Monge
LA SACRA RUOTA

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkann è da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Serge e i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosa dove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona il Papa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtube mentre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Valletta potesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Razie su ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

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2 Commenti

  1. avatar-4
    12:13 Martedì 15 Novembre 2016 tandem Poveri ricchi..

    Una grande fortuna è una grande schiavitù. (Seneca)

  2. avatar-4
    09:54 Martedì 15 Novembre 2016 dedocapellano Prendere senza illusioni.......

    E' un bene che le famiglie a capo di grandi aziende dopo anni e anni di dominio quasi assoluto siano costrette a "passare la mano" e ad avviare una transizione verso una gestione di impresa manageriale. Cosi come i grandi Imperi sono finiti dando modo di dare spazio a nuove persone anche la Fiat degli Agnelli ha seguito lo stesso percorso..... Un consiglio :"prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà (Marco Aurelio 121-180 DC)

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