Acqua Santanna

Cordoni della borsa

Nella pluriarticolata riforma costituzionale targata Renzi-Boschi (complessivamente, 41 articoli che ne modificano 53 della Costituzione vigente e di leggi collegate), c’è un argomento di cui non si sente parlare. Men che meno compare nel quesito referendario, mera tautologia dell’oggetto della legge. Eppure non è affatto secondario. Riguarda le modificazioni che la riforma apporta allarticolo 81 della Costituzione vigente, già riformato dalla legge costituzionale n. 1 del 2012 (quella che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio; cosiddetto fiscal compact, patto di bilancio).

L’articolo 81 della Costituzione sancisce i principi fondamentali che regolano la gestione economica e finanziaria dello Stato. Figlio delle lotte dei popoli condotte per contrastare il totale potere anche finanziario di chi governava negli Stati assoluti (lì era il re, il principe o l’imperatore che decideva tutto in materia di entrate – aumentando le tasse a suo piacere –, e di spese – facendo le guerre che voleva), fissa il “diritto al bilancio”, il diritto cioè dei cittadini di partecipare, attraverso i propri rappresentanti nei Parlamenti, alle decisioni che riguardano l’amministrazione delle pubbliche finanze.

La norma costituzionale contempla due principi portanti. Il primo che: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”. Il secondo - quello che storicamente attesta il “diritto al bilancio” - che: “Le Camere ogni anno approvano con legge il bilancio e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo”. E’ di tutta evidenza il ruolo che Parlamento e Governo giocano nell’attuazione della seconda regola, espressione anch’essa della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Per il bilancio di previsione, il Parlamento (Camera dei deputati e Senato) stabilisce, con legge, i limiti entro i quali si può muovere il Governo, organo esecutivo del bilancio. Il rendiconto consuntivo consente al Parlamento di controllare come s’è svolta l’azione del Governo nella gestione del bilancio. Queste sono le regole della democrazia in materia di bilanci pubblici.

L’articolo 38 (commi 6 e 8) della riforma che andrà a referendum il 4 dicembre, seguendo il disegno del superamento del bicameralismo paritario, sostituisce le parole dell’articolo 81 che chiamano in causa entrambe le Camere con il solo riferimento alla Camera dei deputati. E, cioè, c’è solo più la Camera dei deputati che approva tutto (indebitamento, bilanci e quant’altro). In materia di bilanci, al Senato è attribuito un compito assolutamente marginale e non decisionale (art. 70, comma 5). Si prevede che i disegni di legge del bilancio di previsione e del rendiconto consuntivo “approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione”. Va aggiunto che la riforma ignora tutti gli altri documenti che, con il bilancio, costituiscono ilpacchettodelle decisioni in materia di finanza pubblica. E, cioè, il Documento di economia e finanza, la Legge di stabilità e i disegni di legge collegati alla manovra di finanza pubblica. Mentre occorre ricordare che la legge tuttora vigente che disciplina questa materia (l. 196/2009) prevede che su tutti questi documenti, predisposti dal Governo, si pronuncino entrambe le Camere. Con la riforma, su tutto questo cala la nebbia.

Il nuovo quadro che viene a determinarsi in materia di approvazione dei bilanci va però calato nell’intero impianto istituzionale che la riforma intende introdurre. Tranne casi individuati, la Camera dei deputati resta l’unico organo che fa le leggi. La nuova legge elettorale italicum prevede che, nella Camera dei deputati, la maggioranza spetti al partito che, qualora si debba ricorrere (come probabile) al ballottaggio, risulta vincitore nel ballottaggio stesso. Il Governo non può che essere espressione di questa maggioranza. Quindi la comanda. In conclusione, il Governo fa fare alla Camera dei deputati le leggi che vuole. E, quando le leggi riguardano i bilanci, di fatto diventa l’unico arbitro di tutta la politica economia e finanziaria dello Stato. Infatti, appare risibile l’esame delle leggi di bilancio accordato al Senato che, in soli quindici giorni rispetto ai trenta che gli si concedono per l’esame di tutte le altre leggi, deve pronunciarsi. E la complessità delle leggi di bilancio non consente, in ogni caso, che un esame che abbia la dignità che il termine racchiude possa avvenire in un lasso di tempo così ristretto. Senza dimenticare che è comunque sempre la Camera dei deputati a pronunciarsi in via definitiva.

A conti fatti, in materia di bilancio (e non solo in questa) la riforma costituzionale targata Renzi-Boschi non sembra tenere tanto conto dei principi della democrazia. Quelli che - fatta eccezione per gli Stati assoluti o a regime dittatoriale - vedono un Parlamento che decide sui conti e un Governo che esegue le volontà parlamentari. Sembra piuttosto ispirarsi ad un’altra regola, pragmatica e assoluta in ogni tempo. Quella che prevede che il potere reale appartiene a chi manovra i cordoni della borsa. Un Governo che imposta i documenti di finanza pubblica e poi li fa approvare da un Parlamento fatto da una sola Camera (presumibilmente a lui asservita) è perfetta espressione di questa regola. Sta ai cittadini accettarla o respingerla.

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