Lascia fare che poi tutto passa

La curia torinese dichiara l’intenzione di inaugurare una struttura per senza tetto nel centro di Torino. La notizia, ad una prima lettura, potrebbe sembrare una delle tante che ritrae il disagio cittadino e le misure idonee al suo contenimento. Al contrario, il comunicato dell’Arcivescovado è degno di grande rilievo poiché rivoluziona le abitudini della nostra città. Il centro storico, infatti, non si presta solamente ad essere il salotto subalpino ma si attrezza anche per ospitare adulti senza un tetto sulla testa.

Molte capitali europee da tempo hanno cessato di ghettizzare le periferie accollando loro dormitori pubblici o altre strutture assistenziali, investendo anche i quartieri maggiormente attrattivi, e turistici, del compito di sostenere i cittadini delle fasce deboli.

Un dormitorio nel quadrilatero torinese non elimina il problema dei senza tetto, ma permette di agire in modo efficace andando oltre alla distribuzione, seppur utile, di coperte e cibo. Si tratta però di un’iniziativa della curia che rimarca come il welfare sia diventato appannaggio dei soli privati (privatizzazione dell’assistenza pubblica), quali sono gli enti ecclesiastici e le fondazioni bancarie.

Le ultime dichiarazioni della Pastorale migranti evidenziano, e confermano, come la maggior parte degli interventi di carattere sociale siano da tempo affidati al buon cuore di soggetti esterni alle istituzioni repubblicane.

Il freddo avvolgente la città in queste ultime notti ha mobilitato una miriade di associazioni che si sono impegnate, in maniera assolutamente encomiabile, nella distribuzione di sostentamenti: l’atrio della metropolitana di Porta Nuova ha fornito un importante punto di riferimento logistico nella raccolta come nella distribuzione. La grande prova di solidarietà, che ha condotto i torinesi nelle notti dei clochard, ha senza dubbio fatto onore alla città, ma al contempo ha rimarcato l’assenza degli enti pubblici sulle strade e sotto i portici.

Latitanza che si riscontra in molti aspetti cittadini. Tra tutti spicca, a giudizio di chi scrive, il degrado in cui da anni versa il colonnato di Palazzo Carignano. La prima sede parlamentare italiana è ridotta ad un accampamento con tanto di servizi annessi: deposito materiale tra le ciclopiche colonne della facciata e servizi igienici tra i pilastri che sostengono il portico dell’edificio storico. E’ incredibile valutare come nessuno, ad oggi, abbia salvaguardato il sito storico trovando al contempo un riparo per i suoi ospiti senza fissa dimora, ed in questo caso un tantino invasivi.

Il lasciar stare sembra la tattica di una classe politica paralizzata, incapace nel ricercare soluzioni e totalmente passiva nell’affrontare soprattutto i problemi sociali. Il metodo adottato nei riguardi dei profughi politici alloggiati al MOI ne è l’ennesima conferma: abbandonati per anni a se stessi e mal tollerati nell’attimo in cui se ne prendono cura i settori antagonisti torinesi.

La prassi di chi amministra, anche solo a sedendo in un consiglio, è sovente quella che si definisce “andare oltre senza girarsi indietro a guardare”, oppure nell’individuare soluzioni trancianti non ritenendo utile valutare minimamente possibili (quanto praticabili) soluzioni alternative.

Il curioso atteggiamento che gli italiani hanno nei confronti degli organismi europei conferma l’assioma che ogni popolo ha la classe politica in cui meglio si rispecchia. I cittadini del vecchio continente hanno votato per anni agglomerati politici espressione delle peggiori teorie neoliberiste, portando l’Unione all’approvazione di atti poco inclini al welfare ma a totale protezione del libero mercato. Oggi quegli stessi cittadini scelgono di uscire dall’Europa, invece di puntare il dito sugli artefici dello scempio sociale, affidandosi ancora una volta nelle capaci mani di chi usa l’Unione solamente per i propri scopi elettorali e finanziari.

Una schizofrenia globale causa di infinite paralisi e, al contempo, di apparenti stravolgimenti guidati da quegli stessi soggetti artefici del disagio collettivo che ha coinvolto tutte le società occidentali: percorso che conduce direttamente i padroni alle leve del comando (vedi Trump).

Boia e condannato si affidano al medesimo sovrano nella speranza, da una parte, di poter continuare a vivere di capestro e, dall’altra, in una improbabile grazia che eviti il cappio con buona pace del boia. Il carnefice va comunque pagato ed in ogni caso contribuisce a garantire l’ordine costituito, mentre il criminale turba gravemente la pace nelle terre del regno. Solamente uno dei due beneficerà della bontà regia e possiamo facilmente intuire chi sarà il fortunato.

Paradosso perverso, quello vissuto quotidianamente dalle nostre comunità, dove alla lamentala popolare segue immediatamente la ricerca di continuità e quieto vivere. Tranquillità conquistata evitando la miseria, o meglio celandola, ed ignorando l’inattività di chi invece sarebbe tenuto a non girare la testa dall’altra parte. Un grande tappeto nasconde un’immensa quantità di polvere, ma la tempesta è sempre in agguato ed il vento, come è noto, può scompigliare improvvisamente tutto anche nelle case di coloro che si appisolano davanti al televisore. 

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