(S)CENTRATI

Quattro uomini e una gamba

Sull'onda lunga della campagna referendaria Alfano, Tosi, Casini e Portas pianificano la nascita di un nuovo soggetto politico centrista, alleato del Pd. "Saremo decisivi per la vittoria del Sì". E guardano con interesse a Parisi

Quattro uomini e una gamba. Angelino Alfano, Flavio Tosi, Pier Ferdinando Casini e Mimmo Portas varcheranno il portone del Viminale domani all’ora dell’aperitivo. Seduti allo stesso tavolo, ufficialmente metteranno in atto le ultime strategie per sostenere il Sì al prossimo referendum, nei fatti pianificheranno la nascita di un nuovo soggetto politico, la seconda gamba - quella centrista - della coalizione. In comune c’è una scelta, ormai maturata in tutti e quattro: saranno alleati di Matteo Renzi prima ancora che del Pd, saranno il (bari)centro della coalizione di centrosinistra che si presenterà alle urne dopo la consultazione popolare. Tre naufraghi del centrodestra, un tempo leader dei rispettivi partiti ora pronti a sbarcare sui lidi del centrosinistra, al termine di una navigazione a vista durata metà legislatura e Portas che col Pd è alleato da dieci anni e dopo aver traghettato verso sull’altra sponda politica tanti berlusconiani pentiti a Torino e in Piemonte, ora prova a esportare il suo brand – i Moderati - a livello nazionale. “C’è una frequentazione piuttosto assidua tra noi quattro, nata per promuovere il Sì anche al di fuori del centrosinistra, in un elettorato più conservatore” dice Portas allo Spiffero; e d'altronde, solo due settimane fa il ministro e il sindaco di Verona erano a Torino per un incontro per promuovere la riforma costituzionale.  Portas, che per anni si è occupato di sondaggi, ne è certo: “Renzi ce la farà, anche se di poco, e l’elettorato moderato sarà decisivo”. E più basso è lo scarto, maggiore sarà il peso degli alleati.

Il Sì al referendum pone Alfano, Tosi e Casini in antitesi con coloro che sono stati per anni i loro compagni di viaggio: il ministro alla ricerca del quid, abbandonato Berlusconi, s’è fatto il suo partito (più rappresentato nei palazzi che tra gli elettori) con cui governa in alleanza con il Pd; il sindaco di Verona, espulso dalla Lega Nord, è ora leader del Fare, movimento nato sulla scorta della sua candidatura a governatore del Veneto; Casini si è visto sfilare il simbolo dell’Udc da Lorenzo Cesa che voterà No al referendum per dedicarsi al processo di rifondazione del centrodestra. E Portas? Lui porta in eredità un marchio vincente e una rete di amministratori, che da Torino si è estesa fino alla Liguria, dove può contare su dieci sindaco coordinati dal primo cittadino di Varazze Alessandro Bozzano, Piacenza – dove ha quattro consiglieri comunali -, e giù in Campania, la regione dell’ex dipietrista Nello Formisano con cui sta lavorando per aggregare una pattuglia di amministratori d’ispirazione moderata, ma disposti a una santa alleanza con il Pd.

La rotta ormai è chiara, all’orizzonte si stagliano le urne, forse già nel 2017 e il quorum dell’Italicum al 3 per cento garantisce una rappresentanza in Parlamento. Anche l’ormai ineluttabile scissione che subirà il Pd a sinistra porterà il Primo Ministro a coprire quell’area con un programma ancor più connotato in senso progressista e in questo senso la nuova aggregazione centrista diventerà strategica. Almeno questo è quel che frulla nella testa dei quattro. Ora mancano un simbolo, un programma e un leader, mentre s’infittiscono i contatti con l’ennesimo naufrago del caravanserraglio berlusconiano, quello Stefano Parisi liquidato in quattro e quattr’otto dal Cavaliere e ora, pure lui, alla ricerca di un approdo.

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