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TRAVAGLI DEMOCRATICI

Spallata “finale” al renzismo Referendum Cgil sul Jobs Act

Solo il voto anticipato può disinnescare la mina accesa dal sindacato della Camusso con i suoi tre quesiti sul lavoro. In Piemonte raccolte quasi 85mila firme. Il segretario regionale Pozzi: "Iniziativa solo nostra", ma la minoranza Pd è pronta a cavalcarla

C’è un altro referendum a preoccupare la maggioranza del Partito Democratico. Anzi tre: quelli contro il Jobs Act per i quali la Cgil ha raccolto 3,3 milioni di firme (oltre un milione per ciascun quesito, poco meno di 85mila solo in Piemonte) incassando il via libera dalla Corte di Cassazione e in attesa di un pressoché scontato avvallo da parte della Consulta. Il rischio, dopo la batosta presa sulle riforme costituzionali, di vedersi bocciare anche una delle riforme-cardine dei mille giorni di Matteo Renzi a Palazzo Chigi non è affatto remoto: nel caso di una riproposizione di un ampio fronte come quello che ha portato alla bocciatura del testo Boschi, sarebbe pressoché una certezza. Una sorta di “spallata” definitiva al renzismo e a quel che rimane dell’impeto riformatore della sua (breve) stagione.

Ad oggi, l’unico elemento in grado di allontanare almeno di un anno i referendum proposti dal sindacato sta nella norma che ne impedisce lo svolgimento non prima di dodici mesi a partire dalla data delle consultazioni politiche. Dal giorno in cui (si prevede presto) la Corte Costituzionale darà il parere favorevole, il Governo avrà sei mesi di tempo per fissare la data e proprio l’incrocio di date – in primis quella delle politiche invocata da tutti, ma legate al varo di una legge elettorale che sostituisca l’Italicum e una armonizzazione con la norma per eleggere i senatori – porterà presumibilmente l’esecutivo a procrastinare la decisione fino a quando non sarà certo il ricorso al voto anticipato per rinnovare il Parlamento. Un’eventualità messa in conto dalla Cgil che, tuttavia può già rivendicare il successo nella raccolta delle sottoscrizioni sia per i referendum, sia per la proposta di legge sulla Carta dei diritti.

“Aver raccolto ben oltre ottantamila firme in tutta la regione rispettando i severi vincoli imposti per la certificazione è un risultato ottimo, ma anche il segnale evidente come pure in Piemonte i temi proposti siano accolti non solo dagli iscritti, ma da una assai più ampia fascia della popolazione” osserva Pier Massimo Pozzi, segretario generale della Cgil piemontese. Un’iniziativa “solo nostra, tanto che nei comitati per il referendum non figurano esponenti di forze politiche”, rivendica il sindacalista anche se non è difficile vedere già chi è pronto a mettere il cappello, o cercare in qualche modo di farlo, su quei referendum che se si facessero prima delle politiche potrebbero rappresentare un rischio notevolissimo per il Pd renziano.

Nelle prese di posizioni fortemente critiche assunte nei giorni scorsi dalla minoranza bersaniana nei confronti delle riforme della scuola e del lavoro c’è chi ha visto un anticipo di quanto potrebbe accadere in occasione della consultazione referendaria e un posizionamento assai ravvicinato verso il sindacato di Susanna Camusso. “Non è possibile ignorare il significato politico della vittoria del No in una consultazione popolare che Renzi ha voluto trasformare in un referendum sull’azione del Governo. Serve quindi un segnale chiaro di discontinuità sia nella compagine governativa sia nei programmi, rimettendo in discussione riforme come quella della scuola e del mercato del lavoro”, aveva dichiarato il senatore della sinistra dem Federico Fornaro, dopo il conferimento dell’incarico a Paolo Gentiloni  e alla vigilia della direzione nazionale al Nazareno.

Quesiti parecchio complessi nella loro presentazione formale, quelli che la Cgil chiede di sottoporre al vaglio degli elettori, ma di forte impatto: il ritorno all’articolo 18, rendere responsabili per eventuali incidenti ai lavoratori sia chi assegna l’appalto sia chi lo vince e, non meno rilevante, il forte ridimensionamento dell’uso dei voucher. Un nodo, quest’ultimo, già ampiamente venuto al pettine come confermano le cifre e la stessa intenzione manifestata dal governo Renzi di rivedere un meccanismo che ha presentato evidenti storture.

“I dati ci confermano come contrariamente a quello che era stato annunciato, i voucher vengono utilizzati in maniera abnorme in settori diversi da quelli per cui erano stati istituiti, come i lavori agricoli o le prestazioni occasionali” spiega Pozzi, citando le cifre che disegnano il Piemonte dei buoni che si possono acquistare dal tabaccaio. Nel 2015 nella regione sono stati utilizzati 9.440.180 voucher (il cui valore singolo è di 10 euro) e di questi solo 156.248 nel settore agricolo, mentre 1.391.554 nel commercio, comparto seguito da quello dei servizi (1.153.525) e del turismo (1.043.437), bassi i dati registrati per i lavori domestici (432.151) e per i lavori di giardinaggio e pulizia (482.327).

E se all’abolizione dei voucher si è detto favorevole anche il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano – “hanno dato prova di un cattivo funzionamento” – il parlamentare torinese con un passato da sindacalista nella stessa Cgil, si è detto assai più scettico su un possibile ritorno all’articolo 18. “Credo che se fosse stato ancora in vigore, con la norma che prevedeva il reintegro alcune decisioni da parte delle aziende si eviterebbero o comunque indurrebbero le aziende stesse a meditare prima di licenziare. Il caso della Saclà di Asti è solo l’ultimo” dice Pozzi riferendosi al licenziamento di tre dipendenti dell’azienda alimentare, non certo in crisi, “per giustificati motivi oggettivi”. Motivazione che per la Cgil “fa sospettare che nasconda la vera ragione nel fatto che i tre sono iscritti al nostro sindacato e uno di loro era il rappresentante per la sicurezza”.

Quel che appare se non certo, assai probabile, è l’effetto che il referendum su voucher e articolo 18 avrebbe per il Pd di Renzi. Una bomba che solo il voto anticipato potrebbe disinnescare. Senza evitare, tuttavia, che quei temi finiscano dritti nella campagna elettorale. I segnali in tal senso non mancano, anche all’interno dello stesso Partito Democratico.

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