Milleproroghe, solito guazzabuglio

Grazie al consueto decreto guazzabuglio di fine anno noto come il “Milleproroghe” (decreto-legge 30.12.2016, n. 244: “Proroga e definizione di termini”), anche per il 2017 la legalità è salva. Senza il Milleproroghe, a partire da gennaio molte attività e molti atti delle pubbliche amministrazioni sarebbero stati illegali (per il principio di legalità, la pubblica amministrazione può infatti agire soltanto se la sua azione si fonda su una norma giuridica in vigore). Con il Milleproroghe, tutto torna regolare. Nella sua pancia c’è di tutto. Fissa nuove scadenze a operazioni che, in base a norme precedenti, avrebbero dovuto concludersi prima (non aver fatto certe cose nei termini avrebbe potuto creare responsabilità per qualcuno; con la proroga, non nascono). Ritarda l’entrata in vigore di obblighi che, stando alla legge, avrebbero già dovuto scattare (e così impedisce che si compiano atti illegittimi). Allunga la durata di determinate vicende (ad esempio, l’efficacia di graduatorie in concorsi pubblici). E, già che ci siamo, concede anche qualche regalino non collocabile in altri provvedimenti di legge. Tranne i regalini, il ripristino della legalità avviene però soltanto in termini formali. Poco importa se la “normetta” di salvataggio creata per la bisogna riguarda situazioni di sfascio gestionale pubblico che durano da anni. La legalità sostanziale, quella cioè che dovrebbe essere perseguita per correggere in concreto situazioni che non hanno funzionato o non funzionano generando sprechi di denaro pubblico e disservizi, non interessa.

Occorre dire che, a prescindere dalla denominazione del provvedimento, le proroghe deliberate per il 2017 si aggirano soltanto sul centinaio. Alcune (molte) offrono uno spaccato delle inefficienze del sistema pubblico, curate con un semplice maquillage giuridico (che tuttavia basta a tranquillizzare la coscienza dei governanti per le loro trascuratezze). Altre, posticipando - come detto - l’applicazione di norme, sospendono l’illiceità di comportamenti che ci sarebbe stata in base ad esse (magari con vantaggio per qualcuno). Altre ancora riaffermano il buon senso in alcuni campi, spesso scordato dalla classe politica che la legge ama più annunciarla che valutarne la possibilità di applicazione. L’identificazione convenzionale non toglie dunque che il Milleproroghe si presti a numerose e interessanti letture. Alcuni esempi.

Una delle inefficienze più eclatanti per la vastità del fenomeno (quasi 34 mila immobili; secondo Legambiente, almeno ancora il 65% fuori norma) è quella che emerge dall’articolo 4 (co. 2). La norma stabilisce (tra l’altro) che il termine di adeguamento alla normativa antincendio per gli edifici scolastici è stabilito al 31 dicembre 2017. Questa tormentata vicenda si trascina da 25 anni. Nemmeno l’ultimo decreto che la riguarda (decreto ministeriale del 15 maggio 2016) l’ha risolta. Le norme possono stabilire regole egregie. Ma poi, per fare gli interventi che dispongono, occorrono i quattrini. Se continuano a mancare, si sposta in avanti il termine per farli. Così è per le scuole. Continuano ad essere senza le tutele antincendio, ma la legalità (formale) è salva. Anche la narrazione renziana sulla buona scuola” – già traballante in altri punti (nomine insegnanti, ecc.) – glissa sulle certificazioni antincendio. Senza piani adeguati anche per gli aspetti economici, il prossimo Milleproroghe non potrà che riproporre un’altra proroga. E continuerà a valere la provocazione del 2016 di Beppe Grillo che, in presenza di questo fenomeno, suggeriva di dare ai figli che vanno a scuola, oltre alla carta igienica (nelle scuole manca anche questa), anche un piccolo estintore: potrebbe servire.

Il tanto strombazzato Jobs act (decreto legislativo 81/2015) aveva stabilito che le amministrazioni pubbliche non potessero più ricorrere, a partire dal 1° gennaio 2017, a contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.). I contratti di lavoro nelle amministrazioni pubbliche avrebbero trovato nuova disciplina nella riforma della pubblica amministrazione cui stava provvedendo la Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia. Questa riforma segna il passo. Cosicché 40.000 co.co.co., in servizio nelle pubbliche amministrazioni, col 31 dicembre 2016 sarebbero rimasti senza lavoro. Ed ecco il Milleproroghe che interviene per salvare l’inefficienza. Con comprensibile gioia dei i precari della pubblica amministrazione, le parole 1° gennaio 2017 sono sostituite con 1° gennaio 2018 (art. 1, co. 8).

E, tra le proroghe seriali annoverabili nelle inefficienze degli apparati pubblici, possiamo annotare la dodicesima proroga dei poteri concessi ai prefetti per imporre agli enti locali l’approvazione dei bilanci entro i termini - art. 5, co. 4 - (per inciso, appena 15 giorni prima, la legge di stabilità 2017 aveva fissato quello per il bilancio di previsione 2017 il 28 febbraio; il Milleproroghe, magari per le proteste dei sindaci, lo sposta al 31 marzo – art. 5, co. 11 -). Senza scordare la proroga per cui il commissarioad actanominato per il terremoto dell’Irpinia del 1980 resterà in carica fino al 31 dicembre 2017 (art. 9, co. 1).

L’Istituto nazionale di statistica (Istat), ottemperando ai compiti affidatigli dalla legge (art. 1 L. 196/2009), include la Rai- Radiotelevisione Italiana, a partire dal 2017, nell’elenco delle amministrazioni tenute a concorrere ai contenimenti della spesa pubblica per stare nei limiti imposti dai trattati comunitari. Ciò significa che queste amministrazioni devono adeguarsi alle norme pubbliche in materia di gestione, organizzazione, contabilità, finanza e investimenti, con conseguenti atti di revisione della spesa. Quindi, nessuna discrezionalità di natura privatistica. Ma può la Rai – che paga i compensi e le retribuzione che vuole, acquista beni e servizi in assoluta libertà, adotta senza vincoli iniziative di attività – adattarsi ai rigidi paletti delle norme pubbliche in queste materie? Stando all’elenco dell’Istat, tutti gli atti di gestione compiuti dalla Rai a partire dal 1° gennaio 2017 sarebbero stati illeciti. Ecco allora la ciambella di salvataggio del Milleproroghe (art. 6, co. 4). La Rai può lecitamente proseguire nelle sue libertà fino al 1° gennaio 2018 per “il pieno ed efficace svolgimento del ruolo istituzionale e societario attribuito”. Nel Milleproroghe ci sta anche un regalino per Radio Radicale che avrà 10 milioni anche per il 2017 (art. 6, co. 2).

Il buon senso annulla quella curiosa trovata comparsa nella legge di stabilità del Governo Renzi 2015 (L. 190/2014, art. 1, co. 302) per cui le pensioni, anziché essere pagate come da sempre il 1° del mese, sarebbero state pagate entro il 10 del mese. Con l’articolo 3 (co. 3), il Milleproroghe ripristina il pagamento delle pensioni al 1° del mese. Dal 2018, saranno pagate il secondo giorno bancabile di ciascun mese. E, considerando i marasmi esistenti al riguardo (causati dalle improntitudini dei legislatori), il buon senso induce a prorogare al 31 dicembre 2018le scadenze delle concessioni per il commercio su aree pubbliche (art. 6, co. 8), e al 30 giugno 2017 quella sull’obbligo di installare le termovalvole negli impianti di riscaldamento.

A conti fatti, senza gli annuali Milleproroghe buona parte del Paese cadrebbe nella confusione e nell’illegalità. E l’Italia, che si vanta di essere patria del diritto, non ci farebbe una bella figura.

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