Acqua Santanna

Dopo la Waterloo renziana

In questa Waterloo renziana tornano alla mente le parole del vincitore della Waterloo storica: “Spero, con l’aiuto di Dio di aver combattuto la mia ultima battaglia. È una brutta cosa stare sempre a combattere. Nel folto del combattimento sono troppo occupato per avere una sensazione qualsiasi; ma una sensazione di sciagura sopravviene immediatamente dopo. È quasi cosa impossibile pensare alla gloria. L’intelletto e il sentimento sono entrambi esausti. Mi sento uno sciagurato anche nel momento della vittoria, e sempre sostengo che, dopo una battaglia perduta, la più grande iattura umana è una battaglia vinta”.

Renzi si è preso tutte le responsabilità della sconfitta e non poteva essere altrimenti. Troppi errori sono stati commessi dal leader del Pd, in primis nella pessima gestione del Partito, fino ad arrivare alle modalità troppo berlusconiane nella genesi della riforma, sulla quale ha sempre pesato la mancata legittimazione del voto, in un Paese surreale in cui chi difende Costituzione e Parlamentarismo non ne accetta però le norme basilari che ne regolano il funzionamento. Troppo terreno fertile lasciato agli oppositori che, secondo una prassi italica assai ben consolidata, oggi spuntano come funghi dopo la pioggia per tentare di strappare quel poco di “gloria” racchiuso nel 59,11percento dei voti.

Risorge Civati, sorride D’Alema, festeggia Speranza e guardandoli mi chiedo per cosa gioiscano: non si sono ripresi il partito (Renzi non ha dato alcun segnale di voler lasciare la guida del Pd e non mi pare siano nelle condizioni di rovesciarlo al congresso), non sono uniti e non hanno una leadership credibile e spendibile (non prendiamoci in giro ormai il leader è una necessità), nemmeno si capisce quale peso abbiano davvero avuto nella tenzone. Festeggiano su macerie che hanno contribuito a creare, contenti loro. Poi c’è la destra gongolante, ancora prigioniera di un Berlusconi che rivendica di aver spostato il 5 percento dei voti da solo, aggrappata fino alla fine alla propria odiosa ipocrisia, magnificamente espressa dai Brunetta, Salvini e Meloni che si scagliano contro le riforme approvate “a colpi di maggioranza”, come se la riforma del 2006 e il “Porcellum” avessero seguito un iter limpido ottenendo chissà quale condivisione parlamentare, il solito bue che si mette a dare del “cornuto” all’asino. Possono ringraziare il fatto di avere un elettorato dalla memoria cortissima.

Ora vediamo come si organizzeranno anche se un percorso comune sembra ancora lontano. I 5 stelle gioiscono con molta più prudenza degli altri, il che potrebbe essere un segnale positivo e di maturità. Infatti, mentre gli altri starnazzano tentando di rivendicare anche un posto in piedi sul carro dei vincitori, è evidente che alla guida del carro ci sia proprio il Movimento, unico autentico avversario di Renzi (così come di tutti gli altri). L’esultanza pacata senza trombe (e tromboni) potrebbe essere il segnale di una svolta, con l’annuncio di un lavoro e di una consultazione online per stilare il nuovo programma del Movimento per le elezioni politiche, che ci auguriamo tutti sia più dettagliato delle paginette scarne di elenchi puntati presentati alle elezioni del 2013. Dico potrebbe perché sono molte le ambiguità che i 5 stelle devono ancora sciogliere. L’attuale situazione tripolare e il loro spirito giacobino intransigente li hanno messi ai margini delle decisioni politiche da quando sono entrati nel palazzo, nonostante i numeri imponenti nelle urne. Il rifiuto del compromesso (soprattutto rimanendo vigente il sistema parlamentare bicamerale) non può durare in eterno, pena un’irrilevanza politica che può essere utilizzata certamente per aumentare il proprio consenso sfruttando l’insoddisfazione per le (assai probabili) grandi intese, ma a quale prezzo(punto di domanda) Se dovessimo giudicare partendo dai contenuti espressi nella conferenza stampa del Movimento non sembra che sia all’orizzonte un cambio di linea, solo un tentativo di uscire dall’immagine populista accreditandosi come forza di governo, ma sempre con gli stessi (preoccupanti) obiettivi: partito unico, 100 percento, nessuna alleanza, vincoli di mandato, etc. etc. Da ultimi restano i difensori della Carta, l’Anpi, i giornali, etc. Il Fatto Quotidiano, protagonista della battaglia “civile” (non c’è stato nulla di civile in questa battaglia) contro la riforma, oggi titola teneramente “La Carta batte Renzi”, “il popolo della Costituzione ha detto No”, eccetera.

Ingenui, teneri e tristi questi difensori della Costituzione, perché un contributo decisivo per la vittoria del No è venuto da coloro che tentarono 10 anni fa di riformarla e una parte di questi era pure pronta a rifarlo, salvo cambiare idea per ripicca contro Renzi. Dunque parlare di “Popolo della Costituzione” è francamente imbarazzante e profondamente fuorviante. Allo stesso modo sarebbe sciocco attribuire il clima di aspra contrapposizione e di divisione ai soli errori del presidente del Consiglio. La Costituzione non ha vinto niente e non ha battuto nessuno. Se c’è una verità profonda che emerge da questi orridi mesi di campagna referendaria è che il patto soc iale di 70 anni fa non regge più, travolto da un mondo che cambia in fretta, forse troppo, mentre noi da oltre 30 anni restiamo a guardare. I salvatori hanno solo rianimato un cadavere ormai incapace di svolgere la propria funzione unificante e regolatrice e ora brindano convinti di aver salvato il Paese quando hanno solo contribuito a prolungarne l’agonia. Detto questo è giusto chiarire un aspetto.

La bocciatura della riforma non è un dramma e non arriveranno cavallette e pestilenze per la vittoria del No. La speranza che l’intera classe politica si dia una generale svegliata è l’ultima a morire, anche se è folle aspettarsi qualcosa di meglio da un eventuale prossimo parlamento che riporterà, probabilmente rimescolati nei numeri, gli stessi attori, con gli stessi difetti, negli stessi scranni. Chi oggi gioisce per la vittoria non ha meno responsabilità degli altri per ciò che deve avvenire nel prossimo futuro e cioè una pacificazione del Paese, oramai non più rimandabile. Serve uno sforzo culturale enorme e la imponente mobilitazione per il No sposta sui suoi promotori buona parte della responsabilità (che però grava su tutti noi, politici ed elettori). I toni terribili usati nel corso della campagna, anche da parte degli elementi più insospettabili (l’Anpi in testa), suggeriscono che prima di festeggiare ci si sforzi di più di pensare come Wellington “dopo una battaglia perduta, la più grande iattura umana è una battaglia vinta”. C’è da rifare l’Italia da capo… speriamo che tutti se ne rendano conto.

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