Pd, più correnti e meno bande

Pur sapendo che il destino e il profilo politici del Partito democratico sono strettamente e unicamente legati al voto del 4 dicembre - essendo noto ormai a tutti, tifosi delle due curve comprese, che il 4 dicembre si decide il futuro politico del premier e la prospettiva del Partito democratico e non la riforma della Costituzione - credo non sia inutile avanzare qualche riflessione su un aspetto che continua ad essere centrale nel Pd di oggi, e forse anche di domani. E cioè, il Partito democratico è destinato a trasformarsi definitivamente in un “partito personale” come ormai quasi tutti gli osservatori delle cose politiche affermano? Ovvero, una sorta di “cartello elettorale” alle dirette dipendenze del suo “capo”? Come, del resto, ormai sono tutti i principali partiti italiani?

Ora, una delle specificità del Pd è sempre stata quella, sin dall’inizio della sua esperienza, di essere un “partito plurale”. Cioè un partito che fonda la sua presenza nell’agone politico contemporaneo sull’intreccio tra le migliori culture riformiste che storicamente hanno contribuito a fondare la democrazia italiana. Se si dovesse rinunciare a questo aspetto, cioè al pluralismo che caratterizza questo soggetto politico, verrebbe a mancare un tassello costitutivo della stessa identità del Partito democratico. Ma per conservare questo elemento è necessario che il pluralismo viva realmente nel corpo del partito altrimenti è come far predicare il codice etico del Pd da chi teorizza la pratica del clientelismo come arma decisiva nella politica di oggi....

Ma per poter vivere concretamente, il confronto interno al partito si deve articolare nel dialogo fra le cosiddette “correnti di pensiero” sostituendo le “bande personali” organizzate che hanno poca dimestichezza con la politica intesa come pensiero e come elaborazione politica e progettuale. Del resto, nulla di nuovo sotto il sole verrebbe da dire. Si tratta dell’antica distinzione tra le “correnti di potere” e le “correnti di pensiero” che già caratterizzavano il confronto politico di un altro grande partito popolare del passato, la Democrazia Cristiana. Anche se la Dc era l’esatto contrario del “partito personale” o del “cartello elettorale”.

Ecco perché la vera sfida di oggi, almeno per il Pd, resta quella di far crescere un dibattito politico vero e non finto o puramente virtuale. Un confronto che non sia ridotto, da un lato, ad una logica rancorosa o di sola contrapposizione personale né, dall’altro, ad una discussione che non metta mai in discussione il “volere del capo”. Servilismo, gregariato, fedeltà cortigiana, settarismo, faziosità e rancori personali sono elementi che devono scomparire dall’orizzonte politico del Pd. Se questo non capiterà, sarà molto difficile far vivere un vero pluralismo politico e culturale all’interno del Pd. Perché la vera sfida, almeno per un partito autenticamente democratico, resta sempre quella di far convivere il “valore aggiunto” della leadership con il pieno riconoscimento della diversità culturale al suo interno. Senza questa capacità, inevitabilmente si scivola e si consolida il “partito personale” che sarebbe la semplice negazione dello spirito originario del Partito democratico.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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