Cinque milioni

I media nazionali hanno divulgato i dati inerenti l’incremento della povertà in Italia. Leggendoli è possibile conoscere meglio il nostro Paese, descritto spesso come un bengodi pieno di giovani fannulloni e lavoratori irriconoscenti. Secondo l’ente statistico governativo i cittadini italiani classificati sotto la soglia di povertà, ossia indigenti, sono circa 5 milioni: numero raddoppiato nei soli ultimi otto anni.

Il reale quadro economico nostrano permette addirittura di ipotizzare una sottostima nel dato. La produzione ha, da tempo, delocalizzato gli impianti maggiormente importanti, in ultimo la Bialetti e prima ancora la Fiat, mentre il terzo settore in molti casi si caratterizza quale occasione di sfruttamento del lavoro, anziché come strtumento per la realizzazione del sogno di un’autoimprenditorialità solidale.

Ripetutamente, a fronte del disastro produttivo, alcuni politici sottolineano le ricche peculiarità italiche: nello specifico i tesori naturalistici e monumentali. Da decenni, infatti, assessori più o meno competenti e ministri, sovente improvvisati, riempiono di spessore i loro discorsi pubblici facendo riferimento a spiagge e città d’arte, ma raramente alle parole auliche seguono fatti concreti.

Cultura e turismo sostenibile dovrebbero rappresentare possibilità occupazionali importanti, non sostitutive ma complementari alla fabbrica. Cementificazione del paesaggio ed incapacità amministrativa vanificano i buoni propositi annunciati, sino a trasformare le intenzioni di rilancio dei beni culturali e paesaggistici in un fastidioso tormentone.

L’offerta turistica sembra essere affidata esclusivamente a bagni privati, alle piste innevate oppure a “giostrai” dal divertimento costruito nell’obiettivo del maggior profitto, a scapito di investimenti a lungo termine. La Cultura segna invece lo stop causato da una classe politica che interviene in base a simpatie, per non dire clientele, scegliendo chi sostenere quasi esclusivamente in base alle appartenenze o alla capacità di concedere, o costruire, occasioni di visibilità al politico di turno.

Il Piemonte è purtroppo un esempio drammatico delle tante difficoltà che incontra l’offerta culturale e turistica nel potersi trasformare in una risorsa. L’immenso patrimonio storico regionale è abbandonato a se stesso oppure alle cure di associazioni, sovente a base volontaristica, boicottate dalla politica stessa, poiché molto lontane dalle visioni spesso particolaristiche di chi siede in giunta.

Nomine errate, dirigenze affidate non per capacità ma per profilo politico idoneo, contributi concessi valutando bizzarre priorità (fondi assegnati ad associazioni politiche a scapito delle realtà territoriali, come avvenuto in recenti bandi), mancato sostegno verso chi opera al di fuori di dinamiche viziate, condannano questo nostro territorio all’oblio del glamour: fare tendenza con il grande evento che cade su un deserto destinato a rimanere tale anche in seguito.

Tante mosche che sbattono contro il bicchiere che le circonda: questa è la sensazione che offre ai suoi elettori un sistema che non gode più di una sua definizione ideologica.

In realtà assistiamo ad un continuo barcamenarsi della classe politica dirigente, la quale a volte cede a richiami sociali ed altre ad un liberismo protezionistico, ma tutto solamente al fine di assecondare un qualche potentato che ordina, e dispone, in cambio di una possibile rielezione disputata a suon di milioni.

Non stupisce quindi che a New York stiano sorgendo grattacieli bunker, edifici blindati simili a torri, contenenti alloggi di extra lusso, mentre intorno si sviluppa senza sosta una città brulicante depauperata di diritti e lavoro. Non stupisce che sia il neo presidente ultraconservatore Trump ad immaginare una legge contro le delocalizzazioni che, incredibilmente, migliori quanto già fatto dal democratico Obama per richiamare in patria le proprie industrie collocate all’estero (come purtroppo sanno alcuni ex lavoratori della provincia torinese). Non stupisce il continuo salvataggio di banche fallite, soprattutto in Italia, grazie all’alibi dei correntisti: giustificazione che garantisce pure l’incolumità dei dirigenti colpevoli di tanto scempio.

E’ il caos della transizione dal sistema neo liberista a quello liberal feudale, dove le mosche impazzite passano tutto il loro tempo a sbattere, tra le pareti del bicchiere, nella ricerca del giusto alibi. Quando questo è carente ecco che viene in soccorso un gioco infallibile: la guerra tra i poveri, tradotta oggi in autoctoni contro immigrati.

In un tal contesto allarga il cuore udire la sindaca Appendino parlare di recupero delle “Periferie esistenziali”, ed ancor più comprendere che in tale termine non si ritrovino solo luoghi fisici ma anche quei cittadini che sono ai margini della comunità. Una misura nella giusta direzione, opposta alla metropoli fortezza di classe, ma che necessariamente necessita di una visione ampia e capace nella tutela dei più deboli e contro la diseguaglianza sociale quanto economica.

Sul finire degli anni ’80 un Papa ed un ex attore hanno ibernato il Socialismo, in Europa, favorendo la fine di quelle esperienze nate cento anni fa e sovente cadute nella trappola di un Comunismo da guerra perenne. Quello che però rimane della schiacciante vittoria neo liberista si riassume con due termini: “Povertà” ed “Ingiustizia”.

È ora di sciogliere quel ghiaccio, comprendendo che solamente un progetto “ampio” può mettere fine ai mostri che iniziano a farsi largo tra noi.

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