Magistrato con prole No-Tav contro Caselli

Volano gli stracci tra le "toghe rosse". Pepino attacca il collega e compagno di corrente per la sventagliata di arresti. Che ci sia qualche nesso con le vicende di suo figlio, noto estremista?

Entrambi magistrati. Anzi, nell’iconografia berlusconiana, sono tutti e due “toghe rosse”, numi tutelari della corrente progressista di “Magistratura democratica”. Il primo, Livio Pepino, già sostituto procuratore generale di Torino, ex consigliere di Cassazione, fino al 2010 membro del Csm, oggi in pensione. Il secondo, Gian Carlo Caselli, attuale procuratore capo del Tribunale subalpino, con una lunga e onorata carriera iniziata sotto la Mole come giudice istruttore nei principali processi sul terrorismo e proseguita al vertice della Procura panormita dove ha conseguito importanti risultati nella lotta alla criminalità organizzata. A dividerli, assieme a vecchie ruggini condite da gelosie professionali, il Tav. Meglio le recenti operazioni giudiziarie che hanno portato a una serie di provvedimenti – dall’arresto alla contestazione di reati che vanno dalla resistenza a pubblico ufficiale a lesioni e danneggiamento in concorso – ai manifestanti No Tav, protagonisti della guerriglia che si scatenò in Valsusa il 27 giugno e il 3 luglio dello scorso anno, al termine della quale si registrarono oltre 200 feriti tra gli appartenenti delle forze dell’ordine.

 

 

Pepino non ha lesinato critiche alla decisione intrapresa dalla magistratura torinese, guidata dal “compagno” Caselli. Lo ha detto in una recente intervista al Corriere della Sera, l’ha ribadito in un recente intervento sul Manifesto. «L’emissione, nei giorni scorsi, della misura cautelare nei confronti di alcune decine di esponenti No Tav per fatti avvenuti sette mesi fa non è una forzatura soggettiva (e, anche per questo, sono sbagliate le polemiche e gli attacchi personali). È qualcosa di assai più grave: una tappa della trasformazione dell’intervento giudiziario da mezzo di accertamento e di perseguimento di responsabilità individuali (per definizione diversificate) a strumento per garantire l’ordine pubblico». Parole dure, inequivocabili. E prosegue contestando le misure cautelari: «Non erano obbligatorie e, dunque, la loro emissione è stata una scelta discrezionale». Quindi, par di capire, Caselli si è resto autore di una scelta “politica”. È proprio così, visto che giovedì scorso l’ha dichiarato senza alcuna remora alla presentazione del libro su Pier Luigi Zanchetta alla Fondazione Croce, definendo l’azione della Procura torinese nei confronti dei  militanti No Tav come “esempio di azione politica della magistratura”. In barba alle dichiarazioni nette di Caselli che respinge questa interpretazione, sostenendo che nessuno si sogna di criminalizzare chi si oppone e protesta.

 

Ma, a quanto si racconta al Palazzo di Giustizia, c’è un risvolto molto personale in questa querelle tra le due prime donne della magistratura engagé. La presa di posizione di Pepino non sarebbe estranea alle vicende del figliolo Daniele, noto anarco-insurrezionalista, collaboratore di Radio Black-out, più volte coinvolto in episodi di violenza, denunciato per aggressione, violenza e detenzione di armi, finito nell’inchiesta datata settembre 2005 sul pacco bomba recapitato nella sede della polizia municipale di San Salvario. Il rampollo del giudice, proprio per essere al fronte della battaglia, ha scelto di risiedere nella casa di famiglia di Chiomonte.

 

Sul caso interviene Stefano Esposito, il parlamentare democratico che ha fatto dell’opera (e dei corollari giudiziari) la propria cifra politica. «Le parole con cui Livio Pepino ha criticato la recente operazione della magistratura nei confronti di alcuni No Tav lasciano sconcertati. Pepino, infatti, sposa appieno la testi di Alberto Perino e Lele Rizzo, ovvero quella della “criminalizzazione di un intero movimento”. Non è la magistratura a criminalizzare il movimento (tanto che non è stata contestata l’associazione a delinquere), purtroppo è il movimento ad essersi volutamente criminalizzato non prendendo mai in nessuna circostanza le distanze dai fanatici e teppisti. Se si dichiara che “siamo tutti black bloc”, e che “la valle non si arresta”, allora vuol dire che si considera gli autori delle violenze come parte integrante del movimento stesso. Vuol dire che si giustifica la violenza e l’illegalità. Che a ragionare in tali termini possano essere i vari Perino e Rizzo preoccupa ma non stupisce, che a farlo sia un ex magistrato stupisce e non poco. A meno che tali affermazioni non nascondano una certa paterna indulgenza verso la carriera, non propriamente pacifista di Pepino junior».  Chiude il deputato Pd: «Certamente le colpe dei figli non ricadono sui padri e viceversa, ma con simili fedine penali tra i propri familiari bisognerebbe astenersi dall’avanzare contro i magistrati critiche che appaiano difese d’ufficio dettate da comprensibile, ma non giustificabile, amore».

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