Monge

Economia fuorilegge

Eufemisticamente, è definita “economia non osservata”. In realtà, è un’economia che si sviluppa al di fuori dalla legge. Per l’Italia, l’ultima stima del suo valore (riferito al 2014) è di 211 miliardi di euro. Ce ne informa l’Istat con un comunicato del 14 ottobre. La ragione della notizia va ricercata a Bruxelles. Il 21 maggio 2013, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo “Regolamento relativo al Sistema europeo dei conti nazionali e regionali nell’Unione europea” – definito, in breve, Sec 2010 - (il precedente era il Sec ’95). Il Regolamento detta le regole che gli Stati che fanno parte dell’Ue devono seguire per definire il loro Prodotto interno lordo (Pil), cioè il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un anno nel Paese. Si parla di prodotto “interno” perché calcola il valore di tali beni e servizi realizzati sul territorio del Paese, inclusi quelli prodotti da imprese estere che operano su questo territorio. Il Sec 2010 ha disposto che, a partire dal 2014, il Pil comprende ufficialmenteanche l’economia non osservata. Tenendo conto del martellamento quotidiano che chiama in causa il Pil e tutto ciò che ad esso consegue (se siamo più ricchi o più poveri rispetto al passato; di quanto il deficit e il debito pubblico possono muoversi; se aumenta o diminuisce la pressione fiscale, ecc.), merita forse approfondire la questione di questa economia fuori legge.

Dunque, applicando le norme del Sec 2010, tutti gli Stati dell’Ue hanno cominciato a contabilizzare, nel loro Pil, anche l’economia non osservata (o sommersa, come talora è definita), senza alcuna distinzione con quella legalmente riconosciuta. In altre parole, le valutazioni dell’economia non osservata si sommano a quelle attribuite ai diversi settori dell’economia. L’economia non osservata riguarda attività economiche che, pur dovendo essere considerate – come detto – nel Pil, non sono registrate nelle indagini statistiche presso le imprese, o nei dati fiscali e amministrativi utilizzati ai fini del calcolo delle stime dei conti economici nazionali. Sono cioè attività “non osservabili in modo diretto”. Le componenti di questa economia sono, puntualmente, indicate nel Sec 2010. Consistono in: a) attività illegali in cui le parti danno luogo volontariamente ad un’operazione economica; b) attività sommerse in cui le operazioni in sé non sono illegali, ma non sono dichiarate per evitare controlli da parte delle autorità; c) attività descritte come informali, per le quali non è tenuta alcuna contabilità.

L'Ufficio Statistico dell'Unione Europea (Eurostat) – anche sulla base di regole internazionali (Ocse, “Measurement of the Non-observed Economy”) – ha formulato apposite “linee guida” per individuare gli aggregati economici da stimare nell’ambito dell’economia non osservata. E così, per l’aggregato “economia sommersa” (lett. b del Regolamento Ue), si valutano le attività di produzione di beni e servizi legali che però sfuggono all’osservazione diretta poiché sono caratterizzate da evasione fiscale e/o contributiva. Rientrano in questo aggregato soprattutto i fenomeni legati alla sotto-dichiarazione del fatturato e all’impiego di lavoro nero, ma anche le mance e i fitti in nero. L’“economia informale” (lett. c del Regolamento Ue) comprende le attività produttive legali ma realizzate su piccolissima scala, con rapporti che si svolgono in base a relazioni personali o familiari. Esempio tipico: la commercializzazione di prodotti provenienti dagli orti familiari. Nelle “attività illegali” (lett. a del Regolamento Ue), rientrano quelle che riguardano la produzione di beni e servizi la cui vendita è proibita dalla legge; oppure che, pur essendo attività legale, viene compiuta da soggetti non autorizzati. Sono conteggiate tra queste: le attività di prostituzione, il commercio (illegale) di sostanze stupefacenti, il contrabbando di tabacchi lavorati, gli aborti eseguiti da medici non autorizzati (l’Italia esclude dal computo, perché non ritenuti significativi, il contrabbando di alcol e il commercio internazionale di servizi di prostituzione).

E poi le finezze per queste ultime. Per poter essere conteggiate, occorre che ci sia il “consenso volontario”. Ci deve cioè essere un accordo tra i soggetti che compiono le attività illegali (non vi rientra, per esempio, il furto, poiché – fin troppo ovvio – attività priva di consenso tra le parti, mentre l’accordo c’è nella prostituzione o nel commercio illegale di stupefacenti). Da ultimo, Eurostat suggerisce che, viste le difficoltà di fare anche soltanto delle stime in questo campo, nelle valutazioni delle attività illegali bisogna seguire criteri di prudenza.

L’Istat informa che i 211 miliardi dell’economia non osservata del 2014 rappresentano il 13,0% del Pil (Pil che ammonta a 1.630 miliardi circa). Il valore dell’economia non osservata è in crescita rispetto al passato (12,4%). I 211 miliardi derivano: per 194 circa dall’economia sommersa e per 17 circa da attività illegali. La componente maggiore dell’economia non osservata (46,9%) è rappresentata dalle sotto-dichiarazioni da parte degli operatori economici (sostanzialmente, evasione fiscale e contributiva). Segue l’impiego di lavoro irregolare (36,5%). L’8,6% è dato da fitti in nero, mance, e altre voci minori. Il restante 8% è la percentuale delle attività illegali.

Da quanto esposto, si evince che il Pil è un valore piuttostoballerino”, dipendendo anche da componenti di difficile valutazione, quali l’economia non osservata. Per lo più, sono stime che generano una grandezza macro-economica. Nelle valutazioni economiche, considerare quindi il Pil come un valore micro-economico, e cioè come un valore di riferimento assoluto, fa comodo più alla politica – nostrana ma anche di tutto il mondo – che all’economia. Stiracchiandolo un po’ su e un po’ giù, si giustificano gli oscillanti rapporti tra deficit o debito pubblico e Pil, o le ambigue affermazioni sulla crescita che c’è ma che nella realtà non c’è, o le insistenti rassicurazioni che ormai siamo fuori dal tunnel (anche se crescono povertà, disoccupazione, tagli al welfare e ai servizi pubblici anche essenziali, ecc.).

L’economia fuori legge o non osservata – anche se dalle incerte valutazioni – induce però a riflettere anche sui temi dell’evasione fiscale e contributiva. Per lo meno di quelle che riguardano l’economia sommersa nelle sue manifestazioni più rilevanti. Tuttavia chiedendosi quanto questa sia determinata dall’ingordigia degli Stati nella tassazione, tra i quali l’Italia si colloca nelle prime posizioni. Fin tanto che la spremitura (fiscale e contributiva) delle attività produttive raggiunge picchi che vanno oltre il 60% del valore prodotto, l’economia sommersa può diventare una necessità per poter continuare a produrre.

A conti fatti, e prescindendo da ogni valutazione etica ed economica, godiamoci un Pil ingrassato da amori mercenari, evasioni fiscali e vendite in nero di qualche lattuga o di qualche zucchino. E’ un Pil che ci illude di essere più ricchi, anche se tutti i nostri conti sono in rosso.

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