Acqua Santanna

Di robusta Costituzione

Premesso che il diritto non è nostro oggetto di studio, proviamo a fare alcune riflessioni sul referendum costituzionale e più in generale sulla Costituzione.

Uno dei principi del liberalismo, ma credo che tutte le persone di buon senso non accecate dall’ideologia lo possano accettare, è che le regole debbano essere poche e semplici. In tal modo risultano comprensibili a tutti, facilmente applicabili e lasciano poco spazio all’arbitrio del burocrate. Credo che anche uno statalista convinto possa trovare ragionevole simile posizione e condividerla. Premesso questo, abbiamo provato a leggere l’articolo sul nuovo Senato: non lo nascondiamo, non siamo riusciti ad arrivare alla fine. Non si capisce come un articolato così complesso, passibile di interpretazioni possa costituire un’innovazione positiva. Volendo fare il processo alle intenzioni, sembrerebbe un qualcosa dettato dal “vorrei, ma non posso”: partendo dall’idea di abolire il Senato ci si è fermati a metà strada, inserendo tutta una serie di eccezioni. Non sarebbe stato più facile abolirlo del tutto o limitare le competenze solo alle leggi costituzionali, trattati internazionali e dichiarazioni di guerra? Un articolato del genere sarebbe stato comprensibile ai più e difficilmente avrebbe potuto dare adito a conflitti di attribuzione fra istituzioni. Stesse considerazioni si possono fare su molti articoli della riforma costituzionale sottoposte al prossimo referendum.

Un’attenzione particolare meritano alcune modifiche: l’innalzamento a 150.000 del numero di firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare, le modifiche sui referendum e la ricentralizzazione di alcune funzioni affidate alle regioni. La Costituzione italiana non brilla per dare la possibilità di esprimersi ai cittadini dato che lo strumento referendario non è utilizzabile per leggi fiscali e trattati internazionali e un referendum come quello inglese non sarà mai possibile; se dovesse passare la modifica si renderà più complicato anche l’iter per le leggi di iniziativa popolare. Curiosamente i padri costituenti hanno ritenuto il popolo capace e maturo per esprimersi su modifiche costituzionali e non su trattati internazionali e leggi fiscali, il che è un’evidente contraddizione.

Precisiamo che sono stati piuttosto rari i casi in cui una legge di iniziativa popolare sia stata presa in considerazione dal parlamento e approvata. Dall’altro canto l’introduzione dei referendum propositivi è un fatto positivo che sposta dallo stato ai cittadini un minimo di potere di indirizzo, però anche in questo caso non si è potuto a fare a meno di aggiungere delle complicazioni quali quella della doppia maggioranza e l’aumento del numero di firme necessarie per indirli che di fatto invalidano le modifiche positive.

Per quanto la maggior autonomia data alle regioni non abbia dato i risultati sperati, un ricentralizzazione di alcune funzioni va in direzione contraria ad una maggiore libertà. L’attuale riforma non va a risolvere il problema del falso federalismo introdotto, ma è semplicemente un ritorno al passato. Un vero federalismo che vada in direzione di una maggiore libertà è quello di responsabilizzare gli enti territoriali affidandogli la riscossione delle imposte. Ovviamente i tributi locali non devono andare ad aggiungersi a quelli nazionali, ma in sostituzione. Fintanto l’ente locale dipenderà dallo stato centrale per accedere alle risorse non sarà mai responsabile. L’ente dovrebbe spendere in base a quello che riscuote, non in base a quello che decide lo stato centrale. I gravi casi di dissesto quali quelli di Roma e Catania ripianati dallo stato non dovrebbero succedere. Se l’ente locale si indebita in maniera abnorme deve poter fallire e gli amministratori locali devono rispondere del loro operato ai cittadini, non potendo accampare la scusa dei mancati trasferimenti da Roma.

Una curiosa riflessione merita il gruppo di persone che ha deciso di votare si alla riforma perché “é l’ultima occasione per cambiare”. Si comprende la delusione per il fallimento dei tentativi di riforma degli ultimi vent’anni, ma votare una pessima  riforma purché sia una riforma non sembra un ragionamento fondato. Come dire, pur di fare qualcosa di diverso mi do una martellata in testa. Anche perché questa ossessione per le modifiche costituzionali non spiega un dato di fatto. Il boom economico degli anni cinquanta e sessanta c’è stato con la costituzione attuale e quindi i motivi dell’attuale crisi sono da ricercare altrove: nella tassazione fuori misura, nella spesa pubblica fuori controllo e nella burocrazia soffocante. Questo ci permette di introdurre l’ultima considerazione. Tutte le riforme si sono concentrare sulla seconda parte della costituzione, quella dell’ordinamento dello Stato, mentre nessuna si è preoccupata della prima, quella dei principi. Non bisogna nascondere che la costituzione italiana nasce da un compromesso fra partito cattolico e partiti socialcomunisti e di liberale ha ben poco. Una vera riforma costituzionale dovrebbe partire da una riscrittura dalla prima parte in direzione di una maggiore libertà e responsabilità del cittadino e di una serie limitazione del potere statale.

Per esempio, nella costituzione americana la sovranità risiede nel popolo che conferisce al governo il mandato di esercitare il potere, mandato che può essere revocato. Principio astratto fintato lo si vuole, ma c’è scritto. Nella costituzione italiana la sovranità per ovvi motivi risiede nel popolo, ma che può esercitarla solo “nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1, co. 2 Costituzione). In qualche modo viene prima la costituzione e poi il popolo, che è vincolato da essa. La costituzione è un qualcosa che cala dall’alto, palesando una concezione piuttosto paternalista del popolo. Da questo concezione del popolo da accudire discende anche la mancanza in costituzione di ogni riferimento esplicito al diritto di resistenza, ovvero il diritto a resistere al potere illegittimo. Per spiegarlo in termini moderni ci si può rifare a John Locke e alla sua idea del potere politico come figlio di un contratto fra governanti e popolo. Se i governanti violano questo patto attentando ai diritti individuali, il cittadino ha il diritto di resistere ovvero di opporsi al potere attuando tutti i mezzi per difendersi. Nella costituzione tedesca, al contrario di quella italiana, il diritto di resistenza è esplicitamente dichiarato nell’art. 20 co. 4. L’azione di M. K. Gandhi può essere considerata come una forma di diritto di resistenza.

Un altro articolo in cui è evidente il non liberalismo della Costituzione italiana è quello sulla proprietà privata, che invece di costituire un diritto inviolabile dell’uomo in quanto tale, è subordinata a fantomatiche funzioni sociali, ovvero alla volontà dei politici di turno o peggio dei burocrati il cui potere non risponde nemmeno al voto popolare. In tal modo la proprietà smette di essere un diritto individuale per trasformarsi in una gentile concessione del potere politico. La tassazione patrimoniale che costituisce una forma di esproprio ed attenta alla proprietà privata è di fatto giustificata dal fatto che nella Costituzione la proprietà è un diritto vincolato a chimeriche esigenze sociali.

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