Totò e la deflazione

L’Italia è ufficialmente in deflazione e fiumi d’inchiostro sono stati usati per spiegare e commentare ciò. Intanto bisognerebbe spiegare cosa si intenda con i termini inflazione e deflazione. Nel linguaggio corrente e per gran parte degli economisti si intende la variazione media dei prezzi di beni e servizi in un certo periodo. Per gli economisti di scuola austriaca, di orientamento fortemente liberale, si intende la variazione in più o in meno della quantità di moneta in circolazione. In questo articolo ci atterremo alla definizione corrente di inflazione come variazione media dei prezzi.

Comunemente viene spiegato che la deflazione è un fatto negativo, mentre l’inflazione un fatto positivo. Naturalmente questo non sembra logico, perché l’aumento dei prezzi non fa mai piacere. Se si va a fare la spesa trovare il prezzo del pane aumentato non ci fa fare salti di gioia. La scuola economica austriaca ci dice subito che l’indice dei prezzi non è importante e anzi fuorviante. Qui mi sovviene una scena di un film di Totò in cui commenta felice l’aumento del suo stipendio da ministeriale, per poi subito dopo rattristarsi scoprendo che contemporaneamente erano aumentati anche i prezzi di alcuni prodotti di largo consumo: in realtà il suo reddito effettivo non era variato, perché l’aumento di stipendio veniva eroso dall’aumento dei beni che comprava tutti i giorni. Detto ciò potremmo chiudere l’articolo perché tutti i discorsi su inflazione e deflazione sono compendiati dalla scenetta del film di Totò. La scuola economica austriaca spiega in termini scientifici quello che viene ironicamente spiegato da Totò: la variazione dei prezzi non è importante, perché dovrebbe essere valutato in relazione ad altri fattori.

La variazione dei prezzi può essere causata da una variazione della domanda, da una variazione dell’offerta, da una variazione della moneta in circolazione o da una combinazione delle tre. L’idea corrente che un moderato tasso d’inflazione farebbe bene all’economia si basa sull’idea keynesiana che sia il consumo a guidare l’economia e non il risparmio. Partendo da tale presupposto, l’idea è che un moderato tasso di inflazione possa incentivare i consumi, perché la riduzione del potere d’acquisto nel tempo del denaro spingerebbe ad acquisti immediati per paura che il denaro risparmiato si svaluti. Tale teoria ha avuto un’importante smentita negli anni settanta del secolo scorso quando si sono avuti contemporaneamente stagnazione economica e inflazione galoppante tanto che si è sentito la necessità di creare il nuovo termine stagflazione.

Le teorie keynesiane oltre ad essere smentite dai fatti trovano una smentita dal buon senso comune: se il consumo è la cosa più importante allora il giocatore d’azzardo sarebbe un esempio di virtù, il che non è.

Oltre all’esempio della stagflazione degli anni settanta, c’è un settore fortemente deflazionistico che sembra andare a gonfie vele: quello tecnologico. La continua uscita di nuovi modelli di smartphone allo stesso prezzo, ma con caratteristiche sempre migliori non sembra in crisi. Apple, Samsung Huawei sono le regine del mercato e fanno utili da capogiro e sfornano nuovi modelli ogni 6/12 mesi senza problemi. In questo settore varrebbe la regola di aspettare l’uscita del nuovo modello per poter avere ad un prezzo molto minore il modello attuale. Succede questo? Non credo, se non in minima parte, altrimenti non si spiegherebbe il successo di tali aziende.

In questo momento stante la costante iniezione di liquidità da parte della Banca Centrale Europea, la causa della deflazione è il basso livello della domanda e questo è ovviamente preoccupante; ma considerato il contemporaneo aumento della disoccupazione sembra una conseguenza naturale. E il problema della disoccupazione non si risolve certamente stampando moneta. Più che preoccuparsi della deflazione, sarebbe il caso di occuparsi della disoccupazione e della perdita di competitività delle imprese italiane. 

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento