Pci, post mortem

Toccare con mano la grave crisi che attraversa, ferisce e strazia, la Sinistra italiana, è cosa di estrema facilità in alcuni momenti della vita politica. Sono soprattutto un paio le occasioni che forniscono un ottimo riscontro sulla drammatica situazione che patisce il variegato universo post Pci.

La prima naturalmente riguarda la cosiddetta riforma del lavoro, il “Jobs Act”, e soprattutto il quesito referendario inerente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; la seconda invece tocca da vicino colui che scrive in Cronache Marxiane, e consiste nella critica continua indirizzatagli, da innumerevoli fronti, ogniqualvolta riemerga il suo sostegno, al ballottaggio torinese, della candidata sindaco Chiara Appendino.

In merito all’argomento “Lavoro”, sovente trattato in questa rubrica, la Sinistra appare come una realtà tragicamente confusa che spazia dai militanti del Pd convinti ormai che il lavoro sia sinonimo del vocabolo “fannulloni” e che impresa e lavoratori siano un tutt’uno, agli ambienti a me idealmente più vicini, ad esempio la Fiom, che evidenziano come la riforma stessa sia stata solamente uno strumento idoneo ad aumentare i licenziamenti per “antipatia”: i cosiddetti licenziamenti di comodo, o pseudo disciplinari, anti sindacali.

All’interno del variegato cosmo della Sinistra (la galassia con la maggior presenza di buchi neri dove spazio e tempo si confondono) la redazione de L’Unità si presenta quale anomalia strabiliante. Le posizioni politiche del suo direttore temo facciano girare, e rigirare, il fondatore del quotidiano nella tomba. Il grande intellettuale comunista, ucciso di fatto da Mussolini, probabilmente si sfilerebbe lui stesso dalla testata giornalistica, laddove si legge “Fondato da Antonio Gramsci nel 1924”, stracciando con forza il suo nome dalla prima pagina.

L’Unità, infatti, è costantemente su posizione di piatto servilismo nei riguardi del “Capo” (Renzi), nonché di puro appiattimento verso il potere economico costituito. Assoggettamento pesante quanto grave, che allinea acriticamente il quotidiano del PD alle tesi del loro leader supremo (sempre Renzi). Crea sconcerto leggere sul giornale argomentazioni spesso simili a quelle gridate a gran voce dalla Santanchè o, peggio ancora, affini alle visioni sociali della Polverini, tipo: “La politica non deve creare lavoro”, oppure “Il lavoro non può che essere flessibile sia in entrata che in uscita”, ed ancora “Il Jobs Act aiuta l’economia”, infine “I voucher hanno smascherato il lavoro in nero”.

Morale: mentre Trump negli States si impegna a fermare la delocalizzazione produttiva, tra le prime cause dell’impoverimento della classe media ed operaia americana, in Italia invece il governo augura “Buon lavoro” all’amministratore delegato Marchionne all’indomani del trasloco degli stabilimenti Fiat negli Usa.

La seconda cartina tornasole dell’agonia che ha colto la Sinistra giunge, naturalmente, da tutte quelle visioni, spesso assai curiose, che ritraggono nella caduta di Fassino la fine dell’ultimo baluardo comunista contro le barbarie capitaliste che aggrediscono la città, per antonomasia, più socialista d’Italia: Torino (laddove il Socialismo è nato). Potrebbe sembrare un dato alquanto bizzarro ma nella mente di una moltitudine di militanti provenienti dalla frammentata galassia del dopo Pci, quindi non solamente provenienti dalle fila Pd, l’ex sindaco di Torino rappresentava davvero l’ultima vera barriera anti fascista nel nostro Paese.

È molto pericoloso ritrovarsi improvvisamente nel bel mezzo di una tempesta perfetta poiché questa provoca nell’anima dei sopravvissuti alcune ferite indelebili. Tra queste una parziale cecità post traumatica, alla quale solitamente segue la perdita del senso dell’orientamento, unita all’incrinatura dell’usuale lucidità di pensiero. A riprova la convinzione, in seno a molti militanti ex Pci, che il Segretario abbia sempre ragione, anche quando l’errore è conclamato, sia nell’attuazione del programma di un governo in cui non vi è traccia alcuna di valori comunisti, o anche solo socialdemocratici, sia nella distruzione del partito che lui stesso presiede. È speculare il fatto che naturalmente per costoro siano sempre gli altri ad essere nel pieno torto da malafede.

Dalle rovine del Partito Comunista sono sorte alcune arabe fenici dalle peculiarità assai curiose: i liberali una volta comunisti; i “più realisti del re” una volta comunisti; i padani una volta comunisti; i menefreghisti una volta comunisti, i settari una volta comunisti ed ora super comunisti doc; i comunisti oggi come ieri, coerenti ma in estinzione; i comunisti che guardano agli sviluppi della società reale e non a quella immaginaria voluta, anch’essi in numero purtroppo limitato ed, infine, coloro che si ritengono ancora comunisti seppur fedeli ad un leader impegnato in atti di governo, cittadini o nazionali essi siano, di spiccata matrice neo liberista thatcheriana.

A Trump, ultradestra, la fiducia degli operai statunitensi nel nome dell’antisistema, a cui l’opinione pubblica non sottrae neppure la brava Meryl Streep, mentre alla famiglia Clinton l’appoggio di chi tiene in mano il gioco economico mondiale. In Italia potrebbe presto presentarsi una situazione simile a quella americana, ma con una differenza ancor più grave: nessun Sanders all’orizzonte. Ma la speranza è l’ultima a morire. 

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento