Acqua Santanna

Patti feudali

La definizione, negli ultimi tempi, in molte regioni e città (tra le quali il Piemonte e Torino), di patti tra il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi e Presidenti di regioni e Sindaci evoca, d’istinto, l’istituto medioevale del patto feudale. All’origine (ancor prima dell’anno 1000), il patto feudale è un accordo di natura privata tra due nobili di rango diverso. Attraverso il patto, il nobile di rango inferiore (vassallo) giura fedeltà a quello di rango superiore (imperatore, re, papa, cardinale, ecc.) e assume, verso di lui, obblighi vari: fornirgli soldati quando decide di fare la guerra, pagargli un tributo, eseguire incarichi (anche rischiosi) che egli gli affida. In cambio, ottiene un beneficio che consiste in concessioni di terreni, immunità dal pagamento di tasse e altri oneri pubblici, talora possibilità di imporre egli stesso tasse e balzelli, assegnazione di uffici e compiti amministrativi. E’ soprattutto quest’ultimo elemento che, col passare degli anni, trasformerà il patto feudale da accordo di natura privata, per lo più temporaneo, a forma stabile sulla quale basare l’intero funzionamento della macchina statale. Il patto feudale viene, cioè, istituzionalizzato.

Mettendo a confronto i patti che il Presidente Renzi, ha definito (o promesso di definire), durante la campagna referendaria, con le istituzioni locali, non sfuggono alcune analogie con i patti feudali. I due nobili di rango diverso ci sono. C’è quello di rango superiore. E’, addirittura, il Capo del governo dello Stato. Gode di vasti poteri. Gestisce l’intera finanza pubblica. Propone leggi che, male che vada, fa approvare con voto di fiducia. Anche quelli di rango inferiore ci sono e sono capi. Ma di istituzioni più piccole che, comunque, dipendono dal primo. I loro poteri sono limitati. Quindi, tant’è farsi ben volere dal nobile di rango superiore. E cosa c’è di meglio di fare con lui un patto, specie se è lui stesso che lo propone?

Considerando che, al momento dell’accordo, siamo ancora nel regno delle parole, la fedeltà del secondo verso il primo sarà misurata in base a quante truppe invierà alla guerra referendaria per sostenere la sua vittoria. E, se questa ci sarà, il nobile di rango inferiore potrà ottenere benefici miliardari per sé e agevolazioni varie per i sudditi del suo territorio (sgravi fiscali, minori contribuzioni per i lavoratori, e chissà quali altri doni). Anche i patti di Renzi si istituzionalizzano. Infatti, egli dichiara di volerne fare un metodo stabile di lavoro, specie nei confronti con l’Europa. Nelle sue evoluzioni storiche, il patto feudale ha previsto anche lereditarietà del beneficio. Se questa esista nei patti renziani (vale a dire quanto dureranno con le singole amministrazioni) non è dato sapere.

Le analogie, tuttavia, non sono tali da offuscare le diversità tra patti renziani e patti feudali. La democrazia ha spazzato via (fortunatamente) re, imperatori e nobili. Chi governa oggi non gode più di poteri assoluti. La legge impone che, prima di assumere decisioni, i capi che sono titolari del potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidente di Regione, Sindaco) devono confrontarsi con altri soggetti (Parlamento, Consiglio regionale, comunale) cui devono sottoporre semmai – come nel caso in esame – proposte di patti e altri simili progetti, ottenendone il consenso (ma anche lo stop) alla prosecuzione delle trattative. Orbene non risulta che, nei fatti recenti di patti e accordi tra governo centrale e governi locali,si siano percorse strade di questo genere. Forse Presidenti e Sindaci, ritenendo di essere ancora detentori - come nei patti feudali - di poteri assoluti, hanno optato per accordi individuali (ben inteso, come accadeva in tempi lontani, nel supremo disinteresse per i sudditi).

Le situazioni sono ancora più sorprendenti poiché i benefici distribuiti unilateralmente a piene mani (si parla di alcune decine di miliardi) sono, in gran parte, privi di copertura nel bilancio dello Stato. Mancano cioè i fondi. Possono essere finanziati soltanto aumentando ildebito pubblico (ormai piazzato su livelli monstre, oltre 2.210 miliardi).

C’è poi il fatto dei contenuti proposti dagli enti nei patti. Qui meraviglia la celerità della loro individuazione. Per essere chiari, capi di enti che abitualmente ignorano che le leggi imporrebbero di elaborare qualche volta piani strategici (ovviamente da condividere e far approvare dagli organi istituzionalmente preposti a questo), in poche ore e senza alcun confronto hanno saputo decidere programmi pluriennali e investimenti miliardari. Che, ove mai avessero ad essere concessi, rivoluzionerebbero tutta la vita dei loro territori. E poi, sono proprio così sicuri che le loro decisioni non discusse con alcuno siano le migliori da considerare nei patti governo-enti?

Il caso del patto con Renzi di Piemonte/Torino desta poi meraviglie aggiuntive proprie. Il Presidente della Regione Sergio Chiamparino l’ha annunciato come patto tripartito: Governo, Regione e Città di Torino (nessun riferimento ad altri patti tripartiti storici). In questo patto tripartito, può esserci un embrione per sperimentare nuove forme di governo. Il Piemonte rinnoverebbe il suo ruolo di laboratorio nell’innovazione politica. Relativamente alla Città di Torino, non ci sono state notizie che, per stipulare l’accordo con Renzi/Chiamparino, la Sindaca Chiara Appendino abbia attivato i metodi di consultazione e condivisione via web dichiarati come applicabili per ogni evenienza dalla forza politica della quale fa parte.

A conti fatti, dice il proverbio: “se son rose fioriranno”. Basta attendere per vedere se e quando arriveranno i benefici dei patti siglati e le altre fantastiche esperienze politiche preconizzate.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento