Conti pubblici in poche mani

Vicende nazionali e locali fanno pensare che la gestione dei conti pubblici appartenga ormai soltanto più a poche persone che decidono in assoluta autonomia, mettendo poi tutti di fronte a fatti compiuti. Probabilmente costoro si scordano che i quattrini che amministrano non sono loro ma dei cittadini. E i cittadini hanno tutti i diritti di conoscere le ragioni delle scelte di chi li governa nell’utilizzo dei loro quattrini. Così almeno stabiliscono le leggi sulla trasparenza dell’azione delle amministrazioni pubbliche. Spesso poi le scelte di questi decisori restano ancora più oscure poiché non rientrano in programmi strutturati, noti e definiti. Sembrano piuttosto seguire l’onda di eventi (o pressioni) del momento (fatta naturalmente assoluta eccezione per eventi tragici quali quelli che il Paese sta vivendo in questi giorni). In ogni caso, non indicano quali concrete ricadute - anche soltanto a breve - potranno avere sulla vita degli enti e dei cittadini amministrati.

Relativamente al bilancio dello Stato, i mille giorni del Governo Renzi sono stati spesso costellati da decisioni con queste caratteristiche, assunte soltanto da lui con altri pochi, benché poi presentate come decisioni parlamentari e, quindi, collegiali (i voti di fiducia sulle leggi non sono proprio espressione di dibattiti collegiali). E così, mentre da un lato si facevano apparire come sprechi molti fondi occorrenti per l’esercizio dei servizi pubblici, dalla sanità a quelli dei servizi pubblici locali, e quindi si tagliavano brutalmente le risorse ad essi dedicate, dall’altro si trovavano coperture finanziarie per liberalità spot (bonus di 80 euro per certe categorie di lavoratori, di 500 euro per i diciottenni, oppure bonus bebé di 80 o 160 euro al mese a seconda del reddito, e via discorrendo). Senza parlare di quelle occorrenti per il super aereo al servizio del Capo del Governo.

L’assenza di visioni d’insieme dell’intero quadro economico genera spesso conseguenze negative. I bonus renziani (sempre che le condizioni economiche del Paese non ne impongano la cancellazione) hanno inciso e incidono assai modestamente sui consumi interni (senza sicurezze sul futuro, i cittadini non comperano). I tagli ai fondi degli enti locali determinano una corsa agli aumenti delle tariffe. Il loro incremento medio nell’ultimo quinquennio è stato del 17% (studio Ref Ricerche, pubblicato su Il Sole 24Ore del 16 gennaio). E ci sarà una nuova stangata nel 2017 per luce, gas, acqua, trasporti, ecc. Gli incrementi delle tariffe si mangiano, ovviamente e abbondantemente, i bonus. Altra conseguenza del taglio dei fondi agli enti locali è l’aumento delle tasse locali, ormai intollerabili (specie per le classi più deboli illuse con i bonus). Dalla nascita del Governo Renzi (2014), il debito pubblico è aumentato da 2.136 miliardi a 2.230 miliardi. E la cosiddetta crescita continua a registrare valori inferiori all’unità, chiaro indicatore dell’assenza di una pianificazione economica complessiva.

Non diversi i fatti che accadono in questi giorni. Di fronte ai richiami delle Autorità finanziarie europee a rimettere in ordine i conti pubblici nazionali, il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, quantunque autorevole e competente, da solo e nell’assoluto silenzio del Parlamento sta decidendo se gli italiani dovranno pagare più tasse, rinunciare ad altre quote di servizi pubblici, in definitiva scivolare sempre più verso situazioni di precarietà. Perché alla fine, per tranquillizzare l’Europa, saranno queste le decisioni che prenderà (naturalmente, come al solito, dopo averle ripetutamente negate). Non certo quelle di toccare i privilegi delle caste, tagliando stipendi e pensioni da nababbi di parlamentari e di altre categorie dominanti. Men che meno di riattivare la tanto osannata spending review che ha bruciato ben tre commissari (Bondi, Cottarelli e Perotti) che hanno gettato la spugna per impossibilità di fare ciò che veniva chiesto loro, ma solo a parole (non a caso è stato osservato che i commissari alla spending review in Italia sono come una foglia di fico utilizzata dai Governi per coprire il loro assoluto disinteresse per l’applicazione di questo metodo di contenimento della spesa pubblica).

In sede locale, le recenti direttive della Sindaca della Città di Torino Chiara Appendino di bloccare tutte le spese non indispensabili e non considerate effettivamente prioritarie sembrano rispondere molto alle logiche delle scelte solitarie. Si apprende che “ogni iniziativa che non sia stata preventivamente discussa e approvata da parte della giunta” è sospesa. Ciò significa che, fino all’approvazione del bilancio 2017, il governo dei conti della Città di Torino è in mano a pochi (e non si venga a dire che in una giunta, specie se monocolore, possano esistere opinioni contrapposte). La prudenza che giustificherebbe la decisione della Sindaca non è sufficiente, tuttavia, a dissipare le molte perplessità che nascono a fronte di scelte di questo genere.

Torniamo dunque al diritto del cittadino di saper qualcosa di più su quanto lo attende. Escludendo ovviamente le spese obbligatorie per legge, quali sono i criteri che i pochi adotteranno per stabilire se una spesa è o non è indispensabile ed ha carattere prioritario? Fare manutenzioni negli edifici scolastici e metterli a norma (magari non approfittando più di tanto delle proroghe che continuano a ripetersi al riguardo) sono spese indispensabili e con carattere prioritario? E se si decide di fare queste, quali altre saranno cancellate? Tappare qualche buca nelle strade, mettere a posto passaggi dissestati per i cittadini sono spese prioritarie od occorre che scappi nuovamente il morto? (Che fine hanno fatto il monitoraggio della Polizia municipale di Torino del 2015 e l’inchiesta giudiziaria al proposito?). Provvedere al verde pubblico è una spesa prioritaria? Ci limitiamo a qualche esempio minimo, tutti peraltro di grande interesse per gli amministrati. E, da un punto di vista generale, le decisioni di tagli alla spesa sono state prese – oltre che per le incertezze sui trasferimenti che potranno venire dallo Stato nel 2017 – anche in conseguenza della due diligence condotta sui bilanci comunali del passato avendo scoperto “buchi” non previsti? E perché s’impone un ulteriore taglio del 30% di tutte le spese? Sembrano tutte questioni sulle quali i cittadini forse avrebbero diritto di avere qualche informazione.

Qualora poi le decisioni assunte debbano essere ricondotte alle norme che regolano i bilanci comunali, beh, le precisazioni dovrebbero ancora aumentare. Giusto richiamare l’esercizio provvisorio che scatta quando non c’è bilancio e che impone di limitare le spese. Ma i tagli decisi incidono anche sul Documento unico di programmazione (Dup) - sempre che sia stato approvato dal Consiglio comunale - che, come stabilisce la legge (art.170, co.5, d.lgs. 267/2000) “costituisce atto presupposto indispensabile per l’approvazione del bilancio di previsione”? E, riducendo le risorse, si riducono anche gli obiettivi dei dirigenti, con conseguenti economie nelle retribuzioni premiali?

A conti fatti, i cittadini/contribuenti possono anche essere imboniti da chi governa, per un po’ di tempo, con qualche chiacchiera. Poi, quando i cittadini ribaltano il tavolo perché sono stanchi di imbonimenti, ci si accorge che le chiacchiere non bastavano. Quanto sta accadendo in Italia e nel mondo recentemente ne è ampia prova.

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