SACRO & PROFANO

“Camminare insieme”, ma che fatica

Ricorrono i trent'anni dalla morte del cardinale Michele Pellegrino e quarantacinque anni dalla pubblicazione della sua lettera pastorale. Che rimane di quella stagione del "vescovo rosso"? L'analisi e i ricordi di don Ermis Segatti

Se, a quei tempi, la classe operaia poteva davvero aspirare al paradiso era perché qualche pastore di anime come lui, uomo di cultura oltreché di fede, gli operai li aveva scelti come compagni di viaggio. A 30 anni dalla morte, avvenuta il 10 ottobre 1986, e a quarantacinque dalla pubblicazione della sua lettera pastorale più famosa, la “Camminare insieme” (8 dicembre 1971), il giudizio sull’episcopato del cardinale Michele Pellegrino continua a dividere gli storici e la stessa comunità dei credenti. Nella memoria della città, di “Padre” Pellegrino restano scolpiti i suoi tanti atti di solidarietà con il movimento dei lavoratori, il rapporto cordiale con il sindaco comunista Diego Novelli, la diffidenza verso il grande padronato capitalista, emblematicamente riassunti nel rifiuto, quando venne nominato arcivescovo di Torino, della berlina con cui la Fiat soleva omaggiare i suoi predecessori, preferendo spostarsi con una Cinquecento guidata dal suo assistente. Uno stile che, unito alle scelte pastorali e sociali a fianco degli strati più sofferenti della società, gli meritò l’appellativo di “vescovo rosso”. Il pendant ecclesiale del “don Bosco laico” affibbiato a Penna bianca.

Pellegrino fu nominato arcivescovo di Torino il 18 settembre 1965, pochi mesi prima la chiusura del Concilio Vaticano II. Fu Paolo VI ad affidargli la guida della comunità torinese, si dice su suggerimento del cardinale fiorentino Elia Dalla Costa. Sostituì il cardinale Maurilio Fossati, bruciando colui che era considerato il successore naturale, il vescovo francescano Felicissimo Stefano Tinivella che fu a lungo suo ausiliare. Sacerdote vicinissimo alla Fiat, al punto che all’indomani della scomparsa di Fossati non mancarono le telefonate di sponsorizzazione giunte Oltretevere direttamente dal quartier generale di corso Marconi. Le cose, però, andarono diversamente e iniziò una stagione dalla marcata impronta sociale, quella del “dialogo” con la sinistra e il Pci (di cui Pellegrino, assieme al collega di Ivrea Luigi Bettazzi, fu tra i principali protagonisti), ma che segnò anche l’avvio della secolarizzazione. Per i detrattori – all’epoca molti in città e tra le alte sfere della Chiesa e della politica – “a furia di camminare insieme ai comunisti i cattolici smarrirono la strada”. E per certuni, la crisi attuale della diocesi, piagata dal crollo delle vocazioni che costringe a chiudere chiese, fondere parrocchie, ridurre il numero delle messe, ha nella fase pellegriniana i germi nefasti. Versione ingenerosa e, al netto dei pregiudizi ideologici, pure fallace, poiché sarebbe un errore ricondurre il suo episcopato alla sola scelta sociale. Si sbagliò qualcosa all’epoca? Si profuse troppo impegno nelle questioni secolari, facendosi travolgere dallo spirito del tempo e dalle fascinazioni sessantottesche a scapito del messaggio evangelico?

Tra gli ultimi autorevoli testimoni di quella stagione c’è certamente don Ermis Segatti, teologo, docente universitario, autore di testi sul rapporto tra cristianesimo e marxismo, che conobbe bene padre Pellegrino: “I detrattori lo definivano il vescovo rosso, ma lui si tenne sempre alla larga dalla dottrina marxista, che rifuggiva”. Sotto questo punto di vista lui si distingueva dai preti operai che “fondamentalmente erano molto attratti dall’analisi marxista, ritenevano che in fondo quella dottrina aveva una lettura della società condivisibile, pur contestandone l’ateismo” spiega Segatti. La sfida di Pellegrino, invece, era quella di affiancare gli operai in quanto anelli deboli della società, ma non sostenendone il ruolo di grimaldello per la nascita di una società marxista.

Pessimista, impaziente, iracondo, bastian contrario. Il cardinale - lo diventò nel 1967, due anni dopo la nomina alla guida dell’arcidiocesi - era tutto questo, come racconta lui stesso nel Capitolo delle colpe, ma soprattutto era persona dotata di solidissima struttura intellettuale. “Leggeva la Bibbia in ebraico, era tra i massimi conoscitori dei Padri della Chiesa” racconta Segatti. Durante il Concilio venne designato esperto per le questioni patristiche. Studiava e insegnava le opere di Sant’Agostino. Fecero scalpore le sue parole al Concilio in favore della libertà di ricerca: “Sia riconosciuta ai fedeli, tanto ecclesiastici che laici, una giusta libertà di ricercare, di pensare e di manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti”.

Il suo episcopato coincise con gli anni più difficili di Torino, scossa dalla contestazione studentesca, il ‘68, l’autunno caldo, la prima grande crisi nella città-fabbrica, dove stava nascendo un rapporto diverso e sempre meno di sudditanza con la Fiat. Gli anni passati a insegnare all’università di Torino - dove ebbe tra i suoi allievi Paolo Siniscalco, Eugenio Corsini, Franco Bolgiani e conquistò il rispetto di accademici laici come Nicola Abbagnano – “gli consentirono di comprendere prima di altri che il mondo non era quello ovattato che si percepiva in parrocchia - spiega Segatti -. Una prospettiva che lo rese per certi versi estraneo al clero e alle sue dinamiche; ma che gli permise di comprendere come il cristianesimo si misurasse sempre di più sulla base di una scelta di responsabilità di carattere nuovo che quindi esaltava l’assunzione del cristianesimo nella coscienza personale e non più attraverso le strutture della chiesa, a partire dalle parrocchie. Comprese in sostanza che era in corso una vera rivoluzione culturale”. Con lui si ridimensionò il principio di autorità interno alla diocesi, chiedeva al clero una crescente responsabilizzazione e partecipazione. “Per comprendere il personaggio - prosegue nel suo racconto Segatti - basti pensare che prima di una riunione con altri sacerdoti non di rado soleva farsi confessare dal primo prete in cui si imbatteva, fosse pure un novizio”. Un modo di interpretare la propria missione che ispira un parallelismo audace quanto affascinante con Papa Francesco e quella domanda retorica che disorientò fedeli e clero: “Chi sono io per giudicare?” disse in aereo a un giornalista che lo incalzava sull’omosessualità, tema sempre molto controverso all’interno della chiesa.

“Camminare insieme”, la sua lettera pastorale, è il manifesto di un sacerdote che applicò il messaggio evangelico alle battaglie di tutti i giorni, ma, secondo Segatti tutto ciò non deve distogliere da quella che Pellegrino ha sempre considerato la sua missione: “Era preoccupato di riportare la fede al cristianesimo primitivo. Una sorta di rigenerazione ab origine. Era per una riforma che rilanciasse il volto originario del cristianesimo a livello diocesano”.

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