Moriremo democristiani

Una settimana dopo il risultato referendario la sensazione è la stessa che si prova abitando all’ombra di un vulcano da poco tempo in pace, quieto, dopo mesi di sbuffi lavici e di cenere. Il pericolo è scampato, gli autoctoni prendono fiato mentre guardano il cielo sopra loro, tutto tace ma con una la triste consapevolezza interiore che si tratti solamente di una tregua illusoria: presto fuoco e materia minerale incandescente riprenderà a minacciare il paese sottostante.

Il fronte del No, malgrado la vittoria incontestabile decretata dalle urne, non festeggia: non scende in piazza, non brandisce bandiere, non si pone alla guida della moltitudine vogliosa di prendere il Palazzo d’Inverno. Lo stesso schieramento premiato dal voto cede a qualche sfottò, come accade regolarmente nelle partite di derby in campionato, evitando esplosioni incontenibili di gioia: negli antagonisti del Sì la consapevolezza che si è vinta una battaglia mentre la guerra è ancora lunga; le barricate hanno retto, si è dato vita ad un contrattacco e l’avversario è in fuga alla ricerca di un bastione dove consolidarsi per progettare un prossimo assalto.

La reazione misurata di chi ha criticato con forza la Riforma Boschi è la prova di come il referendum del 4 dicembre fosse inteso, dagli stessi, esclusivamente come la sola possibilità per sconfiggere l’ennesimo brutale attacco alla Costituzione italiana. Non risiedeva negli animi dei più null’altro se non l’urgente necessità di fermare l’emorragia che stava pericolosamente svuotando di linfa vitale la Carta fondamentale.

Al contrario, dal fronte opposto sono giunte voci scomposte, agitate, foriere di un desiderio incontenibile di riscossa: commenti dai toni bellicosi, quasi ad annunciare una prossima imminente vendetta contro quel popolo da cui ci si attendeva un responso plebiscitario, colmo di approvazione nei riguardi di Renzi.

Una prima vendetta, in effetti, si è già puntualmente presentata all’attenzione degli italiani per mezzo degli sviluppi inerenti la complessa vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Ecco che la minaccia lanciata alla vigilia del voto da alcuni importanti giornali finanziari statunitensi si fa concretezza: quasi a duro monito verso una popolazione irriguardosa nei confronti di chi aveva la ricetta globale giusta.

Sul Natale si affaccia lo spettro del fallimento di almeno tre banche, ma soprattutto si riaffaccia il fantasma della Democrazia Cristiana alla guida della nazione: scenario da incubo incapace, anch’esso, di scuotere gli animi italici. Nessuna coda ai bancomat della banca più antica d’Europa, nessun toto ministri anticipatore, solamente un’infinita calma piatta nell’apprendere del Renzi bis tramite terzi. Gentiloni è il volto rassicurante della vecchia guardia che ha radici nella Prima Repubblica, mentre Boschi raffigura il sigillo renziano posto sul governo e Alfano rappresenta il nuovo che avanza: il governo che ci traghetta al 2018 è stato formalizzato.

La situazione politica e sociale della nostra Italia è paragonabile alla quiete che anticipa la tempesta seppur apparentemente simile all’effetto di una lobotomia di massa, dove i media riportano l’indignazione popolare per il capo in lana indossato dall’ex first lady non degnando, al contempo, le statistiche riguardanti i 17 milioni di nostri concittadini sotto la soglia di povertà, nonché il 28% di licenziamenti in più a carattere disciplinare grazie al Jobs Act.

Da parte sua l’ex premier annuncia un ritorno alla play station mentre, al contempo, evidenzia in ogni occasione i successi riportati nel nome della nazione. Nessuna autocritica, seppur minima, nessun pentimento, nessun errore su cui riflettere: “Non siamo stati capiti” e tutto finisce li. Il governo si è giocato il futuro per una caparbia presa di posizione di alcuni suoi ministri, succubi del duo Napolitano-Boschi, a sostegno di una Riforma liberticida redatta da una novella Giovanna D’Arco.

Il paradosso più grande di questa vicenda politica nostrana, colma di bizzarrie, risiede nella danza infinita di una Sinistra che corre incessantemente verso Destra, inciampando qui e là. A riprova un dato significativo: i militanti democratici posti in prima linea a difesa del Si sono in gran parte fuoriusciti da SeL (i cosiddetti Miglioristi, termine che racchiude Migliore ma anche la vecchia corrente migliorista di Napolitano nel Pci). I medesimi indicano nei sostenitori del No degli sprovveduti incauti complici del partito reazionario, scordando che la Sinistra del Pd, invece, ha sostenuto le tesi contrapposte alla Riforma Boschi, ossia il No stesso.

Danza macabra dove i militanti di Sinistra assistono increduli, seppur sempre meno, alla giostra di passaggi spericolati da una parte all’altra degli schieramenti di quei loro dirigenti sempre pronti a pontificare, ma raramente ben disposti verso la coerenza e l’umiltà poiché intenti a privilegiare incarichi e carriera.

Renzi all’inizio del suo ingresso nella politica nazionale, nella veste di rottamatore, osava addirittura criticare il progetto Tav in Valle di Susa, stimolando simpatie ovunque, mentre annunciava di essere pronto a rimuovere quei quadri del Pd troppo vicini ai poteri finanziari ed economici. A distanza di qualche anno la ricetta renziana si è trasformata in qualcosa di semplice quanto miracoloso: eliminare il Senato eletto al fine di fare ripartire l’Italia. Cambiare le regole del gioco, come il segretario Pd ama banalizzare quando parla di meccanismi elettorali e costituzionali, come unico rimedio ai nostri malesseri. Opzioni non certo progressiste seppur accettate acriticamente come tali dal suo entourage.

Dimezzare le indennità dei deputati era un atto certamente efficace per fare risparmio pubblico: la legge costituzionale ha nascosto il suo volto becero dietro la maschera della riduzione dei politici a consumo del popolo. Il pericolo rappresentato dal mettere mano a 50 articoli della carta in maniera pasticciata è, per ora, scampato. All’orizzonte un nuovo governo di continuità con il renzismo è dietro l’angolo.

Calma piatta, nessuna festa e nessuna bandiera. Moriremo democristiani, ma prima che questo avvenga viviamo con gioia almeno la consapevolezza di una battaglia non persa, anzi vinta alla grande.

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