Acqua Santanna

Business referendario

Raccogliere firme per un referendumpuò essere un affare? La domanda è d’attualità. Infatti, la locomotiva referendaria sulla proposta di riforma costituzionale targata Renzi-Boschi s’è ormai concretamente mossa verso la stazione d’arrivo del 4 dicembre.Orbene, la risposta è , ma non sempre. Che sia o non sia un affare dipende dal verificarsi di determinate circostanze. Vediamo intanto la questione tracciando il quadro del referendum in corso.

Il 12 aprile, terminano le votazioni del Parlamento sul testo del disegno di legge costituzionale: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”. Trattandosi di una legge costituzionale, per l’entrata in vigore immediata occorre che sia approvata, nella seconda votazione, da ciascuna delle due Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti. Ciò non avviene. Scatta quindi la procedura del referendum confermativo (art. 138 della Costituzione). Lo devono chiedere un quinto dei membri di una Camera, o 500 mila elettori, o cinque Consigli regionali. Stando così le cose, parte la raccolta delle firme di elettori per il referendum.

Il 13 maggio, 12 cittadini italiani non identificabili - costituiti in comitato e con domicilio eletto in Roma, Via Flaminia n. 838, presso il sig. Maurizio Ciocchetti - si presentano (come prevede l’art. 7 della legge 352/1970) alla Cancelleria della Corte di Cassazione e dichiarano di voler promuovere la raccolta di 500.000 firme al fine di presentare la richiesta di referendum sulla legge costituzionale sopraddetta. In contemporanea, nasce un sito web Basta un sì”. Il 14 luglio, sei dei promotori depositano nella Cancelleria della Corte di Cassazione 64 scatole, affermando che contengono 579.514 firme di elettori, nonché le altre documentazioni occorrenti per l’ammissione del referendum. La Corte di Cassazione accerta che le firme valide sono 504.387, comunque in numero superiore al minimo richiesto dalla legge. Con Ordinanza del 4 agosto, la stessa Corte ammette pertanto la richiesta di referendum. Il completamento dell’iter burocratico fa però anche nascere le pretese economiche che la legge prevede per chi promuove il referendum.

Per quest’aspetto, il riferimento è alla legge 157/1999 (Nuove norme in materia di rimborso delle spese per consultazioni elettorali e referendarie e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici) – corretta con la trasformazione in euro degli importi dalla legge 248/2006 –. Essa stabilisce tra l’altro che, ai comitati promotori dei referendum (compresi quelli confermativi per le leggi costituzionali) dichiarati ammissibili, è attribuito un rimborso di 1 euro per ogni firma valida, con un tetto massimo di 2.582.285 euro annui.

E’ a questo punto che, in materia di rimborsi per aver raccolto le firme per un referendum, si stabilisce una differenza tra referendum confermativo (come quello in atto) e referendum abrogativo (l’altra forma referendaria prevista dall’art. 75 della Costituzione per abrogare, in tutto o in parte, una legge). Per la validità del secondo, occorre che abbiano partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e che sia raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Se non si verificano queste condizioni, salta anche il rimborso per chi ha raccolto le firme. Diversa la situazione per il referendum confermativo. Esso è valido indipendentemente dal numero dei votanti. Quindi, il rimborso spetta sempre. Nel caso dunque del referendum in corso, al comitato promotore delBasta un sìspettano 504.387 euro. Questo è oggi il quadro del business referendario.

Tuttavia, quando si sente il fruscio di quattrini pubblici che se ne vanno, al contribuente viene naturale chiedersi se ciò sia giusto. Come per altri casi, anche per quello dei rimborsi referendari alcuni riterranno che lo sia. Tutti devono infatti concorrere alle spese pubbliche, tra le quali possono anche rientrare quelle previste per far funzionare, anche politicamente, la macchina statale. Altri avranno dubbi. E questi nasceranno proprio dalla legge 157/1999, quella cioè che riconosce – come detto prima – anche i rimborsi per le consultazioni referendarie. La legge riguarda, principalmente, il rimborso ai partiti delle spese elettorali. Viene promulgata dopo che il referendum del 1993 aveva abrogato il finanziamento pubblico ai partiti. E’ una legge che va accettata serenamente dal momento che la volontà popolare aveva cancellato il finanziamento ai partiti politici? Può rappresentare un escamotage per far rientrare dalla finestra ciò che il popolo italiano aveva fatto uscire dalla porta?

Il dubbio l’ha avuto anche il Procuratore della Corte dei conti del Lazio Raffaele De Dominicis (sì, proprio quello che era in predicato per diventare Assessore al bilancio del Comune di Roma). Nel 2013, ha sollevato una questione di legittimità costituzionale per tutte le leggi approvate dal 1997 in poi (quindi anche per la legge 157/1999) che hanno reintrodotto, surrettiziamente, forme di finanziamento pubblico ai partiti o altre erogazioni di contributi statali a favore degli stessi, nonostante il referendum abrogativo del 1993. Questo ha scatenato una corsa affannosa per correggere la situazione, magari evitando il giudizio di incostituzionalità. E così il Governo Letta – anche a seguito di norme già approvate dal Governo Monti (L. 96/2012) – ha introdotto disposizioni per modificare il quadro normativo in questa materia (d.l. 149/2013, l. 13/2014). Però ha stabilito che i rimborsi o i finanziamenti ai partiti cesseranno, definitivamente, soltanto dal 2017. E così la baldoria per ora continua. Spesso infatti i mezzi d’informazione danno comunicazioni sui lauti banchetti dei partiti per spartirsi questi fondi, compresi partiti che oggi non esistono neppure più. Unico partito contrario alle elargizioni di denaro pubblico ai partiti il Movimento 5 Stelle.

A conti fatti, in un quadro così farraginoso di leggi e norme, non è dato prevedere se saranno mantenuti o aboliti anche i contributi ai comitati promotori dei referendum. Se poi passasse la riforma costituzionale Renzi-Boschi e non fossero soppressi i rimborsi per i referendum, la raccolta delle firme per queste consultazioni potrebbe diventare un affare ancora maggiore. Nella riforma infatti i referendum aumentano. Oggi comunque esiste una norma in vigore al riguardo. Qualcuno passerà all’incasso dei 504.387 euro.

print_icon

1 Commenti

  1. avatar-4
    19:40 Lunedì 03 Ottobre 2016 patty Dunque fra pochi mesi cessano i finanziamenti ai partiti?

    Il 2017 è dietro l'angolo, a vedere il bicchiere mezzo pieno, direi che è una promessa mantenuta. Certo, rimarranno vari finanziamenti indiretti, tra cui quelli ai gruppi parlamentari, ecc, che mi risulta tutti i partiti o movimenti-partiti (proprio tutti, nessuno escluso) abbiano sempre incassato. Però anche questi si ridurranno drasticamente col nuovo Senato (ovviamente se vince il sì ed i senatori passano da 315 a 100).

Inserisci un commento