Acqua Santanna

Il prezzo del liberismo

L’altra sera, in un incontro promosso da alcuni parlamentari del Pd con il sottosegretario Nannicini, sono emerse alcune questioni che fanno capire le difficoltà di governare gli effetti della globalizzazione liberista. E fanno capire perché consistenti settori del mondo del lavoro abbandonino i propri storici partiti di riferimento.

Non faccio nomi, ma racconto il fatto. Un’azienda italiana di antica tradizione nel settore della tecnologia ferroviaria, oggi di proprietà di una multinazionale americana, con oltre un migliaio di occupati, molti ingegneri, ubicata nella cintura torinese, aveva da sempre lavorato per il maggior committente italiano, ieri Ferrovie dello Stato, oggi Trenitalia. Il mercato nazionale delle commesse non è così ampio e il rapporto con Trenitalia è sempre stato determinante. Nel nuovo piano pluriennale di commesse di Trenitalia, stimato in oltre 4 miliardi di euro, non è previsto nulla per questa azienda, giacché, previa gara, tutto è stato assegnato a due aziende tedesche.

Di conseguenza, al massimo entro sei mesi/un anno, rimarrà senza lavoro, con prospettive di cassa integrazione o addirittura di chiusura dell’attività. Non dimentichiamoci che le decisioni le prende una multinazionale, sulla base di legittime logiche di razionalizzazione e di profitto.

Secondo gli ideologi del liberismo (i peggiori sono quelli convertiti) i conti tornano.  L’azienda ha perso il lavoro per effetto della concorrenza di altri, più efficienti (forse), più sostenuti (forse), che operano in Germania, all’interno del nostro mercato unico. Se vuole sopravvivere deve cercarsi altre commesse; altrimenti è giusto, è economicamente razionale che chiuda. Il guaio è che i lavoratori non si possono trasferire in Germania e che i costi sociali non li contabilizza nessuno, ma esistono e pesano sui nostri conti pubblici.   

Questi liberisti applicano schemi astrattamente virtuosi sulla pelle delle persone, che sono assai poco convinte che questa sia la scelta migliore. Per non parlare del fatto che scontiamo l’assenza di una politica industriale in questo come in molti altri settori e scontiamo altresì la debolezza del nostro sistema paese rispetto ad altri. Mi mancano i dati, ma vorrei vedere qual è la reciprocità di un mercato che, in teoria, dovrebbe consentire  a questa azienda di ottenere commesse in Germania o Francia. E non è vero che è solo questione di efficienza. Conta, e come, la capacità di governare il mercato e non subirlo passivamente.

Il povero Nannicini che poteva dire?  La sinistra di governo non ha strumenti politici e culturali per dare risposte a questi problemi. Ma non stupiamoci se il partito che dovrebbe essere erede e sintesi dei partiti del lavoro, non è più riconosciuto dalla sua base sociale.

È una questione che interessa qualcuno nel Pd?  Se ne potrà discutere, finita l’orgia del referendum?  La “modernità” del Pd si misurerà da questo.

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