Acqua Santanna

Dai consumatori ai produttori

Periodicamente si affaccia sui media la tesi protezionista, di volta in volta invocata per difendere l’italianità di quella o quell’altra azienda, una certa categoria di lavoratori o produttori e così via. Purtroppo dall’esperienza non si impara nulla: basterebbe il caso Alitalia per diffidare delle proposte di salvataggio statali per difendere dagli stranieri le aziende italiane. Nel caso di Alitalia si sono buttati tanti soldi e l’azienda continua ad essere sull’orlo del fallimento e gli stranieri infine sono arrivati, non più francesi, ma arabi. Il contribuente italiano è stato danneggiato due volte: la prima volta, perché i soldi delle sue tasse invece di essere usati per scopi più utili o per ridurre il debito, sono stati usati per tenere piedi un impresa decotta e una seconda volta, perché per favorire Alitalia su tratte e slot sono state danneggiati gli altri operatori che non hanno potuto offrire servizi più convenienti. Di fatto le politiche protezioniste non sono altro che un trasferimento di risorse dai consumatori/contribuenti ai produttori protetti.

Oltre all’intervento diretto dello Stato nelle imprese, il protezionismo si estrinseca in dazi e quote, così le merci che arrivano dall’estero sono costrette a pagare un dazio per entrare o a rispettare certi contingentamenti. Il risultato è che i prezzi dei produttori nazionali sono tenuti artificiosamente più alti rispetto a quelli che si avrebbero avuto in assenza di dazi e quote. Ovviamente i prezzi maggiori sono pagati dai consumatori nazionali, che si impoveriscono, trasformando il tutto in un mero trasferimento di ricchezza dai consumatori ai produttori. Facendo un esempio torinese, quando c’erano i dazi sulle auto, i poveri operai e impiegati si impoverivano per arricchire gli Agnelli.

Per i fautori dell’italianità, sarebbe da far notare che ammettere che i produttori italiani abbiano bisogno di protezione, significa ammettere che sono meno capaci di quelli stranieri. Si fa tanto la retorica sulla qualità del prodotto italiano e poi si ha paura della concorrenza dei prodotti esteri.

Il vero handicap dei produttori italiani è solo uno: lo Stato italiano con le sue tasse, la sua burocrazia, le sue leggi astruse, la sua giustizia lenta. Se non fossero azzoppati dal proprio stesso stato non avrebbero timore di nessuno. Se si considera che un dipendente che porta a casa 1000 euro netti costa all’impresa almeno 2000 euro, è facile intuire la difficoltà degli imprenditori italiani. Oltre a ciò bisogna aggiungere una tassazione spropositata sugli utili aziendali, Imu e altri balzelli vari, ed è così chiaro perché le imprese italiane temono quelle straniere. Non è un caso che colossi americani aprano le loro filiali europee in Irlanda e non in Italia.

Altra considerazione da fare sul protezionismo è sulla politica agricola europea che è stata improntata sulla difesa degli agricoltori francesi. Per questo motivo molti prodotti agricoli africani non giungono in Europa. Recente è il caso dell’olio tunisino. In questo caso il consumatore oltre a pagare di più, è costretto a pagare più tasse per mandare aiuti ai paesi africani e per accogliere i cosiddetti profughi. Se gli europei potessero comprare i prodotti agricoli africani oltre a spendere meno, non avrebbero la necessità di mandare aiuti, perché sarebbe il mercato ad arricchire in maniera virtuosa gli africani che a quel punto sarebbero meno spinti ad emigrare.

Qualcuno potrebbe pensare: che fine faranno i produttori nazionali? La risposta è molto semplice: è sufficiente metterli nelle stesse condizioni dei produttori esteri. Come si affermava nell’articolo sul welfare di qualche settimana fa, che il miglior modo di difendere i lavoratori era lasciare nelle loro tasche più soldi, così il miglior modo di aiutare i produttori nazionali e se vi piace l’italianità è quello di lasciare loro più soldi, diminuendo tasse e semplificando leggi e regolamenti.

Ultima riflessione merita il nanismo delle imprese italiane che in un mondo globalizzato come quello attuale le fa diventare facili prede dei giganti esteri. Se le imprese italiane invece di pagare il 70/80% in tasse ne pagassero meno, sarebbero così piccole? 

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