I numeri delle meraviglie

Come ogni inizio anno da qualche tempo a questa parte veniamo deliziati dai numeri del cosiddetto Rapporto Oxfam, documento redatto da un gruppo di associazioni benefiche. Come abbiamo avuto modo di vedere in altri nostri lavori, la gran parte di stime e statistiche vanno prese con le molle. In questo caso, nonostante le sicure buone intenzioni di chi redige il rapporto Oxfam, che è quello di combattere la povertà, non possiamo non rilevare che proprio quelle buone intenzioni possano aver fatto mettere in evidenza i dati più negativi, invece di quelli positivi.

Un primo errore evidenziato da molti commentatori è il concetto di ricchezza negativa, che definisce chi ha un debito più povero di un individuo che non possegga nulla. Questa assunzione comporta che un manager che guadagni qualche decina di migliaia di euro al mese, con un mutuo da un milione di euro risulti più povero dell’operaio in affitto, ma senza debiti. Tutto questo è quanto meno curioso.

Premesso ciò, il rapporto si concentra sulla presunta diseguaglianza crescente dando dei numeri apparentemente impressionanti, ma in realtà viziati da un’impostazione ideologica di fondo. Raffrontare redditi e patrimoni di miliardari con dei nullatenenti è quanto meno una forzatura. Facciamo un esempio. Prendiamo un modesto dipendente italiano con busta paga di ventimila euro annui lordi corrispondente ad uno stipendio di circa 1100-1200 netti mensili. Ebbene questo “riccastro” dovrebbe vergognarsi perché il suo reddito è oltre 100 volte il reddito di una famiglia ugandese, il cui reddito medio è di 200 dollari all’anno. Il modesto dipendente in realtà non se la passa molto bene, ma usando i raffronti come fa il rapporto Oxfam, lo possiamo far apparire come fautore di una gigantesca ingiustizia. Un perfetto esempio di mistificazione della realtà.

Nel rapporto si afferma che i 62 individui più ricchi del mondo hanno la stessa ricchezza di circa la metà più povera del mondo e non si capisce bene cosa voglia significare. Il pensionato con la minima e un appartamento di proprietà del valore di centomila euro ha una ricchezza pari a qualche migliaio di poveri. È un’ingiustizia questa?

Se consideriamo che questi 62 fortunati, beati loro, hanno un patrimonio di circa 1.760 miliardi che è un bel 20% in meno del debito pubblico italiano che supera gli oltre 2.200 miliari, i numeri prendono una diversa consistenza. Lo stato italiano spende oltre 830 miliardi all’anno e in due anni spende una cifra quasi pari al patrimonio dei 62 uomini più ricchi al mondo. E dopo due anni lo stato italiano continua a spendere, mentre i miliardari avrebbero finito i soldi. La vera concentrazione di ricchezza è nelle mani degli Stati, che posseggono gigantesche estensioni di terreno, il sottosuolo, aree demaniali, boschi e foreste, vantano diritti sui mari e sull’atmosfera, sulla selvaggina, sulle frequenze radio che vendono in aste miliardarie, senza contare un’infinità di immobili, monumenti e musei di inestimabile valore, società di vario tipo, riserve valutarie, autostrade, ferrovie, aeroporti e molto altro ancora. Il raffronto fra spesa pubblica italiana in un anno e patrimonio dei miliardari evidenzia bene il concetto. Questa sarebbe la concentrazione di ricchezza da abbattere non quella dei miliardari che non hanno rubato niente a nessuno, al contrario degli Stati che vivono saccheggiando redditi e ricchezze private.

Se gli individui potessero godere di un diritto di proprietà pieno e non limitato dalla voracità degli Stati potrebbero godere di un maggior reddito e di una conseguente accumulazione di capitale.

Altra curiosa considerazione del rapporto Oxfam è sulla diminuzione della povertà a livello mondiale negli ultimi trent’anni, dato accertato da più fonti. Secondo il rapporto si sarebbe potuto fare più se solo si fossero seguito i consigli degli estensori del rapporto. Con il senno del poi è facile parlare ed ipotizzare miglioramenti, ma la realtà rimane quella, che in ogni caso ci regala la bella notizia di una diminuzione della povertà a livello planetario. Ed è sufficiente pensare allo sviluppo di paesi come Cina ed India per sincerarsi di ciò.

La soluzione che suggerisce il rapporto per ridurre la povertà è quella di un aumento delle tasse! La cosiddetta lotta ai paradisi fiscali e ai ricchi si traduce inevitabilmente sempre in nuove tasse per il ceto medio. Intanto bisogna notare che se esistono i paradisi fiscali, il motivo lo si ritrova nell’esistenza degli inferni fiscali come quello italiano. Se la tassazione fosse moderata in ogni dove, esisterebbero i paradisi fiscali? Ma dall’altro canto, quanti cosiddetti paradisi fiscali sono piccoli staterelli dimenticati da Dio e dagli uomini, a cui togliendo le entrate derivanti dal fatto di offrire vantaggi fiscali si ridurrebbero in povertà? Un bel modo di combattere la povertà nel mondo. Il problema non è il fatto che ricchi e multinazionali trovino il modo di pagare poche tasse e per quanto si possono inasprire i controlli, troveranno sempre nuovi modi e nei fatti gli inasprimenti ricadono sempre sul ceto medio, ma che tutti dovrebbero pagare poche tasse. Razionalmente come si può chiedere di dare più risorse agli stati, quando questi prelevano oltre il 50% della ricchezza prodotta dai propri cittadini per alimentare sprechi e corruzione. Si vogliono aumentare gli sprechi e la corruzione per aumentare le ricchezze di chi vive di prebende di Stato?

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