casa e dalla mamma”». Quel riferimento alla mamma è molto gozzaniano e va anche ricordato che impedirono l’accesso al moribondo ad Amalia Guglielminetti a cui il poeta era stato legato affettivamente e con cui ebbe un lungo, intenso scambio epistolare. Marina Rota che per il centenario ha pubblicato un originalissimo libro di raffinati versi simil-gozzaniani Amalia, se voi foste uomo, con una bella prefazione di Vittorio Sgarbi, ha così sintetizzato in modo fulmineo la morte del poeta: “Grida esultanti esplodono, là fuori. / Gorizia è vinta, persa è la mia vita”.

Anche se rimpiangeva i tempi eroici del Risorgimento, il tempo del sacro del risveglio, Gozzano vedeva nella patria una parola che i retori avevano reso “nauseosa”. Al di là della malattia, Gozzano non sarebbe partito per il fronte. Scrisse anche una poesia pacifista dal titolo significativo: La messaggera senza ulivo.

Franco Contorbia, uno dei maggiori studiosi di Gozzano, ha evidenziato come Guido non si sia lasciato attrarre dai tre “idola” del suo tempo: socialismo, nazionalismo, misticismo cristiano. Ricordandolo nel 1987 alla Provincia di Torino, invitato dalla presidente Nicoletta Casiraghi, donna colta e sensibile che amava come me Gozzano, davanti ad un pubblico in cui i giovani erano molti, non so se personalmente interessati o “cammellati” per la circostanza, parlai di una lezione laica che emana da Gozzano. Mi ha fatto piacere sapere che Contorbia  abbia espresso con la sua autorevolezza di italianista contemporaneo, un giudizio molto vicino al mio: Gozzano laico nel senso non soltanto religioso, ma anche ideologico, una laicità vissuta anche attraverso l’ironia, il distacco, tanto lontana dall’acredine sempre stizzita e professorale dei laicisti tardo novecenteschi sopravvissuti fino ai nostri giorni.

Tanti poeti come lui partirono, divenendo, com’è stato scritto, dei Totò Merumeni in grigio-verde. Gozzano faceva il verso a D’Annunzio. Anche se la sua poesia non è priva di debiti dannunziani, la retorica nazionalista dannunziana gli era però  totalmente estranea. Per altri versi, è Gozzano a scrivere nel 1915, in qualche modo contraddicendo se stesso: “Nessuna sorte è triste/in questi giorni di battaglia/fuorché la sorte di colui che assiste”.

Molti Crepuscolari - definizione coniata da Giuseppe Antonio Borgese, totalmente obsoleta e sbagliata, ma che continuiamo a usare per comodità comunicativa - sentirono che la soluzione della loro crisi esistenziale, del loro distacco disincantato ed ironico è rappresentata dalla partecipazione alla guerra. La guerra demolirà il vecchio mondo che la loro poetica in fondo non era riuscita a intaccare. E comprendono, con Renato Serra, che la guerra potrà dare una svolta alla storia. Fausto M. Martini lascia i “languori provinciali” e va generosamente a combattere, viene ferito (tre anni di ospedale) e ottiene una medaglia al valore. Carlo Vallini, amicissimo di Guido, si guadagna in trincea una medaglia d’argento al valor militare e scrive: “A notte io salirò senza una voce, / con la mia schiera, / col mio drappello d’uomini… / e seguirà la mischia, acre di gioia/torva: bella  pur anco se ci spezza; bella pur che si vinca o che si muoia / per un’altezza”. Persino Marino Moretti coglie il valore dei sacrifici bellici, partecipando come infermiere; Guelfo Civini e Auro d’Alba combattono valorosamente. Corrado Govoni chiude l’Inaugurazione della primavera con “un viva la guerra!” che può sembrare incomprensibile. Nino Oxilia, quello di Addio, Giovinezza, scrive il suo “Saluto ai poeti Crepuscolari” poco prima di morire eroicamente sul Monte Tomba.

Scrive Carlo Calcaterra: “Molti di quei giovani offersero la vita in olocausto alla Patria, dopo aver dimostrato di avere in sé virtù ardite, che alcuni anni prima pochi avrebbero immaginato”. Andarono oltre l’inquietudine e il dubbio che aveva tormentato la loro adolescenza. Nell’accettazione della guerra quei poeti non rimarranno sordi di fronte al contributo futurista. Le due correnti, totalmente discordi, saranno la maschera bifronte, come è stato scritto, di un medesimo stato d’animo di insofferenza per la vita: sofferenza nostalgica e statica nei Crepuscolari, insofferenza, smaniosa d’azione e chiassosa, nei Futuristi. Il rifugio che i primi cercano nel passato nostalgico e nel provincialismo polveroso, sarà per i secondi ansia per l’avvenire, per la velocità, per la grande città industriale da costruire vandalicamente sulle macerie di Venezia.

Nel 1966 andai alla Procultura femminile allora presieduta dalla prof. Augusta Guidetti Grosso, moglie dell’allora sindaco di Torino e notissimo giurista. La prof. Grosso invitò a parlare uno studioso in odore di eresia. Era Nino Tripodi, deputato del Msi, ex littore, autore del libro Italia fascista, in piedi in cui aveva svelato il passato di tanti antifascisti. La Procultura non ebbe imbarazzi a invitarlo a parlare di Gozzano e dei Crepuscolari. E nessuno venne a disturbare l’incontro che era stato regolarmente segnalato sui giornali. Ho ritrovato gli appunti di quella conferenza conservati in una cartellina dedicata a Gozzano e ricca di ritagli e di altra documentazione. Quelle tesi mi avevano interessato, anche se allora non ero in grado di valutarle adeguatamente. Esse erano incentrate sul tema dei Crepuscolari e la Grande Guerra. Un mio professore mi sconsigliò di andare a sentire Tripodi, dicendomi, nella sostanza, che i neofascisti non meritano mai attenzione perché sono rozzi e incolti. Rilette oggi, esse non mi appaiono così “eretiche” come, a prima vista, potrebbero sembrare.

Ho ripreso da quegli appunti alcune riflessioni per scrivere questo articolo perché mi sembrano persino più interessanti di allora, dopo che il Futurismo è stato da tempo sdoganato, liberandolo dall’abbraccio mortale con il fascismo che aveva impedito per decine d’anni di affrontare l’argomento con un certo distacco.

A cento anni dalla morte di Gozzano non è il caso di lasciarsi sedurre dal clima celebrativo ed occorre riflettere sulla sua opera. Bisogna anche vedere le vicende della Grande Guerra senza  la deformazione ideologica che ci ha impedito di capire, prima di giudicare in modo sommario e parziale, come è avvenuto in passato. Il Centenario della guerra ha contribuito a rasserenare un po’ gli animi e a liberarsi da un pacifismo di maniera che a livello storiografico appare arbitrario perché ci impedisce di comprendere cosa sia stata quella guerra che sconvolse il mondo. Molti sono stati prigionieri per troppi anni del mito di O Gorizia, sei maledetta, vedendo la Leggenda del Piave come qualcosa di retorico e di superato. Io non ho mai amato la prima canzone, ma, ascoltando la seconda, lo confesso, mi commuovo. E già mi accadeva a vent’anni.

quaglieni@gmail.com

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