Acqua Santanna
DIALETTICA

5 stelle, “compagni che sbagliano”

Nonostante il marasma in cui è precipitato il movimento, la minoranza Pd resta convinta che i grillini siano una costola della sinistra, da redimere e riportare a casa. "Non vanno demonizzati" avverte il senatore bersaniano Fornaro che predica il "confronto"

“Bisogna mettere in evidenza le contraddizioni del M5S. Farle esplodere marxianamente. Invece in molti, anche nel Partito democratico, si ostinano a usare, contro i grillini, i metodi e il linguaggio dei grillini. Anche aver giudicato positivamente l’approdo, poi negato, dei parlamentari del movimento nel gruppo europeo dell’Alde è stata una presa d’atto di una normalizzazione, indicare una formazione antisistema che alla fine accetta le regole del gioco, mostrando la sua debolezza e l’ennesima contraddizione”. Federico Fornaro, senatore di quella minoranza dem che – unica nel panorama politico italiano, ieri prima della porta sbattuta in faccia a Beppe Grillo e Davide Casaleggio dal presidente dei democratici e liberali Guy Verhofstadt – aveva salutato con Roberto Speranza la svolta europeista del M5s come “una buona notizia”, ridisegna i confini troppe volte oltrepassati dalla maggioranza dem (sia nella sua dirigenza, sia tra iscritti ed elettori) di quella battaglia che “deve essere combattuta con le armi della politica e non con quelle dell’avversario, tanto più che lui sa maneggiarle assai meglio”.

Sgombra il campo dalle accuse di intelligenza col nemico, sempre più crescenti all’interno del partito nei confronti dei bersaniani e corroborate non solo dal No al referendum, ma non di meno dalle recenti pacche sulle spalle dell’ex segretario ad Alessandro Di Battista senza bisogno di riandare a quel più lontano streaming cui l’uomo di Bettola accettò di sottoporsi nell’incontro con gli allora capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi, passato per molti alla storia come la Grande Umiliazione. Vero è che il pallottoliere della minoranza è colmo di attacchi a Matteo Renzi e desolatamente pressoché vuoto di dure prese di posizione nei confronti del M5s. Una colpa imperdonabile ai bersaniani, per gran parte dei dem. La stessa dichiarazione di Speranza, ieri, ha segnato l’ennesima frattura.

“Questione di metodo – spiega Fornaro –. C’è chi continua ad attaccare usando la denigrazione, l’insulto, mezzi utilizzati talvolta oltre i limiti, dai grillini e chi come me e altri che vogliono contrastare il movimento sul terreno della politica, senza indulgenze ma anche senza atteggiamenti che rischiano di trasformarli in martiri e non portano certo una parte del loro elettorato dalla nostra parte”. Già, perché questa è la sfida che declinata in vari modi – a partire dal quel “Nei Cinque Stelle c’è qualcosa di nostro” detto a suo tempo dallo stesso Bersani e interpretato sibillinamente – resta un obiettivo del Pd: recuperare parte di quei voti finiti a Grillo. “E vogliamo farlo insultando chi ha votato il M5S?” chiede retoricamente il senatore alessandrino. Il quale rivendica di essere stato “tra i primi a studiare il M5s, perché non basta fare un tweet o un post su facebook per contrastare un avversario, bisogna conoscerlo”.

Già in un articolo pubblicato sul Mulino nel 2012 “lo descrivevo come una sorta di oggetto misterioso, rispetto alla categorie tradizionali dei partiti. E ancora adesso lo è. Per questo inviterei tutti ad avere più umiltà e meno supponenza nel giudicarlo: mai è accaduto in Europa che all’esordio una forza politica arrivasse al 25 per cento. Basta la derisione per contrastarla? Io credo di no, anzi ne sono convinto, così come lo sono nell’affermare che è un errore attaccare a testa bassa Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino”.

Sulla sindaca torinese Fornaro ha questa idea: “Il vero tallone d’Achille non è lei, scelta con attenzione dai vertici facendo fuori Vittorio Bertola, bensì i consiglieri comunali del movimento e pure la giunta. Lì stanno le crepe da allargare, le contraddizioni da far emergere che certo appartengono anche alla Appendino, ma attenzione a non fare pure di lei una martire. Se la si attacca in maniera eccessiva, l’elettorato di stringe a testuggine per difenderla e noi non potremmo convincerlo, neppure in parte, che la scelta è stata sbagliata”. E poi i tempi: “Dobbiamo lanciare una sfida politica, far emergere le incoerenze che a Torino non mancano di certo tra quanto promesso e quanto fatto, i tanti no annunciati in campagna elettorale e subito diventati tanti sì. Ma noto nel Pd una certa ansia da prestazione, certo stare in minoranza dopo quasi venticinque anni di governo non è cosa facile. Credo che dobbiamo ancora calibrare l’azione di opposizione”.

Un grave errore che Fornaro imputa a gran parte del Pd riguarda “il concetto sbagliato secondo cui i Cinque Stelle sono una forza politica che esiste solo sulla rete. Intanto il web per loro non è uno strumento, ma una costituency e poi non è affatto vero che sono solo lì. Se domani decidono di fare mille banchetti loro hanno la gente per farli, noi non lo so”.

Altro tema che, stavolta, Fornaro cita con nettezza in negativo “è quello dell’assenza di democrazia interna. E non mi riferisco alle consultazioni sul web, metodo che non liquido con una risata come fanno molti ma anzi dico che su di esso dovrebbe riflettere anche il Pd: cosa sarebbe successo sul Jobs Act se si fossero consultati gli iscritti? Mi riferisco alla nascita come lo definii a suo tempo di un partito azienda, per alcuni aspetti assimilabile a Forza Italia partorita da Publitalia, e ancor più un partito in franchising attraverso la concessione e la revoca di un marchio, alle decisioni oggi ricondotte a una sola persona: Grillo”. Questa “è la grande differenza, su cui confrontarci politicamente. Oltre naturalmente l’altro punto debole del movimento: la selezione della classe dirigente”.

Fornaro ricorda come “alle prime parlamentarie venne deciso che potessero partecipare coloro i quali erano stati candidati, ma non eletti alle amministrative. Una lista dei trombati. L’opposto di quanto accade nei partiti tradizionali. Il far assurgere l’inesperienza come valore. Grillo e soprattutto Gianroberto Casaleggio decisero così per evitare di far la fine di Di Pietro che, come il M5s, aveva voti ma non uomini e si ritrovò con i Razzi e gli Scilipoti”.

Torna su Torino, “perché anche qui sarebbe stato logico utilizzare l’esperienza e la capacità di Bertola, invece hanno candidato Appendino”. Forse anche perché Bertola era assai lontano ed estraneo a quel Sistema Torino tanto contrastato dalla candidata sindaca di lotta (in campagna elettorale) e poi non certo messo fuori dalla porta dall’Appendino di governo (anche grazie ai voti di buona parte del vituperato establishment). Liquidato come “un autogol di Grillo che difficilmente sarebbe accaduto ci fosse stato ancora Gianroberto Casaleggio” il pastrocchio al Parlamento Europeo, il senatore bersaniano resta convinto che “la battaglia, anche in vista delle amministrative dove molto dipenderà dall’esperienza e dalla capacità dei candidati sindaci, e non di meno delle politiche deve essere combattuta sul terreno della politica”. E avverte la maggioranza del Pd: “Nel M5s c’è una parte della sinistra. Demonizzare a aggredire il movimento in risposta ad aggressioni che pure ci sono e pesanti non è il metodo giusto. Così non si recupereranno mai quei voti che abbiamo perso”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    08:11 Martedì 10 Gennaio 2017 PELDICAROTA ANALISI CHE PARE IMPECCABILE MA ...

    Se fosse come propone Fornaro come mai quel popolo di sinistra che si è mescolato con il popolo, tanto, di destra presente nel M5S non si è buttato su Sinistra Italiana o su Sel come le elezioni comunali a Torino hanno evidenziato?

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