LA SACRA RUOTA

Missione (quasi) compiuta

Il 2017 è l'anno cruciale e, forse, l'ultimo "pieno" alla guida di Fca per Marchionne. Verso l'azzeramento del debito di 5 miliardi di dollari e alleanze internazionali. L'incognita Trump e il rapporto sempre più freddo con gli Agnelli. Le prospettive nell'analisi dello storico Berta

Quello appena incominciato potrebbe essere l’ultimo anno dell’era di Sergio Marchionne alla guida di Fca. Di certo – nell’incertezza che avvolgerà ancora per molto l’effettivo o meno abbandono nel 2018 annunciato dallo stesso supermanager – c’è che il 2017 sarà un anno particolare, denso di novità e svolte per il colosso automobilistico presieduto da John Elkann. “Il Salvatore”, dopo aver strappato al fallimento la gloriosa casa torinese, ha davanti a sé la sfida cruciale del futuro, suo e dell’impresa. Impossibile escludere anche qualche non improbabile colpo di scena conseguente all’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Nell’attesa di conoscere le reali intenzioni del successore di Obama nei confronti di Fca (dopo le esternazioni su General Motors accusata di produrre la berlina Chevrolet Cruze in Messico importandola senza pagare tasse negli Usa e la corsa ai ripari di Ford che ha annullato un previsto investimento a San Luis Potosì) Marchionne – secondo quanto riferisce l’agenzia Bloomberg – già in occasione del Motor Show che si aprirà lunedì a Detroit potrebbe fare corpose anticipazioni sull’atteso annuncio di fine gennaio del raggiungimento degli obiettivi prefissati per il 2018, a partire dall’azzeramento del debito di 5 miliardi di dollari.

Una “missione compiuta”, il senso del probabile messaggio dell’ad di Fca, che da un lato secondo alcuni osservatori rafforzerebbe l’ipotesi dell’abbandono “a lavoro terminato” nell’arco del prossimo anno (favorito anche da un’assenza di segnali da parte della Famiglia al “se me lo chiederanno” potrei restare, sibillinamente pronunciato dal supermanager ), ma dall’altro porrebbe lo stesso Marchionne e il gruppo in una posizione assai più solida anche di fronte alle incertezze dell’imminente era Trump. E queste sono molte. “Fino ad oggi il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha detto nulla su Fca, ma è impensabile che non lo faccia” osserva Beppe Berta, storico dell’industria e profondo conoscitore di quella che fino a pochi anni fa era la Fiat. “Trump ha attaccato Gm, ha dato qualche buffetto a Toyota, ma bisognerà vedere cosa farà con Marchionne.

L’anno scorso sono state 118 mila le vetture realizzate in Italia che hanno preso la via degli Stati Uniti, con un netto incremento rispetto al 2015 (quando l’export verso gli Usa era stato di 72 mila vetture). Un dato confortante, soprattutto per l’attività industriale del Sud, che ha ricevuto una spinta importante dalla produzione d’auto. Proprio per questo, viene da considerare con preoccupazione quanto sta succedendo oltre Oceano, ancor prima che sia avvenuto l’insediamento di Trump. Chi può escludere – si chiede Berta – che il nuovo inquilino della Casa Bianca dica: o quelle auto si producono in America oppure le graviamo di dazi doganali del 35%. A quel punto per Fca, ma anche per il nostro Paese sarebbe un problema molto serio”.

A detta del professore della Bocconi, se “Trump ha già promesso che farà vedere ciò di cui è capace nei primi cento giorni del suo governo, sicché non resta molto da attendere per capire fino a che punto vuole dare corso alla sua ispirazione protezionistica” è altrettanto evidente come il mercato dell’auto può essere un buon banco di prova per la strategia economica del tycoon che ha sconfitto Hillary Clinton e fatto saltare molti schemi e previsioni dai quali non è certo estraneo e intangibile lo stesso settore automotive che, ricorda Berta “l’anno scorso ha toccato un risultato molto considerevole, con oltre 17,5 milioni di vetture vendute. Nel 2017 ci potrà essere un’ulteriore crescita, o forse una limitata flessione, quel che è certo è che rimarrà cruciale nell’economia americana, specie se si affacceranno nuovi prodotti e anche nuovi produttori, come fanno pensare le sperimentazioni in crescita sulle vetture elettriche a guida autonoma”.

Un settore, quello dell’auto di nuova generazione, in cui Fca, nell’ultimo ma non irrilevante scampolo della gestione Marchionne, potrebbe basare il suo futuro e, non di meno, quello di Exor, la holding della famiglia Agnelli. Tra i tanti scenari del post-Marchionne c’è pure quello che vedrebbe la famiglia orientata in un’ottica di progressivo allontanamento dall’auto classica (magari cedendo questo asset a Gm) concentrando investimenti e prospettive nei settori di alta gamma sportiva (Ferrari e Alfa) così come in quello della stessa auto elettrica a guida autonoma. “Sarà interessante capire se potrà nascere qualcosa con gli americani, in questo caso Google – dice Berta – che ha forze finanziarie enormi e per non sporcarsi le mani in fabbrica potrebbe accordarsi con Fca”.

Se sarà il suo penultimo alla guida di Fca è ancora presto per dirlo, che il 2017 (grazie ai risultati del 2016) sia l’anno di Marchionne lo dicono una serie di numeri: oltre un milione di vetture prodotte in Italia, crescita dei volumi del 70% in 4 anni, superamento in soli 9 mesi a Mirafiori delle produzioni del 2012, segno più davanti alla cifra 51 per Cassino, e poi quella medaglia appuntata sul petto di Fca da Goldman Sachs con l’inserimento del titolo nella sua lista convinction buy, con Mediobanca che alzato il prezzo obiettivo a 12 euro per azione, contro gli attuali 9,73. E, da ricordare, anche la rivoluzione imposta nelle relazioni sindacali che hanno portato il Lingotto a uscire da Confindustria e a privilegiare la contrattazione aziendale.

Tutto rose e fiori? Se anche così fosse, le spine delle prime pungono ancora a Torino (ma non solo, essendo l’Italia intera ad aver subito danno e affronto) per quella migrazione della sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra. Senza arrivare a Trump, probabilmente né in Francia né tantomeno in Germania si sarebbe assistito a quanto, invece, è accaduto nel nostro Paese. Legittima cura dei propri interessi, non c’è dubbio. Forse una qualche moral suasion – corroborata da argomenti concretamente convincenti – ha fatto difetto alla politica. “Quando è arrivato Matteo Renzi ormai era troppo tardi – ammette lo storico – e prima nessuno forse ci ha provato, sapendo di non avere a disposizione quegli incentivi che avrebbero potuto indurre a restare”. Invece il trasferimento di testa e cassa c’è stato. Anche se, come osserva ancora Berta, “non è detto che sia definitivo. Potrebbe essere solo un passaggio. Molto dipenderà da quanto dirà e farà Trump”. L’America potrebbe essere ancora più vicina.

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