Acqua Santanna

Lo Stato dei misteri

La Relazione al Parlamento sulle privatizzazioni – redatta dalla Direzione Finanza e Privatizzazioni del Dipartimento del Tesoro e resa pubblica il 27 dicembre 2016 – illustra le operazioni di vendita delle partecipazioni azionarie direttamente detenute dal Ministero dell’economia, concluse dal gennaio 2011 al settembre 2016, e ne indica gli incassi. Contiene anche i dati di sintesi delle somme acquisite dalle casse dello Stato per alienazione di quote possedute in società varie a partire dal 1994, anno nel quale si avviò il processo di accelerazione delle procedure di dismissione di partecipazioni dello Stato in società per azioni (L. 474/1994). Compaiono cifre importanti, con conseguenti entrate di rilievo per le casse dello Stato. Lo Stato ha incassato dalla vendita di azioni possedute in società,a partire dal 1994,110 miliardi netti. I maggiori introiti si sono realizzati nella vendita, negli anni, di azioni dell’Enel per 35,7 miliardi, dell’Eni per 28,5 miliardi, di Telecom per 12,0 miliardi. E poi, via via, per tutte le altre vendite fino a raggiungere il totale indicato di 110 miliardi.

Per quanto riguarda il periodo considerato nella Relazione, le cessioni di quote azionarie – relative a Sace, Simest, Fintecna, Generali, ancora una tranche di Enel, Fondo italiano d’investimento, Enav e la quota di Poste italiane – hanno generato entrate per 15,4 miliardi. Inoltre, sono stati rimborsati prestiti per 7 miliardi (i cosiddetti Tremonti e Monti bond). Alle casse dello Stato sono quindi affluiti 22,4 miliardi. Di essi, 20 sono stati accantonati nel Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, una sorta di “fondo di riserva” istituito nel 1993 (L. 432/1993) e destinato principalmente al riacquisto, da parte dello Stato, di suoi titoli utilizzando i proventi derivanti dalle operazioni di privatizzazione. Il riacquisto di suoi titoli da parte dello Stato riduce, conseguentemente, lo stock del debito pubblico. Dall’istituzione, sono confluiti nel Fondo 143 miliardi. I restanti 2,4 miliardi dei 22,4 incassati sono stati utilizzati per il pagamento di debiti dello Stato verso fornitori. E’ dunque questo il quadro delle cessioni delle partecipazioni azionarie da parte dello Stato che emerge dalla Relazione.

Come ogni fatto, il quadro presenta luci ed ombre. In base alle dottrine liberiste (quelle che sostengono che lo Stato deve stare fuori dai processi di scambio di beni e servizi, realizzati invece dalle imprese nel mercato), è certamente positivo il progressivo ritiro dello Stato nella gestione dell’economia; peraltro subito smentito dai recenti ritorni, come nel caso dell’intervento a sostegno del Monte dei Paschi di Siena e di altre banche, dopo il fallimento del mercato privato nei salvataggi. Positive sono anche le entrate straordinarie per il bilancio dello Sato, considerando i perduranti stati di crisi profonda della finanza pubblica.

Pesano negativamente (ovviamente) le diminuzioni patrimoniali conseguenti alle vendite (i gioielli di famiglia si vendono una volta sola e, come nel caso delle azioni, cessano anche le entrate che derivano dai dividendi distribuiti). Altra nota negativa è che una parte delle privatizzazioni non è stata assorbita dal mercato borsistico. Nel 2012, la cessione delle partecipazioni statali è stata fatta per 8,7 miliardi alla Cassa Depositi e Prestiti – Cdp. Ora la Cdp (che tra l’altro, ai sensi dell’art. 1, c. 387, della L. 190/2014 è lo stesso soggetto che gestisce il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato) per legge deve versare allo Stato il 60% del valore presunto dell’operazione entro dieci giorni dalla conclusione della cessione (in questo caso, 5,4 miliardi circa). Evidentemente, necessitavano subito i 5,4 miliardi per tamponare qualche falla nel bilancio dello Stato, e non si poteva indulgere nelle lungaggini per una vendita in borsa. Inoltre, poiché la Cdp è una società controllata dal Ministero dell’economia (che ne possiede l’80,1% del capitale), c’è dunque stato un semplice “giro di fondi in famiglia”. In questo caso però il giudizio sull’operazione è doppiamente negativo. La Cdp, gestendo il risparmio postale degli italiani, dispone di risorse immense e immediatamente spendibili. Sono quindi i cittadini che hanno dato allo Stato italiano, pronta cassa, 8,7 miliardi.

Ma, al di là delle varie riflessioni che si possono fare sulle cessioni delle partecipazioni e sulla loro convenienza economica (ma a questo proposito è meglio tacere poiché lo Stato, per portare a termine le operazioni di cessione, si avvale sempre di consulenti di altissimo livello), ciò che stupisce in questi movimenti della finanza pubblica è l’alone di mistero che li circonda. Negli anni cui si riferiscono le entrate da alienazione di azioni possedute dallo Stato che compaiono nella Relazione del Ministero dell’economia, i cittadini italiani hanno sopportato manovre finanziarie il cui valore medio annuale si colloca tra i 20 e i 30 miliardi (quella del 2017 è già stimata per 27 miliardi). Sta bene che, nelle manovre, siano state anche conteggiate diminuzioni della spesa pubblica. Meno bene quando queste diminuzioni hanno riguardato tagli indiscriminati alle spese per servizi pubblici, sanità, scuola, ecc. Ma tralasciamo anche le considerazioni su questo aspetto. Ciò che però va rimarcato è che, nelle manovre, mai si è fatto cenno a correttivi positivi del loro importo derivanti da entrate straordinarie conseguenti alle cessioni di partecipazioni azionarie. In buona sostanza, nessun ministro ha mai chiarito ai cittadini, in maniera comprensibile, che si doveva fare una manovra che valeva 100, ridotta però a 98 poiché i 2 in meno derivavano dagli incassi per vendite di partecipazioni. E che, per effetto di questi incassi, i cittadini avrebbero avuto una riduzione di tasse o qualche altra utilità.

C’è poi un altro mistero relativo alle cessioni di cui stiamo parlando. Riguarda l’andamento del debito pubblico nei sei anni considerati nella Relazione (ma il discorso potrebbe valere anche per gli anni precedenti, a partire dal 1994). Nella Relazione si citano le somme confluite nel fantomatico Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Come detto prima, il Fondo dovrebbe servire, principalmente, per ridurre il debito pubblico mediante l’utilizzo delle somme provenienti da operazioni di privatizzazione. Orbene, negli anni dal 2011 al 2016, il debito pubblico non solo non si è ridotto per effetto delle vendite delle partecipazioni, ma è addirittura progressivamente aumentato, passando dai 1.897,9 miliardi del 2011 ai 2.224,7 miliardi dell’agosto 2016. Ed in più già si parla di crescita anche per il 2017 (in prima battura, per i 20 miliardi stanziati per il salvataggio delle banche). Ed allora, cosa ci stanno a fare le leggi quando neppure i governanti le osservano? E con quali altre risorse si pensa di ridurre il debito pubblico, la più pesante palla al piede per l’economia del nostro Paese? Il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan - che da quando è ministro spergiura che il debito pubblico se non è ancora diminuito certamente diminuirà - forse qualche chiarimento in merito dovrebbe darlo. Quando poi si trattano argomenti che riguardano la finanza pubblica, occorre sempre sottolineare che si parla di denari dei cittadini. Coi quali i governanti amano evidentemente trastullarsi, tuttavia tenendoli all’oscuro dei loro giochetti.

A conti fatti, diventa offensivo per il cittadino assistere all’emanazione di norme su norme sugli obblighi di trasparenza delle amministrazioni pubbliche quando parti consistenti dei conti pubblici restano nel mistero. E neppure si sente l’esigenza di fornire qualche chiarimento al riguardo.

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