POTERI FORTI

10 anni fa avevamo una banca

A Torino il grattacielo e la gloria del passato, a Milano le strategie future, a partire dall'operazione su Generali. Il bilancio della fusione tra Sanpaolo e Intesa. E la sindaca Appendino sembra la "ventriloqua" di Salza

“In questi primi sei mesi del mandato ho potuto apprezzare il rapporto che Intesa Sanpaolo ha costruito con la città, un legame strutturale che le consente di ricevere un forte supporto per le proprie attività e alla banca  di mantenere salde le proprie radici”. Parole di Chiara Appendino, pronunciate ieri ai festeggiamenti per i 10 anni di fondazione della banca, che sembrano uscite dalla bocca di Enrico Salza, a lungo “tessitore” indiscusso delle trame di potere sabaude. “Oggi - ha proseguito la sindaca - possiamo constatare che in questi dieci anni il dialogo col territorio è stato mantenuto da Intesa Sanpaolo, con una partnership importante che ci consente di camminare assieme verso le sfide che ci saranno. L’invito che mi sento di rivolgere è finalizzato a rafforzare gli strumenti ed i momenti di ascolto e di restituzione nei confronti della comunità cittadina e locale”. Sottolineando, poi, che “nei prossimi cinque anni, pur non potendo fare previsioni specifiche, sappiamo che il nostro sistema economico dovrà investire molto in professionalità, idee, innovazione e capacità di attrarre imprese estere”, Appendino ha proseguito: “Tutto  questo potrà avvenire solo se tutte le Istituzioni, le imprese, il sistema bancario e i corpi intermedi saranno capaci di lavorare assieme come in un complesso orologio. Tanto più sapremo essere precisi nel rispondere alle sollecitazioni quanto più tutti assieme ne beneficeremo”.

Impeccabile nel suo tailleur d’ordinanza, la sindaca è stata altrettanto ineccepibile nel delineare le prospettive del “Sistema Torino”, di cui ormai si presenta quale vestale affidabile, al più garante della sua evoluzione in chiave meno autocratica del recente passato. “Le sfide si vincono quando la spinta al cambiamento, la motivazione e il lavoro sinergico nascono dall’animo di ogni persona, coinvolta per fornire quell’apporto unico e irripetibile correlato alla sua identità e il mio augurio a Intesa Sanpaolo,  e se mi permettete anche alla città - ha concluso - è che tra 10 anni il mio successore possa festeggiare un sistema locale che ha saputo raccogliere questa eredità e l’ha fatta fruttare per garantire prosperità e sviluppo duraturo a Torino, al Piemonte e all’Italia”.

Certo, sarebbero suonati fuori luogo riferimenti critici a quel processo di “fusione”, sancito il 25 agosto del 2006, che ha portato alla nascita della superbanca ma che al contempo ha decretato la morte del Sanpaolo Imi, della sua storia e del suo management. Certo, Appendino non poteva sottrarsi dall’onere di rendere onore a Salza e ai principali artefici dell’operazione: “Sono passati dieci anni da quando l’intuizione di poche persone è diventata realtà. Un’idea che è risultata vincente”, ha affermato appuntando la medaglia sul petto del vecchio leone di piazza San Carlo, il quale racconta di avere un ricordo ancora vivo di “persona perbene, scrupolosa e integerrima” del nonno dell’attuale sindaco. Certo, il colosso presenta numeri importanti. Ma davvero Intesa “ha mantenuto il legame con il territorio”, tanto da poter spavaldamente garantire che “noi siamo a fianco della banca e la banca è al nostro fianco”?

Le cose, viste sotto la Mole sono un po’ diverse. E non per malcelato rancore campanilistico. Giova ricordare che a partire dal metodo scelto allora per dare vita a Intesa – tecnicamente si definisce “fusione per incorporazione” – il destino di Torino era segnato. Qualcuno rammenta il famoso “concambio”? E la scomparsa del mitico codice 1025 che per mezzo secolo ha connotato le transazioni made in Turin? Sugli organigrammi, poi, la sfida con Milano si è rivelata una disfatta. Possimo dire che in questi dieci anni il priù grande contributo dato da Intesa a Torino è stato nei versamenti degli oneri di urbanizzazione del grattacielo, unito a qualche “aiutino” nei mutui di Palazzo civico?

Una marginalità che perdura se è vero che Francesco Profumo, che con la “sua” Compagnia di San Paolo è il principale azionista istituzionale, è stato tenuto completamente all’oscuro delle manovre sulle Generali, al punto che ieri il Ceo Carlo Messina è stato costretto a fare un peana sul ruolo delle fondazioni, giudicando “stupido” costringere una loro diluizione nel capitale. Contiamo poco o niente, salamelecchi a parte.

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