Acqua Santanna

Luci della ribalta

Gli istanti successivi i risultati elettorali hanno fotografato l’immagine di un’Italia confusa ed in piena navigazione in acque pericolosamente agitate. Lo scontro televisivo che ha visto protagonisti Renato Brunetta, Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchito e Fabrizio Rondolino su La 7, mentre lo spoglio era appena iniziato, bene raffigura una situazione politica che non concede motivo, e spazio, all’esultazione. Pesanti insulti e grida lasciano campo esclusivamente alla viva preoccupazione per il corto circuito devastante che il modello Napolitano ha scatenato sulle Istituzioni: pioggia di fuoco e fiamme durante la quale il capogruppo berlusconiano elogia la scampata corsa verso il regime, preoccupazione comprensibile, mentre l’addetto stampa di Renzi esplode in una rabbia incontenibile espressa a suon di insulti come “Pezzente” ed altri ancora diretti a Brunetta stesso.

Il Presidente emerito della Repubblica assomiglia ad un novello dottor Frankenstein a cui è scappata di mano la creatura, che il popolo armato di torce ora insegue per le vie del villaggio di paglia e fango. Un essere frutto di innumerevoli innesti ed apparentemente tenero alla nascita ma goffo ed aggressivo con il passare del tempo: una creatura che è cresciuta fisicamente ma non intellettualmente ed ignorando gli abitanti intorno al castello, sino a devastarne l’abitato.

Il 4 dicembre è stata salvata la Costituzione da un saccheggio senza precedenti. La Carta Costituzionale può, ancora una volta, guardare allo scampato pericolo, ma l’attentato che ha subito rimane di una gravità che non ha eguali nell’Italia Repubblicana.

Il dato da cui partire con ogni analisi politica, inerente il Referendum costituzionale, rimane saldamente quello di uno stravolgimento delle regole democratiche, etichettabile quale vero attentato ai principi repubblicani, fermato dalla grande maggioranza della popolazione. Uno “Stop” sinceramente improbabile a fronte delle risorse impiegate dal governo per affermare il proprio trionfo alle urne. L’impegno di Renzi, proiettato alla vittoria totale, è stato impressionante sia dal punto di vista economico che da quello di pressione su associazioni di categoria e redazioni giornalistiche: lavoro degno dei cinegiornali Lux e del Ministero propaganda del passato regime fascista.

L’Italia si conferma un Paese che digerisce tutto, comprese leggi che riducono a zero i diritti del Lavoro, ma che se chiamato a dire la sua si mobilita al fine di salvaguardare non le “Regole del gioco”, come ama definirle con superficialità il premier, ma le norme essenziali del nostro Stato: articoli di legge fondamentali poiché custodiscono diritti e doveri dei cittadini italiani.

La Costituzione contiene principi saldi a tutela della sua comunità, purtroppo mai applicati pienamente, nonché la regolamentazione delle Istituzioni rappresentative del popolo: cambiare le norme inerenti le Camere elettive significa comunque mettere a serio repentaglio pure gli articoli che elencano i diritti fondamentali dei cittadini. La pessima Riforma Boschi ha rappresentato davvero un tentativo di riportare l’Italia ai tempi dello Statuto Albertino, all’avanguardia nella metà Ottocento ma non certo oggi, concentrando il potere nelle mani di un esecutivo retto dalla ragion di Stato.

Il 40% del Si, in un contesto quale è il nostro, non consegna un dato facilmente analizzabile. Milioni di italiani hanno creduto, al di là delle reali motivazioni alla base della loro scelta, alle proposte del Primo ministro e di un esecutivo segnato da piccoli e grandi scandali, nati soprattutto negli ambienti bancari, nonché una dose massiccia di arroganza.

Quella che Renzi ha più volte definito “Accozzaglia del No” ha comunque infine trionfato, soprattutto grazie al voto dei giovani che avrebbero dovuto al contrario rappresentare il bacino di consenso renziano. La pesante sconfitta del premier non sembra accompagnarsi ad una liberatoria autocritica, anzi la comunicazione del governo è totalmente incentrata sulla diversità di un Primo ministro che si assume le responsabilità della catastrofe referendaria: gli errori inerenti il merito della legge Boschi, definita da Cacciari una normativa “Puttanata”, e quelli tattici nei rapporti con la base sociale passano in secondo piano.

Il discorso alla nazione che il leader del Pd ha declamato appena dopo la mezzanotte, nella notte del 5 dicembre, è un piccolo capolavoro che induce ammirazione nei confronti del suo vero autore, di colui che lo ha scritto. Renzi, per la prima volta da mesi, ha parlato come si addice ad un leader che punta a trasformarsi in statista ed eroe senza tempo. La sua uscita di scena, a mio parere temporanea, è stata degna del miglior Vittorio Gassman: un vero mattatore che ha saputo sorridere al momento giusto e commuoversi parlando della moglie Agnese e dei figli. L’oratore ha battuto se stesso facendo rimpiangere ad alcuni connazionali di aver riposto la croce sul No sulla scheda elettorale.

In realtà Matteo ha mandato messaggi inquietanti alla nazione e non solo, arricchendo il tutto con una serie di affermazioni che non trovano conferme nella realtà, tranne una: l’aver fatto tutto il possibile per vincere la tornata referendaria. Affabulatore senza rete segna il colpo finale con la battuta: “Volevo cancellare poltrone (…) ed invece è saltata la mia”, creando un parallelo ideale tra se stesso ed un Salvador Allende che cade sotto i colpi dei militari guidati da Pinochet.

Invece di immolarsi a martire bastava dimezzare le indennità parlamentari ed eliminare i benefit riservati a deputati e senatori, magari per dedicarsi in seguito ad una riformulazione del ruolo del Senato che però rimanesse eletto a suffragio universale: provvedimenti semplici quanto efficaci ma non utili al vero scopo che animava la riforma Boschi, ossia accentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. I riferimenti ripetuti alla bandiera italiana, espressi dal premier nel discorso notturno, vogliono sottolineare la caduta di un leader fedele ai valori repubblicani consegnandoci una rappresentazione molto lontana da quella effettiva.

Nella realtà non onirica la politica di Renzi si racchiude in un laconico cambiamento annunciato per garantire che nulla davvero muti. Le poltrone che sarebbero saltate, a sua detta, non erano certo quelle occupate dai suoi sostenitori, alcuni collocativi di recente, e neppure le sedie dei numerosi capi popolo che gli hanno garantito nel tempo consenso elettorale e seguito. I discepoli del Matteo-Allende sono in gran parte uguali, e non “diversi”, da quella classe politica che per decenni ha occupato posti solo per curare i propri interessi insieme al proprio super ego. In sintesi per il governo eliminare i troppi politici voleva significare esclusivamente rimuovere i non allineati e, nel farlo, ogni colpo basso si rivelava utile al fine: compreso affidarsi al De Luca di turno oppure promettere l’impossibile in caso di trionfo delle proprie ragioni.

Non si disperino i sostenitori del profilo televisivo renziano, poiché le sue parole non sono un addio ma un arrivederci. Ha perso una pesante battaglia ma non la guerra. Il Napoleone nostrano, tra le lacrime di Holland (altro genio della politica di Sinistra) e l’esultazione di Le Pen (poveri noi), ha curato nei dettagli la sua uscita di scena. Il sipario si chiude ma tra le quinte il nostro attore di punta già progetta il ritorno sulla ribalta e possibilmente con un colpo di scena memorabile. Ci consola che almeno per ora la Costituzione è salva. 

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