Acqua Santanna

Pd, ora si può ripartire

L’Assemblea Nazionale del Pd all’Ergife a Roma ha consegnato un partito che, tutto sommato, ha ritrovato un simulacro di unità. Almeno sulla necessità di ridare un ruolo, una identità precisa e una mission politica alla più grande forza di centrosinistra nel nostro paese. Certo, c’era la necessità di approfondire le ragioni della recente sconfitta referendaria ma anche, e soprattutto, la volontà di tracciare un percorso il più possibile condiviso in vista dei prossimi appuntamenti politici ed elettorali. Sotto questo versante, il giudizio complessivo non può che essere sostanzialmente positivo. Anche se, va pur detto, non possiamo non rilevare almeno due momenti che non sono stati certamente edificanti nel corso dell’Assemblea. E mi riferisco da un lato agli insulti lanciati dall’ex radicale Giachetti a Speranza. Una caduta di stile, di semplice buona educazione e di volgarità che non sono neanche commentabili in un partito che rinnega alla radice la violenza verbale e l’imbarbarimento del confronto politico. E, su un piano politico e di merito, invece, la rinuncia ad intervenire proprio nel dibattito di Roma di Roberto Speranza, ovvero di chi il giorno prima si è candidato a guidare il partito al prossimo congresso nazionale. Un atteggiamento, questo, singolare ed anacronistico perché di norma quando ci si prefigge, del tutto legittimamente, di guidare un partito, si dovrebbe anche avere la correttezza e il buon senso di dirlo apertamente di fronte al “parlamentino” convocato appositamente per discutere di come rilanciare il partito stesso nella società italiana.

Ora, al di là di questi due fatti, di colore l’uno e politico l’altro, il dibattito tutto sommato ha confermato la necessità di consolidare alcuni aspetti costitutivi della stessa carta di identità del Partito democratico. A cominciare dalla relazione introduttiva di Renzi e da alcuni interventi che si sono distinti sotto questo profilo senza limitarsi a recitare il solito copione della cortigianeria o della retorica: da Cuperlo a Franceschini allo stesso Delrio. E gli elementi che sono emersi in tutta la loro chiarezza sono sostanzialmente tre.

Il Pd conferma di non essere un partito con “un uomo solo al comando”; il Pd consolida la sua natura pluralista e democratica; il Pd non rinuncia ad essere un partito di centrosinistra, riformista e di governo. Su questi tre elementi si gioca il futuro politico e la prospettiva di questa comunità che non può barcamenarsi quotidianamente sul rischio di una scissione o in una interminabile “resa dei conti”. È giunto il momento che il Pd riprenda un cammino normale e fisiologico. Ovvero, una comunità politica che non faccia solo parlare per le sue divisioni o per le polemiche infinite tra la cosiddetta maggioranza renziana e la minoranza di sinistra. E l’unità, almeno sulle procedure, che si è raggiunta all’Assemblea può essere un buon punto di partenza in vista dei prossimi appuntamenti politici. Purché il partito mantenga i connotati originari e fondativi del suo percorso politico. Un grande partito come il Pd, composito e articolato, non può e non deve rinunciare alle sue caratteristiche storiche che sono basilari per non fare strappi che possono risultare fatali per una comunità politica di questo genere.

E la conclusione dell’Assemblea Nazionale, sotto questo profilo, può essere considerata, tutto sommato, un buon punto di partenza. Certo, forse era meglio che questa consapevolezza politica non avvenisse il giorno dopo una pesante sconfitta elettorale, quella del referendum costituzionale. L’importante, comunque sia, è ripartire con rinnovato slancio e una nuova consapevolezza delle potenzialità politiche e programmatiche che si possono mettere in campo nel panorama politico italiano.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento