Il peso dei conti

Pesa 3 chilogrammi esatti il“Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019”, approvato con la legge 11 dicembre 2016, n. 231, e pubblicato nel Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 297, del 21 dicembre 2016. Sono due volumi, per complessive 1.274 pagine. Chi desiderasse leggerlo, può acquistarlo presso il Poligrafico dello Stato. Costa 80 euro. Questi sono i dati esterni del documento contenitore. I contenutisono i destini economici di tutti gli italiani per il 2017 e fino al 2019. Anche questi sono pesanti.

Per il 2017, il movimento finanziario del Bilancio dello Stato è di 861.047.385.808 di euro. Questo però è il totale complessivo delle spese. Se guardiamo a tutte le entrate che lo Stato italiano pensa di acquisire nello stesso anno, ci fermiamo a 567.952.662.430 di euro. Quindi, c’è una differenza negativa di 293.094.723.078 dieuro, tecnicamente definita “ricorso al mercato”. Nei fatti, si tratta di una bella montagnola di titoli di Stato che saranno emessi e venduti sui mercati finanziari per poter coprire le maggiori spese da sostenere rispetto alle entrate che si pensa di incassare.

La cifra maggiore delle entrate sono le entrate tributarie. Ce ne sono per 493,1 miliardi di euro (ma se ne prevede la crescita a 514,9 miliardi per il 2018 e a 527,1 miliardi per il 2019). A parte le entrate per tasse sulle persone fisiche e sulle società - necessariamente le maggiori - eccellono sempre quelle subenzina e oli minerali (le famose accise) per 26,8 miliardi, quelle sui tabacchi per 11,0 miliardi, e quelle sui giochi per 14,1 miliardi. I recuperi sui condoni pesano per poche centinaia di milioni. Il funzionamento della macchina statale (spese correnti)costa, in tutto, 565,4 miliardi di euro. Per rimborsare prestiti e debiti si spendono 254,4 miliardi. Il totale è di 819,9 miliardi. Poi compaiono 41,0 miliardi striminziti di euro per gli investimenti (tra i quali, i destinatari dei famosi patti sottoscritti con l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sua fallimentare campagna referendaria potrebbero cercare – forse inutilmente – le somme promesse). Prendendo atto di queste macro-cifre non si può nascondere un certo sconcerto.

Infatti, questo quadro economico sembra contraddire buona parte delle informazioni che vengono, quotidianamente, diffuse da chi governa. E questo, sia che ci si riferisca alle condizioni della vita di tutti i giorni, sia che ci si soffermi su situazioni particolari, come quelle in cui si trova, in questi giorni, l’Italia col tira-molla con l’Europa che fa notare che i nostri conti non tornano. Accertare che il bilancio registra un aumento delle entrate per tasse, non sembra andare d’accordo né con quanto affermano le varie autorità di governo circa una diminuzione della pressione fiscale, né con quanto si suggerisce da più parti che la crescita può ripartire se, in primo luogo, si diminuiscono le tasse. Pagando meno tasse (non le trovate dei bonus da 80 euro), i cittadini dispongono di maggiori quattrini. Sono quindi più invogliati a spendere. Di conseguenza, aumentano i consumi, compresi gli acquisti di beni durevoli: case, automobili, elettrodomestici, ecc. Se le imprese pagano meno tasse, hanno risorse da destinare a investimenti. Investendo, aumenta la produzione. Questo aumento crea la necessità di aumentate gli addetti alla produzione. E, così, diminuisce la disoccupazione. Anche secondo pochi ragionamenti di economia spicciola, si comprende l’importanza della diminuzione delle tasse. Se restano invariate o aumentano, non si produce alcun effetto benefico.

E’ anche desolante prendere atto delle somme che lo Stato pensa di destinare a investimenti. I numeri fanno a pugni con tutti gli annunci di puntare soprattutto su questi per il rilancio del Paese. Non solo, ma anche con tutte le assicurazioni date dal Governo di piani globali di recupero del territorio (per evitare i disastri ambientali cha accadono frequentemente) e di interventi imponenti per restauri di monumenti e siti storici (per sviluppare il turismo). Per non dire della realizzazione di infrastrutture, tra le quali quelle per l’informazione e la comunicazione, indispensabili per ridurre il gap che esiste, in questo settore, tra Italia e altri paesi. E sta qui l’equivoco sul quale gioca chi sta al governo quando parla di “fondi stanziati”. L’annuncio di uno “stanziamento” di fondi dovrebbe trovare concreto e immediato riscontro in una voce del bilancio, dove ci stanno realmente i quattrini. Ma questo riscontro non esiste quasi mai. E così si fa bella figura a parole, ma poi i fatti non avvengono (la storia di tutte le opere pubbliche non fatte o rimaste incompiute sta in questi giochetti di parole).

Richiamando poi le situazioni straordinarie, è assolutamente incomprensibile il braccio di ferro, in atto in questi giorni, tra Italia e Europa per ridurre il disavanzo di bilancio di 3,4 miliardi. Questa somma rappresenta lo 0,6% della spesa corrente citata prima di 565,4 miliardi. Ora, neppure una persona in età infantile è disposta a credere che, mediante i tanto annunciati (e pochissimo attuati) processi di spending review, non si trovino i 3,4 miliardi richiesti. E no. Più facile continuare a deprimere i cittadini parlando di aumenti delle accise e dell’Iva (come se questi non fossero aumenti di tasse), di taglio al welfare e via cantando. E tutto questo avviene senza neppure pensare di ridurre, minimamente, i ricchi appannaggi delle caste pubbliche (parlamentari in primo piano) o le spese delle strutture di vertice dello Stato. A titolo d’esempio, si richiamano gli aumenti delle spese presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – costo complessivo 1,38 miliardi – per il personale, gli uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari, manutenzioni, attrezzature, ecc. Per non parlare dei 40 mila euro al giorno che si spendono per mantenere il lussuoso aereo Airbus voluto dall’ex presidente Matteo Renzi, mentre risulta che altri capi di stato europei usino normali voli di linea (se capita, anche low cost)

A conti fatti, anziché fare letterine di buoni propositi (ai quali l’Europa crede sempre meno, anche se deve accettarli per non pregiudicare ulteriormente l’Unione), forse sarebbe meglio che chi governa dedicasse qualche maggiore attenzione ai risparmi sicuramente fattibili per trovare i 3 miliardi occorrenti, senza pesare sempre sui cittadini. E non si pensi che i cosiddetti “mercati” non valutino anche questi comportamenti evasivi.

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