Acqua Santanna

Noi speriamo che ce la caviamo

Tra i tanti auguri che mi sono giunti in questo periodo natalizio, sia direttamente che per mezzo della rete o dei social, uno in particolare ha centrato la scommessa posta innanzi a noi dall’anno nuovo, appena inaugurato. Non faccio riferimento agli svariati, quanto classici, “Felice Anno”, oppure agli scontati “Che l’anno nuovo ti porti serenità e quello che desideri”, ma al saluto di capodanno pubblicato su facebook dal mio amico Andrea: “E nel 2017 ci siamo entrati, ora speriamo di uscirne vivi”. L’affermazione è decisamente forte, non lascia spazio all’ottimismo, ma con la sua carica sarcastica più di ogni altra delinea la cornice di questo Natale 2016.

L’attacco terroristico al mercatino natalizio di Berlino e la terribile strage di Istanbul di capodanno, hanno insanguinato il fine 2016 riportando alle menti le carneficine di Parigi avvenute nel 2015. Un filo rosso lega gli eccidi in Europa e lo si può definire con un solo vocabolo: guerra.

L’ipocrisia occidentale è riscontrabile in molte occasioni della sua vita politica e sociale, ma questa si manifesta soprattutto nella maniera stessa in cui i governi si rapportano con il termine «Guerra».

Il nostro continente da decenni non dichiara stati di belligeranza contro altre nazioni, non invade territori altrui e nemmeno bombarda obiettivi militari. L’Alleanza atlantica, infatti, si limita a definire missione di pace, o esportazione di democrazia, qualsiasi operazione militare di piccola o larga scala che coinvolga Paesi terzi.

Probabilmente le popolazioni che subiscono l’importazione democratica hanno a disposizione vocaboli diversi per definire quest’ultima e, senza troppe remore, etichettano le incursioni della nostra aviazione con l’unica parola possibile: belligeranza.

Il diritto bellico internazionale, quello elaborato con fatica negli anni a cavallo delle due guerre mondiali, è carta straccia: norme che oramai sembrano regolare esclusivamente principi teorici senza alcun capo né coda. Il primo atto che apre alle tensioni internazionali, in questo nuovo e curioso ordine mondiale, è la sanzione, o embargo, a cui solitamente segue un voto delle Nazioni Unite sui presunti crimini di guerra compiuti dal Paese da invadere, spesso espresso sulla base di indizi creati ad doc dai Paesi aggressori, per poi completare l’opera affidandosi ai bombardieri.

Una procedura collaudata nel tempo e ripetuta in numerosi territori del mondo arabo. Rimossi i governi ostili al patto atlantico, con tanto di esecuzioni sommarie dei relativi premier, nuove realtà “statali” sono però emerse dalle ceneri delle città occupate, dando vita ad una sorta di difesa in armi contro il nuovo ordine imposto dalle potenze straniere.

In Siria la situazione è paradossale. L’Occidente ha armato indiscriminatamente gli oppositori al regime alimentando le ambizioni espansionistiche dei gruppi integralisti i quali, senza eccessivi tentennamenti, hanno creato uno Stato indipendente ed occupato le città più importanti della nazione. Individuare oggi gli assassini di Aleppo temo sia operazione impossibile: grazie agli interessi internazionali quasi tutti i capi di Stato hanno le mani insanguinate e le fosse comuni, purtroppo, lo testimoniano.

Non si dichiara più lo stato di belligeranza, mentre dall’altra parte si porta il conflitto ovunque massacrando civili laddove sia possibile, consegnando così un senso di assoluta vulnerabilità alle popolazioni euroamericane. Il sasso lanciato dai leader atlantici nel mare Arabico ha dato vita a reazioni violente dovute al risveglio di ideologie integraliste religiose, che si nutrono della scomparsa di quelle occidentali liberiste o medio orientali socialiste. 

Il risultato delle geniali politiche estere dei governi europei è sotto gli occhi di tutti. Torino, la sera di fine anno è stata una metropoli blindata come tutti gli altri grandi centri urbani europei e statunitensi. Celebrare l’inizio dell’anno in piazza assomiglia all’ora d’aria carceraria anziché ad una festa, tra controlli e barriere varie.

E’ bene che la popolazione non si arrenda e continui a passeggiare tra mercati, entrare in locali affollati e frequentare piazze in festa: segno importante di resistenza civile nonché risposta secca contro la guerra in atto. E’ bene che si auguri buon Anno e si festeggi spensieratamente, ma è altrettanto bene chiamare le cose come sono. Il 2017 si presenta con una guerra in corso che si nutre di interessi economici e manie di potere. Interessi che prevalgono pure sulla nostra Costituzione, la quale fonda l’Italia sul lavoro, e non sullo sfruttamento del lavoro, e ripudia la guerra.

Sono certo del fatto che qualcuno non condividerà quanto scrivo, ma l’unico elemento che colloca questo Natale nelle sue giuste dimensioni è frutto della Walt Disney. Mi riferisco al primo episodio della serie parallela di Guerre Stellari, Rogue One: bellissimo film d’azione che racconta una guerra globale disputata tra deserto, basi militari e centri di potere urbano. L’autore della pellicola fantascientifica forse, nel realizzare la sua opera, ha voluto dare una forma onirica al nostro terribile presente, e lo ha fatto magistralmente.

Il mondo della finzione spettacolare spesso dimostra di aver compreso quali sono le conseguenze del nuovo ordine mondiale: conflitti globali e condizioni di vita vicine allo sfruttamento anche in Europa. Forse quando i nostri leader rimuoveranno ogni ipocrisia di comodo, ammettendo il disastro sociale derivato dalla loro stretta alleanza con il potere finanziario mondiale, potremo augurarci buon Anno senza aggiungere “Speriamo di uscirne vivi”. 

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento