BALENA BIANCA

Da anticomunisti ad alleati di D’Alema: la parabola della sinistra sociale Dc

La matrice resistenziale e il mito della classe operaia. Il lascito contraddittorio di Forze Nuove, la corrente di Donat-Cattin, che segnò a Torino e in Piemonte una lunga stagione politica. Merlo e Morgando ne ripercorrono le fasi salienti

Papa Francesco – disse un giorno Maurizio Landini teorizzando la necessità di andare verso una sinistra sociale superando il concetto e gli schemi di quella classica – è quello che, oggi, in Italia fa il discorso più di sinistra”. Ecco, semmai fosse mancato l’ennesimo ostacolo – nella ridda di quelli posizionati dalla storia e dalla politica radicalmente mutata negli ultimi decenni – alla realizzazione dell’utopia perseguita o, comunque, accarezzata dai nipotini della Balena Bianca cresciuti sotto la pinna mancina, appare evidente come questo arrivi proprio da Oltretevere. Certo non sarà la palese disintermediazione del Pontefice rispetto alla politica e al ruolo dei partiti (o, come un tempo, del partito cattolico) sui temi sociali, la ragione unica, ma tra le principali, forse sì, dell’esaurirsi di un ruolo interpretato per quasi mezzo secolo da chi, oggi, non rinuncia a riproporlo, sia pure in uno scenario mutato e assai più complesso e confuso.

Che «la stagione politica contemporanea» sia «profondamente diversa rispetto a quella vissuta per oltre 40 anni come protagonista da Carlo Donat-Cattin e dalla sua sinistra sociale» lo premette, ovviamente, Giorgio Merlo affrontando l’argomento del lascito del fondatore di Forze Nuove, nel saggio scritto insieme a Gianfranco Morgando La Sinistra Sociale. Storia, testimonianze, eredità (ed. Studium Roma) arrivato in libreria in questi giorni. La conclusione, o meglio la prospettiva che l’ex parlamentare, oggi dirigente del Pd molto vicino a Gianni Cuperlo indica è, tuttavia, altra rispetto a un mero patrimonio storico difficilmente attualizzabile, come le circostanze lascerebbero supporre.

«È indubbio – osserva Merlo, dopo aver attraversato i quarant’anni dell’impegno politico di Donat-Cattin, dal sindacato ai rituali convegni di Saint Vincent, al “Preambolo”, in un percorso spesso segnato da contrasti con l’altra anima sinistra della Dc, quella della Base , accusata di essere “un prodotto artificiale costruito nel laboratorio delle Partecipazioni Statali”– che il patrimonio culturale, politico, etico e istituzionale di questa esperienza italiana difficilmente si può archiviare del tutto o semplicemente storicizzare». Per contro, ammette che «mancano le condizioni strutturali che avevano accompagnato il percorso della sinistra sociale democristiana».

Un percorso che in Piemonte ha visto «concretizzate condizioni particolari che hanno contribuito a delineare tratti caratteristici della sinistra democristiana e ne hanno accentuato il carattere sociale» scrive Morgando, altro discepolo dell’ex ministro del Lavoro, a lungo amministratore locale, parlamentare ed infine segretario del Pd piemontese. Il passaggio cruciale del dopoguerra, la militanza nella Resistenza – «Sarà proprio Donat-Cattin a rivendicare le origini resistenziali del pur composito impegno politico dei cattolici» – e poi il sindacato («All’indomani del 25 aprile i sindacalisti cattolici piemontesi  parteciparono alla costituzione della Dc e si organizzarono attorno a due futuri leader quali Giuseppe Rapelli a Torino e Giulio Pastore nel nord del Piemonte»), le fabbriche e le tensioni sociali con l’impegno di una parte della chiesa con preti operai e di frontiera.

Un terreno, insomma, quello piemontese fertile per la sinistra sociale democristiana che avrà in Donat- Cattin e in Forze Nuove la sua guida e il suo contenitore, anzi la sua corrente perché tale era ed è stata, fino alla dissoluzione. Tra alterne vicende e altrettante fortune e non di meno alterni posizionamenti. Dalla posizione critica contro la svolta a destra della segreteria di Arnaldo Forlani nel ’70 con la richiesta di un rilancio del centrosinistra in un rinnovato rapporto con il Psi, fino allo sgambetto al governo di Bettino Craxi nell’85 con il ruolo decisivo, tra gli altri, di Guido Bodrato. Scrive anch’egli, insieme a molti altri testimoni e protagonisti dell’epoca – da Diego Novelli a Giusy La Ganga, da Fabrizio Cicchitto e Franco Marini a Fabrizio Palenzona – nel saggio di Merlo e Morgando. Quest’ultimo, concentrando l’attenzione sul Piemonte ricorda l’attività preparatoria alle prime elezioni regionali dove emerge, tra l’altro, la necessità di «una linea alternativa di sviluppo rispetto a quella a cui Torino è stata costretta dagli interessi della Fiat». 

Negli stessi anni, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, «la Dc è costretta ad affidare la guida della città di Torino a Giovanni Porcellana», giovane capo della corrente,  nel pieno della crisi economica e sociale. Morgando ripercorre i successi di Forze Nuove alle amministrative del 1970, ma ricorda pure la battaglia interna per la crisi aperta in Regione dal presidente doroteo Edoardo Calleri di Sala. Non esaltante, in verità, finirà per essere il ruolo di un altro esponente di punta di Forze Nuove in Piemonte, quel Gian Paolo Brizio che pur traghettando la Regione nelle acque agitate degli anni di Tangentopoli con la sua traballante giunta “anomala” con il Pds, finirà – complice il clima ormai di disfatta per lo scudocrociato – per deludere speranze, o forse ormai illusioni.

Nel mezzo, tra la giovane Prima Repubblica e gli anni della sua fine, nel saggio torna spesso la fabbrica come luogo di azione della sinistra sociale democristiana. Nel ’74 Donat-Cattin parla agli operai di Mirafiori, volano i fischi che acuiranno le tensioni tra la Dc e la Cisl, il sindacato più vicino (o meno lontano) dallo scudocrociato.

Sono trascorsi, da quei giorni più di quarant’anni, venticinque da quando Donat-Cattin è scomparso. Le tensioni sociali non sono più (solo) nelle fabbriche, il sindacato è cambiato così come il suo rapporto con la politica e, soprattutto, con i lavoratori o (peggio) con chi il lavoro non ce l’ha. I partiti - come ammette lo stesso Merlo – «sono prevalentemente cartelli elettorali sostanzialmente privi di cultura politica che si riconoscono nel proprio leader», la Chiesa (con questo Pontefice soprattutto) non ha più bisogno di essi, tantomeno di un partito cattolico. Resta quella che sarà pur un’eredità importante «non certo una meteora nelle politica italiana, né una parentesi nella storia della Dc e nel movimento dei cattolici italiani», ma il presente – con la diaspora ormai ventennale che ha portato spesso i discepoli del leader democristiano di sinistra che stava lontano dal Pci a finire insieme agli eredi in linea diretta del Partito comunista – sembra relegarla all’album dei ricordi. Da sfogliare, senza nostalgia.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:14 Domenica 04 Settembre 2016 tandem IL fantasma della sinistra DC si aggira nel PD. ...

    Giorgio Merlo è forse l'unico erede di Donat Cattin, munito di cultura, intelligenza e voglia di lavorare, peccato che sia circondato da solenni nullità a partire da Morgando per finire con Saitta che come eredità politica democristiana hanno solo portato il trasformismo e la sete di poltrona. Sono rimasti anticomunisti, nel senso che la loro presenza nel PD contribuisce alla definitiva distruzione del comunismo, purtroppo anche nella parte idealista. Nell'aldilà Donat Cattin, anche se non aveva un gran senso dell'umorismo, probabilmente si sta sbellicando dalle risate....

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