TRAVAGLI DEMOCRATICI

Pd, porte chiuse a sinistra

Gariglio e lo stato maggiore del partito respingono le condizioni dettate da Giorgis per il rientro della minoranza nelle segreterie: “Serve un chiarimento profondo, aspettiamo il congresso”. E i circoli scrivono al Nazareno

“La minoranza vuole discutere e chiarire? Benissimo. È quello che vogliamo anche noi, incominciando con il  mettere sul tavolo quei comportamenti tenuti da chi sul referendum è andato contro la linea del partito e ha usato parole impensabili per attaccare il segretario nazionale. Tutto si farà al congresso”. È un Davide Gariglio che non si butta certo alle spalle l’anno vecchio e i botti anticipati con l’ala bersaniana, quello che tra uno scambio di auguri e l’altro, coglie l’occasione per replicare, sia pure indirettamente , a quanto affermato l’altro giorno dal deputato di sinistra dem Andrea Giorgis che aveva posto come condizioni per il rientro della minoranza in segreteria regionale una “approfondita discussione sulle sconfitte, dalle amministrative al referendum” e “un azzeramento dei vertici”.

Il segretario risponde anche a quelle istanze di “tenere il punto” e “non passare sopra a certe cose” che continuano ad arrivargli da più di un circolo, da amministratori locali così come da quella base che forse non è poi così silente e rassegnata come spesso la sia descrive. Tra le briciole del panettone, sul tavolo una delle non poche lettere ricevute in questi giorni. A suo modo contiene degli auguri, pure quella. L’auspicio che si faccia chiarezza su ciò che è successo nelle campagna referendaria e pure dopo, con quei brindisi per salutare la vittoria del No digeriti dalla maggioranza del Pd come fossero avanzi di uno zampone tirati fuori dal frigo.

Gliel’ha spedita un circolo del Pd, che l’ha inviata anche al Nazareno: “Chiediamo a voce alta che si discuta subito e si decida su una serie di questioni” si legge in quelle righe che per Gariglio sono l’ulteriore conferma di ciò che ha ben chiaro da tempo: il malessere, le tensioni e gli scontri figliati dal sostegno al No referendario di una parte della minoranza. Chiedono i dem di uno dei tanti circoli del Piemonte, di discutere e decidere anche e soprattutto “di una riforma dello statuto del partito che preveda ampi dibattiti, discussioni e confronti, ma anche il mandato e vincolo di voto al momento delle decisioni parlamentari e politiche in generale, fatti salvi temi etici che dovranno comunque essere precisati statutariamente”. Poi quello che se non un botto altro è difficile definirlo: “Votazioni contro le maggioranze nel partito dovranno prevedere gravi sanzioni a carico di chi  assume posizioni disgregatrici. E non si parli di deficit di democrazia”, aggiungono con palese riferimento alle giustificazioni addotte dai bersaniani a sostegno del loro No alle riforme. Scoramento, preoccupazione e rabbia: sono le parole che gli iscritti usano nella lettera riferendosi agli “ultimi eventi che hanno segnato il nostro partito specialmente durante la campagna referendaria”.

Stati d’animo che certo non suonano nuovi: basta scorrere post su facebook o ascoltare una delle tante discussioni in altrettanti circoli della regione. Gariglio lo sa e su questo tiene il punto. Era stato lui stesso, derogando alla felpatezza ereditata dalle origini democristiane, a intervenire a muso duro già alla vigilia del referendum contro chi “si è messo a combattere Matteo Renzi come fosse un intruso e non il segretario eletto, arrivando pure a evocare Licio Gelli e intenzioni golpiste”. Oggi di fronte alla richiesta avanzata – “senza ottenere risposta”, come ribadito da Giorgis – di discutere le ragioni delle sconfitte avanzata dalla minoranza e della indisponibilità da parte di questa a rientrare nella segreteria da cui è uscita proprio per sostenere l’istanza di una ripartenza, dopo l’azzeramento degli incarichi, Gariglio replica rilanciando.

Senza evitare di considerare quella porta, dell’organismo dirigente piemontese, irrimediabilmente chiusa anche se chi è uscito pensasse di rientrare. “Si discuterà di tutto nella sede propria, il congresso” taglia corto, girando la doppia mandata nella toppa. “Chi chiede di discutere le ragioni per cui siamo stati sconfitti, non può cavarsela pensando di non dover rispondere di atteggiamenti incomprensibili e inaccettabili per la stragrande maggioranza del partito, degli iscritti e degli elettori”.

La minoranza bersaniana resta dunque, per scelta (ma se questa dovesse mutare, anche per decisione) dalla segreteria regionale, così come da quella provinciale di Torino, che vede il numero uno della federazione, pur dimissionario, Fabrizio Morri, nettamente contrario ad aperture. Diversamente accade in altre province. Ad Alessandria, il territorio dell’altro parlamentare di sinistra dem, il senatore Federico Fornaro, ascoltata voce bersaniana a livello nazionale, la componente che a lui fa riferimento ha due membri nell’organismo esecutivo. Ma pure da quelle parti, come nel resto del Piemonte, le fratture acuite dalla posizione presa dai bersaniani al referendum sono lontanissimo dal ricomporsi. “Al congresso vedremo chi rappresenterà la maggioranza” ribadisce Gariglio. Niente male come inizio d’anno. Del resto i botti, nel Pd, si erano sentiti ben prima.

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