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Chi vive a Torino campa 80 anni

I cittadini del capoluogo piemontese mediamente più longevi rispetto al resto d'Italia. Dal 1970 a oggi l'aspettativa di vita è cresciuta di 8 anni grazie a stili di vita migliori e prevenzione. E Laus lancia le "palestre della salute"

I torinesi hanno guadagnato otto anni di vita dal 1970 ad oggi, grazie all’adozione di stili di vita più sani e ai progressi della sanità. Rispetto ad allora, la speranza media di vita di un uomo è passata da 72 a 80 anni e mezzo, mentre quella delle donne è salita da 78 a circa 86. Ne consegue, spiega la Regione, "che la salute dei torinesi è nel complesso migliore di quella di chi abita nel resto del Piemonte e il confronto è positivo anche considerando la media delle altre città italiane, in particolare quelle meridionali". Restano però delle disuguaglianze che seguono le differenze sociali ed economiche. Il dato è contrastante: in 40 anni si è ridotta la differenza nell’aspettativa di vita fra donne laureate e meno istruite, che è scesa da 5 a 3 anni e mezzo, mentre assistiamo a un aumento - da 4 a 5 anni - del gap per quanto riguarda gli uomini. Va comunque considerato che la diversità dei tassi di mortalità fra le persone con diversi livelli di istruzione è decisamente più contenuta rispetto a quella registrata in parecchi stati europei, inclusi i paesi scandinavi. Lo dicono i risultati dello “Studio longitudinale torinese” realizzato dal Servizio di epidemiologia della Regione Piemonte su un periodo che va dal 1972 al 2011.

La ricerca - che sarà presentata a gennaio nella sua completezza - viene anticipata dall’epidemiologo Giuseppe Costa, responsabile del servizio dell’Asl To3, alle Commissioni Sanità del Consiglio regionale e del Comune di Torino oltre che ai presidenti delle Circoscrizioni cittadine.

“Come avevo garantito durante l’esame della delibera che ha creato la nuova Asl unica per la città di Torino - commenta l’assessore alla sanità Antonio Saitta - siamo nella condizione di esaminare alcuni dati epidemiologici per verificare lo stato di salute della popolazione del capoluogo”. “Questi dati – aggiunge - confermano la necessità di politiche sanitarie ma anche di politiche economiche. Le disuguaglianze non si riducono solo con l’offerta sanitaria: è noto infatti che all’incirca il 70% del contributo alla longevità è dato dalle condizioni socio-economiche, dagli stili di vita e dal miglioramento delle condizioni ambientali”.

Nello specifico, l’allungamento della vita media a Torino è dovuto a diversi fattori. Ha inciso in particolare il cambiamento degli stili di vita: la mortalità causata dall’abuso di alcool è pressoché dimezzata, quella legata al fumo è diminuita del 40 per cento. A questi miglioramenti si aggiunge la riduzione del 60 per cento della mortalità per le malattie “evitabili”, attraverso cure più tempestive, diagnosi precoci, presa in carico di pazienti cronici. Progressi significativi si sono verificati, ad esempio, per quanto riguarda la cura del diabete, la più frequente delle malattie croniche con 40mila torinesi colpiti, ambito nel quale l’assistenza sanitaria è riuscita a limitare le disparità esistenti.

Discorso analogo per gli scompensi cardiaci, che rappresentano la principale causa di ospedalizzazione: dal 2000 in avanti la mortalità intra ospedaliera si è ridotta dal 10 al 7 per cento, mentre è rimasta stabile negli altri casi. Più in generale, dal 1995 al 2012, l’assistenza territoriale ha fatto registrare sensibili passi in avanti, tanto che il tasso dei ricoveri per patologie croniche, considerati “evitabili”, si è ridotto del 28 per cento fra gli uomini e del 22 per cento fra le donne. Miglioramenti anche per l’assistenza ospedaliera, come già rilevato dal programma nazionale esiti dell’Agenas. Valga per tutti il tasso di mortalità correlata al parto, che è calato in 40 anni dal 53,4 al 3,7 su 100.000.“Questa analisi è unica nel suo genere in Italia e ci aiuterà a rafforzare il nostro intervento su tutte le politiche che hanno impatto sulla salute - spiega l’assessore Saitta -. Non si può non essere soddisfatti dei miglioramenti che ci sono stati negli ultimi decenni, ma sappiamo bene che la domanda di salute è ormai cambiata profondamente. I sistemi sanitari nazionali e regionali si devono confrontare con fenomeni come l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico, l’immigrazione, l’insorgenza di nuove malattie, il costo elevato dei farmaci innovativi: situazioni complesse da affrontare e gestire con un approccio nuovo rispetto al recente passato, recuperando l’ottica dell’ascolto e promuovendo stili di vita corretti”.

Nell’ottica di proseguire nelle buone pratiche e di incentivare il moto dei piemontesi il presidente del Consiglio regionale, Mauro Laus, propone l’istituzione dei percorsi e delle palestre della salute, degli Stati generali dello sport e della settimana regionale del benessere per favorire anche nelle scuole la consapevolezza che l’attività fisica fa bene ed è utile a prevenire alcune tra le patologie più diffuse come il diabete e le malattie cardiovascolari. “Con questa legge l’attività fisica e la sua somministrazione godranno di dignità terapeutica al pari di un farmaco - ha spiegato il numero uno di Palazzo Lascaris - la prescrizione dell’esercizio fisico si trasforma infatti in strumento di prevenzione e terapia da praticare in strutture pubbliche e private, accreditate dalle Asl, per favorire la guarigione o il recupero di migliori condizioni di benessere psico-fisico dei pazienti affetti da determinate patologie croniche”. In questa cornice, la proposta di legge prevede che le Asl si assumano il compito di seguire la procedura di accreditamento dei progetti, di verificare l’attuazione è la tipologia delle attività svolte e di accertare che siano rispettati i requisiti per ottenere l’iscrizione in un apposito registro regionale. Compito dei medici dello sport, di operatori diplomati all'Isef o laureati in Scienze motorie sarà, invece, quello seguire il paziente durante ogni allenamento.

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