POTERI FORTI

Fondazioni (ex) bancarie, “l’ircocervo cambi pelle”

La relazione incestuosa tra politica, sistema creditizio e poteri locali ha mutato ruolo e funzioni delle casseforti. A vantaggio di una ristretta cerchia che perpetua se stessa. Lo storico Berta: "Vanno ridisegnati confini e assetti"

“Un ircocervo, metà politica e metà economia, la cui ambiguità penso e temo resisterà ancora a lungo. Nel frattempo un mezzo sempre più utile per garantire potere nei vertici degli istituti di credito”. Questo sono le fondazioni bancarie d’oggi nella descrizione che ne fa Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi, attento osservatore dei fenomeni socioeconomici e autore di numerosi saggi, di cui l’ultimo porta come il titolo una domanda: Che fine ha fatto il capitalismo?. Ad un’altra domanda, quella su quale sia e quale dovrebbe essere il ruolo delle fondazioni (ex) bancarie, conversando con lo Spiffero, Berta risponde con una premessa che poi è un quadro a tinte nette, sgombro da velature, che raffigura il sistema in cui si trovano, per alcuni aspetti costrette, ad operare quelle che erano e in parte sono ancora le casseforti dei territori.

“Dopo aver lungo affermato la solidità del sistema bancario italiano, si è dovuto ammetterne la fragilità, il ritorno di forme di protezionismo a livello internazionale suscitano timori di squilibri nei vertici di molti istituti di credito e, non da ultimo, la scarsa capacità dell’Italia di recepire in fretta le nuove tendenze globali ha portato a situazioni come quelle cui assistiamo oggi, ovvero la necessità delle banche di chiedere e, quasi sempre, ottenere dalle fondazioni azioniste un aiuto, magari anche in termini di ricapitalizzazione. Questo, purtroppo, ad oggi è tra i ruoli principali che appare guardando alle fondazioni”. Non lo cita, ma il caso di Unicredit e l’esborso per l’intera quota da parte della Fondazione Crt è l’esempio lampante e attualissimo di quanto il docente della Bocconi osserva.

La strada indicata con più di un atto formale, tra cui un protocollo d’intesa siglato da Acri e Mef nel 2015, verso la riduzione del peso delle fondazioni all’interno delle banche “è stata interrotta proprio dalla crisi del sistema bancario. Quando è emersa la necessità di farvi fronte, è stato di fatto automatico ricorrere anche e soprattutto a quei soggetti che, in realtà, avrebbero dovuto e dovrebbero fare altro rispetto ad essere soci con notevoli pacchetti azionari delle banche e se del caso contribuirne alla ricapitalizzazione”. un passo indietro repentino, rivendicato qualche giorno fa dal Ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina che proprio a Torino, ai festeggiamenti del decennale della fusione ha definito “stupido che le Fondazioni debbano ridurre la quota nelle banche. Togliere un azionista italiano in un momento così significa togliere punti di forza. Un elemento su cui riflettere a livello governativo. Avere azionisti stabili è un elemento di forza soprattutto per Intesa Sanpaolo”

Sul ruolo, forse mai del tutto assolto appieno, delle fondazioni Berta non risparmia osservazioni che certo potranno apparire non proprio gradite a parte di quel sistema in cui da anni si muovono gli ircocervi metà politica e metà economia. Anche in questo caso, una premessa: “Negli Stati Uniti, dove le fondazioni si svilupparono già negli anni Venti del secolo scorso, l’origine è diversa: da subito fecero sistema con l’impresa e l’università potenziando la ricerca, finalizzando le erogazioni. In Italia le radici sono invece quelle della beneficienza, dello spirito caritatevole, sociale. La stessa Compagnia di San Paolo nacque come aiuto ai poveri, fondando il banco dei pegni per risparmiare i bisognosi dall’usura”.

Da quel periodo in cui originò quella che è oggi una delle maggiori fondazioni europee sono trascorsi sei secoli e oggi della antica beneficienza, le varie fondazioni agli occhi dei più hanno conservato poco, avendo negli anni rafforzato i lineamenti del volto politico dell’ircocervo, salvo vederlo trasmutare in epoca recente in quello di un Giano bifronte dell’establishment bancario. “Si sta passando dalle fondazioni in cui il peso della politica è sempre stato ed è ancora  fortissimo: il sindaco, il consigliere, insomma il politico nominava i suoi rappresentanti e il vertice e questo a sua volta non poteva non rispondere alle richieste che gli provenivano da chi lo aveva messo lì. Oggi stiamo assistendo a un peso sempre maggiore, sia pure indiretto, delle banche i cui board talvolta usano il loro potere sulle nomine nelle fondazioni per garantirsi le loro posizioni e l’eventuale aiuto alle banche stesse”. Anche in questo caso Berta non fa esempi, né cita qualcuno. Ma quanto sta accadendo nella cassaforte di via XX Settembre a Torino, con la figura pesante di Fabrizio Palenzona dietro la prossime nomina di Giovanni Quaglia alla presidenza, suona come conferma alla tesi dello storico.

Non l’unico caso di un ribaltamento di ruoli: non più (o non solo) la politica a gestire – con tutte le perplessità che ciò ha generato per anni – ma il potere bancario, magari arrivato lì dalla e grazie alla politica, assume maggior peso. Basta vedere cos’è capitato e cosa capita a Cuneo in quel filo doppio che lega la locale fondazione ai giochi di potere nei Palazzi. O al peso di Francesco Profumo, numero uno della Compagnia, che senza troppi giri di parole disegna per la sua fonfazione un ruolo di regia nelle strategie territoriali, come ha spiegato in maniera didascalica alla recente presentazione del piano pluriennale. “Questo accade per quel ruolo sempre più determinante delle fondazioni per l’aiuto che forniscono alle banche e che finisce per determinare una sorta di autorefenzialità in chi governa gli istituti di credito e, sia pure non direttamente, magari le stesse fondazioni attraverso le nomine”. Già, le nomine: “Troppe e spesso lontane da quello che dovrebbe essere uno di compiti di questi organismi, ovvero quello simile al modello americano. Invece da noi si continua spesso con interventi di elargizioni a pioggia” figli di quel connubio incestuoso tra organi delle fondazioni e politica cui debbono molto, a partire dalla nomina stessa. “E poi – aggiunge Berta – le fondazioni svolgono anche un ruolo di supplenza nell’assenza ormai di soggetti che dovrebbero operare per lo sviluppo locale: i Comuni non hanno soldi, la Regione qualche cosa di più grazie alle risorse europee, ma il grosso per fortuna sta ancora proprio nelle casseforti del territorio che vedono sovraccaricato il loro compito”. Cui ne aggiungono un altro, non ufficialmente riconosciuto, ma sempre più confermato nei fatti: “Garantire a qualcuno il potere nelle banche” dice Berta. Rimedi? “Difficile immaginarne di rapidi e fattibili. Certo andrebbero ridisegnati i confini, tra la politica, le fondazioni con il loro ruolo e, ovviamente, le stesse banche”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    16:11 Martedì 31 Gennaio 2017 dedocapellano l'ex presidente della provincia di Alessandria nomina l'ex presidente della provincia di Cuneo!

    A ragione da vendere il prof. Berta ma qualsiasi regolamento che ridefinisca i confini tra fondazioni, politica e banche non darebbe buoni frutti se lo scadente e clientelare sistema politico continua ad essere vivo e vegeto. Vivo e vegeto come lo dimostra la vicenda della fondazione CRT dove un politico neanche di primo livello è riuscito a diventare banchiere in Unicredit con il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti e ancora oggi è cosi autoreferenziale che indica un altro politico di caratura provinciale a presidente della fondazione CRT.

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