Monge

Pd tra ricostruttori e incendiari

Per sei lunghi mesi abbiamo assistito ad una campagna elettorale che ha diviso profondamente e verticalmente l’Italia, quasi tutte le forze politiche, la cultura, le forze sociali, le famiglie e tutte le aggregazioni sociali del nostro paese.  E, soprattutto, ha diviso il Partito democratico. Ora, la schiacciante vittoria del No ha ridisegnato uno scenario politico sino a qualche giorno fa inaspettato. È inutile fare commenti. Conosciamo nello specifico quali sono le ricadute di questo voto e di questa sostanziale sfiducia nei confronti del segretario del Pd e del presidente del Consiglio. Perché, come tutti sanno, alla fine il referendum era solo e soltanto un scelta tra i “pro” e i “contro” Renzi. È finita com’è finita e, al di là dello spirito di vendetta e di “resa dei conti” che soffia ormai sempre più forte in questo partito, adesso si tratta di capire, almeno per quanto riguarda il Pd, come si può gestire e governare il futuro.

Senza entrare nel merito delle dinamiche legate ad un nuovo governo, alle sempre più possibili e ravvicinate elezioni anticipate, allo svolgimento o meno del congresso nazionale, adesso si tratta di capire che cosa sarà del Pd nel prossimo futuro.

E cioè, per uscire dalla metafora, si apre una stagione dove prevarranno i mediatori e i ricostruttori oppure avranno il sopravvento gli incendiari e i demolitori?

Attorno alla risposta a questa banale domanda capiremo, abbastanza rapidamente, che cosa sarà il Pd nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Perché questa, alla fine, sarà la scelta definitiva attorno alla quale tutto il popolo democratico dovrà esprimersi. Certo, se sarà deciso che occorre fare tutto in fretta – no ad un nuovo governo, no alla riforma elettorale, e no al congresso nazionale anticipato – salterà anche la possibilità per dare un giudizio più sereno e più meditato sul destino della più grande forza politica del centro sinistra italiano.

Ecco perché la scelta tra i “ricostruttori” e i “demolitori” adesso si impone. È una chiara scelta politica, prima ancora che di indole o di carattere personale. E gli scenari che si aprono a seconda della scelta sono diametralmente opposti.

Se prevalgono i mediatori e i ricostruttori il Pd continua ad essere un partito riformista, plurale e democratico. Un partito, cioè, che punta all’interesse generale e a dare un assetto democratico all’intero paese senza dedicare il suo tempo ad una infinita resa dei conti interna o a drammatizzare il rapporto con tutti gli altri soggetti politici e sociali. Un partito, cioè, che conserva i suoi tratti originari e distintivi ampliando le basi democratiche e sociali del paese senza scimmiottare o cavalcare le spinte demagogiche, populiste e potenzialmente antidemocratiche che serpeggiano in modo sempre più forte nel sottosuolo del nostro paese.

Se, invece, avranno il sopravvento gli incendiari e i demolitori ci dobbiamo preparare ad uno scenario diametralmente opposto. E cioè, ad una infinita resa dei conti nel partito, ad una radicalizzazione del confronto politico, alla sostanziale cancellazione degli stessi valori fondanti del Pd e ad uno stillicidio di contrapposizioni politiche e personali che rischierebbero di consegnare, alla fine del percorso, il governo del paese agli avversari. Nel caso specifico al movimento 5 stelle. Cioè all’avventura e all’avventurismo.

Due scenari opposti e non compatibili. Con indubbie ed opposte ricadute politiche, culturali e programmatiche. Due scenari che oggi stanno di fronte al Pd e che chiamano proprio il Pd a pronunciarsi. Con chiarezza e con tempestività.

I prossimi passi saranno decisivi. Negli organi di partito innanzitutto. A livello nazionale come a livello locale. Al riguardo, confido nel buon senso, nell’intraprendenza e nell’intelligenza del segretario nazionale del partito Matteo Renzi e di tutto il suo gruppo dirigente. Soprattutto di coloro che condividono con maggior intensità e con maggiori responsabilità la guida del partito in questa fase difficile e complessa.

Una cosa è certa. Dalla corrente – si fa per dire -  che prevarrà nella gestione concreta di questa crisi politica e di governo all’indomani della pesante sconfitta referendaria, capiremo se il Pd avrà ancora un futuro di unità, di governo e di rilancio politico, culturale e programmatico o se, al contrario, ci prepariamo, seppur inconsapevolmente, ad una stagione di divisioni, di rottura traumatica e di dissolvimento di un patrimonio culturale, politico ed etico che era e resta decisivo ed essenziale per il futuro democratico ed istituzionale del nostro paese.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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